mercoledì 31 luglio 2019

La Tomba


Lo chiamavano “la tomba”, per questo devo aver pensato fosse il posto giusto per sotterrare i miei ricordi.
Non volevo si facesse sepolcro, il mio, ma avrei dovuto metterlo in conto che avrebbe potuto diventarlo mio malgrado.
Mi sono dato alla vita monastica più dura, ho “scelto” questo terreno malarico perché qui non vuole venire nessuno, perché quei pochi che lo abitano o sono folli, che sfidano le leggi del mondo cercando di strappare questa terra ai demoni, o essi stessi sono demoni in esilio, cacciati dal mondo, come me.
La febbre alta mi procura delirio, ho visto un’ombra chiara che mi ha attraversato la mente, giro il capo a destra, e poi di scatto alla mia sinistra cercandola tra le quattro pareti della mia gelida cella, ma è fuggita via.
Forse si nasconde sotto il mio letto, si fa beffe di me, della mia malattia, aspetta che io ceda per attraversarmi di nuovo.
Prima di concedermi al sonno lotto ancora un poco, l’infuso di eucalipto è alla mia destra, basta allungare il braccio e alzare il collo per berlo, ma è cosa semplice solo per un corpo sano.
Sto da così tanto qui che non ricordo più se sono ancora giovane, o già vecchio, non capisco più se quelle mani fusiformi dagli artigli negri sono il frutto del mio delirio, o i ricordi della mia coscienza prima che arrivassi qui.
Il sonno mi vince, in questi posti, con la febbre malarica, non sai se riuscirai mai più a svegliarti dai sogni che farai, il mio inizia con quelle splendide mani che mi porgono un libro.
Sono mani fatte di neve, appena lo afferro sciolgono il loro colore nel mondo e lasciano che il libro sia apra, alla pagina che volevano io leggessi per loro…..
l'amore
è
una
droga



L'ago non si è ancora sfilato dalla vena che miriadi di lucciole dalle labbra turgide gli circondano il volto, come piccoli coni di luce intermittente puntati sulle pupille ristrette.
Sua madre affiora dal buio nulla di quella cella umida, gli occhi cerchiati di brillantini azzurri stile fata turchina, in una mano ha un calice di prosecco e nell'altra un macinino da caffè arrugginito, lo fa roteare sulla sua stessa manovella con grande rumore di ferraglia
“ESPANDERAI RISSOSO ZELO!”
urla a ripetizione scandendo bene le parole, e ad ogni parola si versa un goccio di prosecco in testa e da un paio di giri di manovella.
Fa caldissimo, ma anche freddissimo, la pelle suda chicchi di grandine; le lucciole adesso gli leccano gli zigomi con linguette scarlatte, una si masturba lasciva e soddisfatta sulle sue palpebre socchiuse.
Il cuore fa bum-bum, bum-bum, ma lentamente, quasi si ferma.
“Cooo sa staaaaidiiiiii cendooooo ma aaaa mmmmm?”
ma “ma aaa mmmmm” è già andata, risucchiata dalle tenebre che l'hanno generata insieme al prosecco, andate anche le lucciole, già in cerca di un nuovo amante; a tratti in lontananza il macinino ancora cigola.
Ogni suo muscolo adesso galleggia in una mare calmo di ovatta, in mezzo a gradini di marmo su cui sonnecchiano gomitoli di gatti dai baffi d'oro, uno apre gli occhi affilati e miagola “Ho visto cose che voi umani, ma è tempo di dormire ormai”.
Poi è nuovamente freddissimo, in un vicino altrove qualcun altro si lamenta, in preda al delirio o forse alla tortura “Chi sei? CHI SEI? COSA TI FANNO?”
Ma il gelo quello vero adesso è qui, e gli scorre nelle arterie, arrivato dalla steppa a rubargli l'ultimo respiro“ Ma aaaa mmmmm..... ma aaaa mmmmm...dove sei”
Il muro si squarcia ma piuttosto è una piccola porta che si apre, una delle tante in quel posto, gli occhi invece non riescono ad aprirsi a sufficienza se non per consegnargli l'ipotesi di un'ombra diafana scivolare al suo fianco. In un battito d'ali un mix di tamarindo e cardamomo penetra le sue narici arrendevoli, ed è caldo il corpo che aderisce al suo, un centimetro alla volta, con scrupolosa perizia.

