sabato 12 dicembre 2020

Il veggente

Per la terza notte viene a farmi visita una donna a fare l'amore, sempre la stessa.

E' senza viso, avvolto nella nebbia che lo protegge, ma gli occhi so essere bianchi come quelli dei posseduti.


Ha seni piccoli ed è magra, i capelli neri e lisci a caschetto, la pelle di un pallido diafano che fa intravedere le vene che corrono come autostrade attraverso il suo corpo nudo, 

mi scova nelle terre oniriche dove mi rifugio e facciamo l'amore.


Lo facciamo su un balcone sospeso nel vuoto, sotto scorre una grande via trafficata che rimanda un sottofondo di clacson e motori brucia semafori, da questa altezza vertiginosa sembrano i modellini in scala che ho sulla bacheca.


Non sono a mio agio, non ho tutta questa voglia di accoppiarmi, ma la donna sa come sciogliermi, e quando sto per farlo vedo, attraverso il vetro che ci separa dall'interno della casa (presumibilmente la sua), due mocciosi che ci guardano.

Sono un maschietto e una femminuccia, 

la bambina è trasandata ed ha il naso che le gocciola, tiene per i capelli una grossa bambola, trasandata anche lei.

Ha occhi grandi, e sembra che stia per piangere.

Il bambino invece è di due o tre anni più grande, credo ne abbia 7, sembra un piccolo selvaggio che stringe con forza il modellino di un grande trattore giallo, ha l'aria di volermelo spaccare in testa.


"Ci guardano"


"Che ti frega" 

mi sussurra lei nell'orecchio mentre muove perfettamente sincronizzate tutte le parti del suo corpo sopra il mio.

Il senso di disagio non se ne va, anzi cresce.

Sopra il balcone c'è la grande terrazza condominiale, vi si affaccia un uomo con capelli brizzolati e il pizzetto scuro, vestito in tuta nera, che ci osserva morbosamente mentre mastica dolorosamente il chewingum 

Penso sia il marito, ed un attimo prima di venire alzo di peso quella piovra che ha cinto i miei fianchi con le sue gambe tanto esili quanto forti e la lancio di peso sul lettino da sole al nostro fianco.


Credo di essere fuggito, perché mi ritrovo in tutt'altro ambiente, è un luogo strano dal forte gusto orientale, eppure questo mi risulta essere familiare, come non lo era l'appartamento della donna.

E' una lunga e stretta via pedonale, sulla sinistra tanti piccoli chioschi, alcuni talmente piccoli che c'entra a malapena una poltrona dietro il bancone di legno.

Così è il mio, ha una serranda che si alza, il bancone è sovrastato da una specie di tela con disegni misteriosi, la tela ha un grosso buco da dove la gente inserisce il suo braccio, ed io le leggo la mano.

Il mio compenso viene lasciato in una cassetta ai miei piedi, è una feritoia alla base del bancone dalla quale ogni tanto entra ed esce un grande gatto tigrato.

Non vedo i loro volto, ascolto le loro voci e leggo le loro mani.

Ho iniziato questo lavoro che già il sole era calato, mentre facevo l'amore con la giovane donna invece era alto nel cielo, e faceva caldo, la ringhiera del balcone me la ricordo infuocata, qui invece è sempre più umido e fresco, e con all'avvento delle tenebre il freddo comincia ad entrare nelle ossa.

L'acqua si alza dal pavimento, ha invaso il piccolo chiosco sollevandosi dalla via pedonale ormai deserta e senza luci, tutti gli altri chioschi sono serrati, l'acqua si fa sempre più alta come a Venezia senza il Mose, adesso mi ricordo perché la notte non posso dormire qui.

Non ho una casa, lavoro di giorno come veggente e la notte sono destinato a vagare per luoghi deserti camminando per non soffrire il freddo assalito da un sonno atavico.


La notte, le notti, sono lunghe da passare.


Mi ritrovo a camminare sul ciglio di questa strada panoramica che da sul mare, raramente passa una macchina e quando lo fa si sentono stridere i pneumatici nelle curve prima ancora di intravederne i fari che squarciano il buio.

Mi appiattisco sul muretto di contenimento al loro passaggio, sfrecciano facendomi il pelo, non provo a fermarle, non saprei cosa chiedere come destinazione, perché non ne ho una, devo solo far passare il tempo che sembra rallentare di minuto in minuto, quasi a volermi cristallizzare in questo istante.

La strada e le sue mille curve dominano il mare da una quarantina di metri, posso ammirare la luna che vi ci specchia.

E' davvero un bel posto, cerco il cellulare per fotografarlo, ma non ho un cellulare, o semplicemente non lo trovo, questa cosa aumenta il mio senso di isolamento, non so bene che dovevo controllare sul cellulare, a chi dovessi mandare la foto, ma è probabile che fossi tu, sei l'unica a cui scrivo.


Poi la strada prende una via più interna, il mare nero come la pece non lo vedo più, sento solo in lontananza le sue onde che si infrangono adirate sulla scogliera.

Ora è un piazzale che ho raggiunto, qui c'è un grande capannone industriale, dove entro subito per cercare un po' di pace e un poco di tepore.

Nel capannone ritrovo la donna con il caschetto nero, stavolta gli occhi sono profondi e neri, ma il viso ancora non si vede.

Abbiamo una discussione, su cosa non ricordo, litighiamo come se ci conoscessimo da molto, invece mentre facevamo l'amore sotto il sole mi sembrava poco più di una sconosciuta.

Mi chiede che fine ho fatto, io le rispondo evasivo come sempre, perché ho sempre odiato dare spiegazioni, soprattutto se non ne ho alcuna.

Lei, senza che la interrogassi, invece mi da le sue, ed io capisco che era con un altro pochi attimi fa, ecco su cosa stavamo discutendo.

Le chiedo se ha fatto l'amore con quell'altro, ma non mi risponde, sorride con gli occhi, un po' beffardi un po' dispiaciuti.


Le metto una mano sul lungo collo (cosa che mai farei senza sognare) e la alzo di peso con il braccio sinistro, con il destro le tasto il viso senza alcuna delicatezza, per sentire i suoi lineamenti che non riesco a vedere (il tatto oltre la vista).

Poi la lascio, in preda alla vergogna per lo scatto d'ira e di gelosia.

Mi guarda con dolcezza ora, e mi sussurra con la voce un po' rauca di chi ha appena liberato la sua trachea da una mano che la mordeva:


"io vado da chi mi chiama, non lo sapevi?"


Quelle parole mi gelano il sangue,

mentre quei dolci occhi neri continuano a scaldarmelo.   



    

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