giovedì 31 gennaio 2019

Sala d'attesa

E' una grossa vetrata, al terzo o quarto piano di uno stabile, e di fronte alla vetrata c'è la mia scrivania, con un PC al centro e dei libri adagiati sui due lati.
Il pomeriggio è tardo, le 17 - 17:30 circa, tale è l'oscurità che sembra notte fonda.
Il cielo, carico di nuvole minacciose, lo rende ancor più tetro di quanto già non faccia questa terra del nord dai toni anglosassoni, ed il rigido inverno suo compagno (contaminazion-e).
La grande stanza è illuminata da due sole luci, provenienti dal monitor del vecchio PC, e da una piccola abat-jour sullo scaffale della libreria.
Tutto è in penombra, neanche si capiscono i colori dei mobili o della tinta sui muri.
I quadri e le foto appese riflettono immagini indistinguibili, confuse, non solo per il buio della memoria.
Sento che sono solo, non c'è altra vita in quest'appartamento, forse neanche la mia, sono spento, in esaurimento, una pila esausta.
La vetrata affaccia su un piazzale, lo domina dall'alto, deve essere la banchina di un porto.
Non vedo navi o traghetti attraccati, ma file di auto attendono pazienti con i motori spenti di fronte ad un mare agitato, mentre il personale controlla le carte d'imbarco e transenna diligentemente l'area.
Pochi rumori arrivano nella stanza, i doppi vetri attutiscono quasi tutto, solo un leggero brusio e qualche rumore meccanico filtra timidamente, rimango in piedi davanti alla finestra mentre soffia un vento minaccioso e le nuvole sono cariche, ma solo poche gocce di pioggia si schiantano sui vetri gelidi.
Noto l'impronta di una mano, sul lato destro, cosa che odio più di ogni altra.
Mi chiedo di chi possa essere, visto che mai ricordo di aver poggiato il mio palmo lì sopra.
La domanda si dissolve in un sospiro tanto rapidamente quanto velocemente si è insinuata nella mente: ha forse qualche importanza ora?
Sono rapito dalla vita che scorre lì sotto, non da qualcuno o qualcosa in particolare, ma dal movimento sincrono di mezzi, luci e persone nel loro insieme, sembrano un grande ed unico essere vivente mentre si muovono ordinatamente sul piazzale.
Mostri di ferro vengono su quella banchina a divorare mezzi e anime che scompaiono nelle loro grandi pance.
Altri vengono a vomitarli.
Tutto è così vitale, anche se meccanico.
Non so con esattezza quanti anni possa avere, non ho particolari acciacchi, né mi sento particolarmente debole, intuisco solo la mia età dallo stato d'animo, che s'addice ad un recipiente svuotato o troppo colmo.
Ho tanti ricordi, magari dolorosi, ma tanti.
Non sono cosciente di quali siano.
Non sono loro che riempiono l'anima, è evidente, non mi sentirei un vuoto a perdere, altrimenti.
Non ho aspettative, non vedo un futuro, non lo sento neanche se è per questo.
Vivo solo nel presente, in questo presente sospeso e silenzioso, odiosamente solitario, sembra quasi un'anticamera, la sala d'attesa prima del capitolo finale.
Le sale d'attesa si somigliano tutte, piene di riviste inutili, buttate lì alla rinfusa, senza un criterio, sfogliarle nervosamente e distrattamente aiuta a vincere la noia e l'ansia di dover varcare la soglia di una porta dietro la quale non sappiamo cosa ci attende.
Faccio lo stesso con le giornate che trascorro qui dentro, nella mia stanza a vetri.
Non sono particolarmente angosciato, almeno non mi sembra.
Non è un incubo, ma certo non è un bel sogno.
Neanche mi disturba troppo questa assenza, di figli, di amici, di parenti, di eventi.
Faccio degli sforzi ogni tanto, ma non troppi, alla ricerca di qualche ricordo, di un volto, o uno sguardo del mio passato, però non so se mi consolerebbe, in qualche modo, la compagnia di una di queste cose.
Piuttosto è l'apatia che indosso, a disturbarmi.
Ci sono sogni che sono più reali di altri, e questo lo è (stato).
Quasi una sbirciatina sul futuro.
Quando sarà, un giorno, forse non lontano, chissà se mi conforterà il ricordo della tua voce mai sentita, ma tante tante volte agognata, mentre mi sussurra "t'amo".
Ricorderò di averlo urlato io stesso tra i monti?
Bisbigliato alla magnolia?
Confessato ad un gatto, come un peccatore al suo confessore?
Scarabocchiato sulle pareti degli ascensori e dei vagoni con accanto il "tuo" nome?
Scritto su un foglio ed affidato ad una pianta che orna la salita dei Borgia?

https://www.youtube.com/watch?v=pxvOxqNS7Kg

a 2014



lunedì 21 gennaio 2019

Catene

Non sa più quanto tempo sia passato da quando è rinchiuso 
non è possibile dire se sono mesi o anni 
non immaginava sarebbe rimasto tanto, 
che avrebbe dovuto tenere un conto, 
che un giorno si sarebbe chiesto "quant'è che sono qui?".
Un ibrido di carne e ferro, 
fusione di ruggine e sangue, 
le catene sono oramai parte di lui, 
l'uomo che viveva senza di loro non solo non esiste, mai è esistito.
Inutile chiedersi se l'oscurità totale sia dovuta a cecità sopravvenuta o alla tenebra che avvolge tutto, 
trapassa l'epidermide come tanti piccoli uncini che vanno ad aggrapparsi all'anima poco sotto.
ha senso chiedersi se si possiede la vista vivendo in un universo senza luce?
.........
a 2016

(ai tuoi occhi che non chiedono luce, ma me la donano)
(dillo al dottore, domani, quando li visiterà)

sabato 5 gennaio 2019

Il Bunker

Le arrampicanti nascondono la mole del mio cemento,
c'è un vecchio dentro di me che fa la guardia
al passaggio che conduce in tenebre affamate.

Mi sei passata accanto inquieta,
m'hai guardato come si guarda un luogo dell'abbandono,
curiosa,
ma timorosa.
Mi hai sentito?
gridare
oppure queste mura inghiottono anche i suoni oltre le anime?

Mi sento male
sto male
ma vedo cose belle
credo di vederle con i tuoi occhi 
perché i miei ormai sono squarci di buio in un mondo di luce,
nere feritoie che una volta sputavano fuoco.

Sono un bunker dimenticato
un bunker solo
che collassa sotto il suo peso
ma tu passami ancora accanto
ancora una volta.

Nel tuo prossimo viaggio a Glurns 

https://www.youtube.com/watch?v=trFrh6EuUTk&list=PLDSL6b-R0v9OCg0nzZS1V8Qm_PPU2yYQU&index=1

Bug esistenziale

Inchiodato a un letto di ospedale con i ferri nelle ossa le ferite che non davano tregua che inzuppavano di sangue le lenzuola ero sorri...