Più tardi, chissà quando, il muro della cella si richiude

l'ago non c'è più
il respiro c'è ancora.



La nuova alba accoglie un uomo che è appena stato sputato dalla morte,
come dalla vita prima che venisse in questo luogo.
Il mattino di nebbia mi rende l’orrore e la bellezza che ho ricevuto dalle allucinazioni di questa notte, un orrore ed una bellezza che ricevo da una dea che è in grado di partorire entrambi come fossero gemelli,
un orrore e una bellezza che ora altri dovranno ricevere da me (per questo scrivo) in uno scandaloso passaggio di eredità.
Essere vivi, destarsi ancora una volta dopo la lunga battaglia, e trascinarsi tra le marionette con il bagaglio dei miei pensieri, dei miei rimorsi, delle mie voglie
combattere la coscienza che mi vuole vivo prima di nascere, e poi morto una volta vivo
scandaglio l’intero spettro dei miei umori e poi mi confondo tra gli altri reietti, ancora una volta
mi basta arrivare alla prossima notte, crollare a letto e sudare nel buio profondo, un sonno che cuoce al fuoco dei miei sogni,
sogni di foglie cucite sulla pelle delle sue cosce
sogni che tormentano di desiderio la mia anima
e che molestano una mente malata, costretta a delirare


per guarire.



La nebbia è ovunque, compatta come un unico blocco di marmo, e avvolge in un abbraccio spettrale il gruppo laborioso di uomini di varia età, che si affaccendano palesemente infreddoliti:il pesante tessuto delle tuniche, tutte uguali, non è sufficiente a ripararne le ossa, sgretolate dall'umidità.

Le prime luci svelano un'esile ragnatela di viottoli grigi incastrati tra grigi edifici: in questo luogo desolante tutto anela all'afflizione.
Oggi è la terza domenica del mese, si celebra la messa aperta agli abitanti dei paesi vicini, le litanie cantate in latino avranno inizio al primo rintocco di campana.
“La tomba” si erge come un soldato di cemento, rigida e solenne, mimetizzata da una groviglio di alberi e rovi.
I frati occupano l'ala nord, in alto sulla collina, a fianco dell'unico accesso visibile dall'esterno.
Questa mattina il grande portone in ferro è spalancato, per permettere l'ingresso ai fedeli.
E' anche il giorno del mese in cui possono entrare i contadini coi loro carretti ricolmi di viveri e oggetti da scambiare con i frati, il mercato delle anime lo chiamano.


In fondo, a ridosso del fiume, c'è l'ala est.

Non c'è traccia di questa domenica di vita, nell'ala est.


“Le candele sono accese?”

“Si”
“Hai messo quelle vecchie nel bidone della cera da sciogliere?”
“Si”
“Hai sistemato i libretti dei salmi sui banchi del coro?”
“Si”
Le tre domande di rito che Frate Egidio rivolge a Fra' Lorenzo hanno avuto luogo, il che vuol dire che mancano esattamente 45 minuti alla messa.
Frate Egidio è arrivato dalla Svizzera portando con sé il vezzo e il vanto di una precisione ossessiva. Anche di questo peccato di vanità, al tramonto, renderà conto al Signore, nella solitudine della sua cella, avvitandosi le falangi in uno schiaccianoci in legno di faggio da lui stesso intagliato con gran maestria. Nemmeno un lamento uscirà dalla sua barba.
Il giovane Fra' Lorenzo si dirige verso l'organo, gli rimangono 30 minuti per provare i brani con cui accompagnerà le voci benedette. Prima di prendere posto, con sguardo attento perlustra ogni angolo della chiesa deserta.
Non c'è nessuno.
Anche se ci fosse qualcuno, gli sarebbe impossibile notare il lampo che attraversa gli occhi chiari del monaco quando le sue dita affusolate aprono lo spartito, tantomeno l'improvvisa erezione.
Quelle pagine sono a lui sconosciute, è la prima volta che le sfiora: non gli sono state regalate che ieri.


