lunedì 20 gennaio 2020

L'ultimo secondo

Lo specchio è così piccolo, è come un occhiello, uno spioncino della porta.
Io non ricordo chi sono, come sono, e guardare un centimetro alla volta il mio volto
su questo piccolo corpo riflettente mi confonde.
Se mi allontano mi vedo troppo piccolo, se mi avvicino solo una piccola parte.
Almeno prima avevo un'idea di me, questo terribile scherzo me l'ha tolta senza
darmi in cambio un alternativa.
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Non ci ho mai pensato sul serio, ho sempre evitato di farlo, ma oggi mancano solo 3 giorni
alla mia morte, devo partire per incontrarla, non è possibile prorogare oltre.
Torno da lavoro come tutti gli altri giorni, sono stanco, è primo pomeriggio,
quando varco la porta mi investe la consapevolezza che avevo scansato da tempo.
Devo partire, e subito.
Mia moglie è impegnata nelle sue cose, lei sapeva, è la prima a ricordarmelo.
La camera è calda, afosa, stendo sul letto il piccolo trolley, cosa porto con me ?
Cosa si porta quando si deve incontrare la morte?
Io non lo so, non lo capisco.
Metto un libro, dei vestiti, dei biscotti, uno spazzolino.
Ora, improvvisamente, mi assale il terrore.
In questo mondo non esistono i bracci della morte, la detenzione è inutile,
perché incontrare la pena che mi aspetta non è una cosa evitabile,
tutto l’universo si piegherà su se stesso se necessario,
farà in modo che accada quello che il piano ha stabilito.
Le scelte sono solo apparenti, io non sto scegliendo, compio il mio destino.
La fine della vita è una cosa che non riesco a concepire, non ci sono mai riuscito,
per un’esistenza intera ho cercato di elaborarla, come molti, ma senza progressi.
Ora che mancano 72 ore non ci penso più, penso solo a come morirò,
se soffrirò tanto, se sarà atroce e lunga la mia esecuzione o comprensiva e rispettosa.
vorrei che qualcuno o qualcosa mi calmasse, mi rassicurasse, perché sono spaventato.
Non trovo comprensione negli occhi della donna che mi ha accompagnato una vita,
per lei non è niente, niente sta accadendo.
Forse è solo un sogno.

Fare questa valigia è un a pena, una pena vera.
Non riesco a pensare ad altro che a cosa mi faranno, dove me lo faranno,
cosa proverò, se cederò alla paura, se mi farò vincere dal panico, se guarderò
negli occhi la mia fine mentre mi trucida, o se calerà su di me gentile
come il sonno.
Sto pensando…….
C’è qualcuno che deve saperlo?
Qualcuno da avvisare?
Mi sembra, credo ci sia, ma non faccio in tempo a.... , mi trovo alla porta.
Lei mi saluta, dice che ha tante cose da fare, che deve ancora riposare
“Ciao amore”
Mai sentito un “amore” tanto freddo, deve essere la clonazione senza anima di quello
che fu prima che lo uccidessi.
Non posso cercare in lei il calore di cui ho bisogno ora, sono io che lasciato
spegnere il (suo) fuoco.
La porta si chiude, il mio stomaco si attorciglia.
Non è passata neanche una mezzora delle 72 che mi aspettano,
eppure sono già esausto, non so come farò a sopportare tutto,
vorrei fosse già la fine.
Il pianerottolo si accieca di luce, un cielo limpido prende il posto del neon,
mi trovo in mezzo all’oceano, ma la porta è ancora lì davanti a me.

La mia casa è ora un enorme cubo di cemento in mezzo ad un mare infinito,
le finestre e l'entrata si murano da sole, un piccolo passo, una sorta di passaggio
di pochi centimetri gira intorno al cubo, mi permette di stare a malapena in piedi
con il viso schiacciato sull’intonaco cadente.
Non ho mai sentito tanto bisogno del suo amore come ora,
ma non c’è nessuno dentro quel cubo, lo sento.
Ora ho il dubbio, il dubbio che non ci sia mai stato nessuno,
che abbia solo sognato una vita nel cubo, che non sia mai stato lì dentro.
Come arriverò alla mia destinazione?
Cosa devo fare qui?
Devo aspettare?
È già questa la mia fine?
Non ci sarà nessun’aereo, nessun treno e nessuna nave,
non incontrerò persone.
Non incontrerò il mio creatore.
Forse sverrò dalla fame, dal sonno, dalla sete e sarò inghiottito
da queste acque profonde.
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Mi avvicino alla donna bionda che me la porge, è una creatura piccola,
bellissima, appena caduta sulla terra.
Non era come me lo aspettavo, non sono riuscita a piangere,
né a ridere, ero travolto da un miliardo di sensazioni
eppure nessuna è uscita dal mio involucro,
nessuna arriva alla piccola neonata.
È appena nata ma mi parla come una donna.
Questa è l’unica conversazione che avremo.
Non mi vuole bene, non può volermene, non mi conosce.
Non mi conoscerà mai.
Non ho incontrato il mio creatore
ma la piccola donna che è la mia creatura.
E' il mio ultimo secondo questo, ora posso lasciarmi andare.
E' lei che si prenderà cura della mia malattia d'ora in avanti, io devo riposare.
Sono stanco.

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Mi ritrovo, ora, di fronte al piccolo specchio dove tutto ebbe inizio
di nuovo, non so come ci sono arrivato.
Non riconosco l'immagini che mi riflette, devo abituarmici, abituarmi al mio nuovo me.

a 2018

Bug esistenziale

Inchiodato a un letto di ospedale con i ferri nelle ossa le ferite che non davano tregua che inzuppavano di sangue le lenzuola ero sorri...