“Guten Morgen” dice l'angelo rotondo aprendo la porta, il camice bianco troppo stretto per contenerla tutta, i capelli biondi raccolti in un severo chignon.

Alex solleva le palpebre a fatica, e la guarda, l'immagine che le pupille gli rimandano è sfuocata ma non troppo lontana dalla realtà
La donna ha tra le mani pillole colorate ed un bicchiere d'acqua colmo per metà, nessun accenno di sorriso sulle labbra strette pitturate di rosso.
Alex risponde al saluto, inghiottisce senza fiatare: è rinchiuso qui per questo, per farsi salvare.
Le stanzette del sanatorio sono meno tetre delle celle dell'ala nord, ma altrettanto anguste.
L'unico suono, incessante, ipnotico, è il fiume che scorre sotto le sbarre delle piccole finestre: eppure non è quello il rumore che Alex ricorda di questa notte.
Sa che è impossibile anche solo il pensarlo figuriamoci il riferirlo, specie se a riferirlo è un tossico eroinomane, eppure ne è certo: ciò che lo ha cullato, tra gli incubi ed il gelo del suo ennesimo ultimo buco, è il suono calmo e ritmato di un respiro.
Qualcuno ha dormito al suo fianco.





Si alza a fatica, mette un piede dopo l’altro, trascina le sue ossa stanche ed umide verso il bagno,
alla sua sinistra c’è uno specchio, ha paura di voltarsi, ogni volta che lo fa gli rende un’immagine appannata e indefinita, senza contorni, come se non potesse dirgli niente di preciso su di lui.
Ma i suoi occhi stanchi li conosce bene, anche se non gli ha mai visti riflessi in uno specchio.   
“Io non so niente dell’amore” sono le parole che sommesse escono dalla piega della sua bocca.
Si, c’era una piega della bocca, e dita nervose della mano destra che facevano roteare una pallina immaginaria sul palmo
“Non so niente dell’amore, della capacità di amare, di essere amato, per questo cerco la droga, quando sono fatto amo il mondo e il mondo mi ama anche se niente conosco dell’amore.
Ho visioni fantastiche e terribili, visito mondi lontani, mondi ai quali a voi non è concesso accedere, ho attraversato le porte di Tannhäuser e vagato tra la nebulose di Orione in cerca dei mitici bastimenti in fiamme, ne ho visto di cose che voi umani……ma questa è un’altra storia, è tempo di nutrirsi (altra cosa della vita che non posso fare senza sofferenza)”

L’angelo rotondo entra con un vassoio, lo guarda rigorosa e lascia la minestra calda con la mela cotta sul piccolo scrittoio, si gira di spalle verso l’uscita, accosta la porta lasciata aperta in precedenza, ma prima di farlo si volta verso di lui.
Stavolta lo sguardo è meno severo, scruta velocemente la piega delle sue vertebre sporgenti e si lascia sfuggire una smorfia di smania.
Alex ora è sicuro, il respiro che l’ha cullato questa notte era dell’angelo rotondo.

Fra’ Lorenzo sfoglia nervoso ed eccitato il libro partorito da una notte di tremori ed incubi, incubi che l’hanno condotto ad attraversare varchi misteriosi, porte spazio-temporali che si aprono solo quando la parte più folle della nostra mente è libera di vagare fuori dal controllo delle sentinelle che la imprigionano.
Il libro sognato si è fatto reale, un racconto erotico che si scioglie in eleganti caratteri di inchiostro nero su poche pagine di carta di riso, al suo risveglio l’ha trovato sul comodino, accanto all’infuso di foglie di eucalipto, l’ha aperto sorpreso su una pagina a caso, è diventato bianco come avesse visto uno spettro, il passo sul quale era caduto il suo pudico sguardo era puro, scandaloso, depravato erotismo…
se qualcuno avesse scoperto quel libro nella sua cella cosa avrebbe mai potuto dire in sua difesa?
Quale assurda storia si sarebbe dovuto inventare?
Non avrebbe certo potuto spiegare di averlo ereditato facendo un sogno delirante.
Meglio nasconderlo, ma la cella è così minimalista e austera, non c’è un angolo che possa celarlo da occhi curiosi o da sguardi invadenti.
Decide di portarlo con se nella chiesa ancora deserta.
Vicino all’organo c’è un posto che conosce solo lui, dove può seppellirlo sotto una pietra che nasconde un piccolo vano della pavimentazione.
Se qualcuno dovesse trovarlo li non potrebbero incolpare lui di avercelo messo
ma prima….ancora due pagine del turpe racconto, pagine che gli procurano la sincope nel nero delle pupille sue, come le prime due lette già nella fredda cella, pagine che abiurano la sua confessione di monaco, perché sente che quei sporchi versi lo avvicinano a Dio più delle sacre scritture?

.......un'ombra diafana scivola al suo fianco, ed è caldo il corpo che aderisce al suo, un centimetro alla volta, con scrupolosa perizia, alza a fatica il camice bianco che le fascia le cosce tornite, si mette a cavallo di quelle ossa tremolanti in preda alla febbre e alle allucinazioni, scioglie lo chignon e lascia andare la sua lunga chioma libera con due violenti, ma sensuali,  movimenti del collo.
Il suo sesso è un fiore carnivoro che divora con infinita voglia quella pelle incollata alle ossa spigolose, inghiotte il tumido pene e poi lo libera dall’abbraccio delle sue grandi labbra con movimenti cadenzati al ritmo del mare in tempesta che agita quelle carni.
All’unisono, come comandati da remoto, si voltano verso la loro sinistra, per un attimo riescono ad ammirare, riflessa nello specchio, l’armonia che raggiunge l’unione di quei due corpi tanto diversi e imperfetti che si sposano.
L'immagine, stavolta, non è appannata.

Fra’ Lorenzo non riuscirà a celare ancora per molto l’erezione sotto la sua tunica, i fedeli stanno per entrare nella casa del signore, ancora scosso e turbato da quell’universo di sensazioni, fino ad ora sconosciute, nasconde il libro proibito nel luogo prescelto.

Fra’ Lorenzo non afferrerà mai più tra le sue mani quel dono inaspettato, un dono consegnatogli da misteriose e affusolate falangi dai negri artigli una fredda notte del 13 Novembre del 1897, la vita, come la morte, ha scritto una storia diversa per lui.


Alex sta meglio, le crisi d’astinenza sono meno frequenti e violente da almeno 3 settimane, sembra a volte un cristo sofferente, a volte un animale impaurito, ma l’impressione di fragilità e debolezza è ingannevole, sotto quel torace rachitico batte il cuore di un guerriero forgiato dalla lotta contro forze più grandi.
Per la prima volta si allontana a piccoli passi dal sanatorio, non è concesso uscire, ma ci si può recare alla chiesa per pregare se lo si vuole.
 Non è credente, vi si dirige solamente per imboccare quei lunghi corridoi che portano lontano dalle anguste e grige celle, si siederà sul panchetto vicino all'organo e rimarrà in raccoglimento per un po' di minuti, cercherà di ricordare, ricordare cosa è successo nel suo letto la scorsa notte, perché percepisce il suo animo così destabilizzato.

Le pantofole poggiano su una pietra traballante, una pietra che nasconde un libro misterioso, un libro che racconta il suo tormento e la sua estasi con la paffuta infermiera pur essendo stato nascosto li 96 anni prima di quella notte d'amore.

(a & e)


1 commento:

  1. Sarebbe bello se tu creassi mondi per mestiere,
    ma è ancora più bello che tu li abbia creati per gioco,
    qui da me

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