domenica 24 febbraio 2019

The maze

I had a nightmare,
I lived trapped in another's life,

getting down to hell is not difficult,
it's just a moment,

but many lives,
and many deaths
they cost me
learning how to move,
in its never end labyrinth.

Alone

martedì 19 febbraio 2019

L'uomo delle tisane

Un grande edificio, un grattacielo mancato, colmo di colletti bianchi,
io aspetto fuori, non so dire se sia uno di loro uscito in anticipo o se è per puro caso che mi trovi lì.
Questo alienante posto di lavoro sputa dipendenti direttamente nel piccolo piazzale sottostante che da sulla fermata di un treno urbano, una specie di metrò in superficie.
I cancelli d'accesso sono chiusi, ma intanto gli uffici continuano a rigurgitare colletti bianchi tutti uguali, pinguini con camicia e valigetta che marciano in file da tre.
Tra di loro, forse, anche l'uomo delle tisane.

Ben presto la folla si fa eccessiva nel piccolo piazzale, in pochi minuti siamo tutti pressati come sardine nella propria scatola. 
Qualche zingarello ne approfitta per rovistare nelle tasche.
Si alzano i primi lamenti, poi seguono le vive proteste.
“Aprite per dio” qualcuno grida alle mie spalle.
Finalmente si aprono i cancelli con assordante rumore di ferraglia, la folla comincia a scorrere come un fiume in piena tra i corridoi della piccola stazione.
Non so dove sto andando, non so dove devo andare, ma contrastare quella mandria impazzita che mi trascina non mi sembra possibile, non ci provo neanche.

La corrente del fiume continua impetuosa la sua corsa sino alla banchina dei treni.
Il gregge si ferma ai bordi della striscia gialla, tutti con gli occhi sbarrati a fissare i binari che rimandano riflessi di ogni tipo, 
gelidi ed eterni ci guardano con sufficienza mentre una musichetta indistinta gracchia dai miseri auto-parlanti.

Il treno arriva in un paio di minuti, come fossero le paratie di una diga le porte si aprono, 
il fiume scorre di nuovo inondando i vagoni come l’acqua riempie un bacino artificiale.
Una mistura di odori fra cappotti, sudore, aliti pesanti, e terribili deodoranti simili all'insetticida rende l’aria irrespirabile.
Di nuovo pressati all'inverosimile, una donna struscia su di me i suoi giovani glutei,
mi ricorda un episodio di quando ero ragazzino, ma di s#### non si parla, si sa.

Il treno continua la sua corsa, ad ogni fermata il livello dell’acqua scende, addirittura si liberano posti a sedere.
Ora, finalmente, posso respirare a pieni polmoni.

Mi siedo e guardo le mie mani, sono screpolate, poi, curioso, inizio a guardare il paesaggio che scorre, prima prettamente urbano, con i suoi graffiti e i palazzoni anonimi privi di colori, poi gradualmente sempre più periferico.
Solo in quel momento mi chiedo dove sto andando, ma soprattutto dove cazzo dovessi scendere.
Ma non lo so, o non so di saperlo.
Continuo la mia corsa, sperando che una di quelle tante fermate mi chiami per nome.

La città è finita, ora il treno corre in aperta campagna, le fermate si fanno meno frequenti.
Il freddo diventa sempre più intenso, pungente.
La luce sta scemando, apparecchia la tavola alle tenebre che stanno arrivando, pronte a cibarsi dei pochi superstiti non ancora salvi nei propri nidi.
Una fermata è particolarmente prolungata, escono appena un paio di persone dal vagone,
ma il treno rimane a porte spalancate per interi minuti, forse un quarto d’ora.
Minuti interminabili nei quali la penso.

Un vento gelido percorre il convoglio, entrano anche gocce di pioggia miste a nevischio con lui,
imbucate alla festa senza invito.
Quasi rimpiango la calda folla di un’ora prima pur con i suoi terribili odori.
Finalmente riparte.
Fuori è solo oscurità, il paesaggio è ora indistinguibile anche per la nebbia, i vetri riflettono oramai solo le luci provenienti dall'interno.
Sono un po’ preoccupato, non ho sentito nessun richiamo, ed ho paura che le fermate utili siano finite.
L’unica cosa che mi rasserena è che non sono ancora rimasto solo, tre o quattro persone che leggono sono la mia compagnia.
Una veramente guarda fuori, come me, o almeno tenta di farlo.
Cerco il suo sguardo, per un attimo si incrocia con il mio.
È la prima persona che mi nota da quando siamo partiti.
Ormai guardo solo lei.
Si è alzata, sta per scendere.
La scorto con gli occhi.
In quei pochi attimi devo decidere, se andare con lei o rimanere sul vagone.
È vero, mi ha scrutato, più di una volta, ma non sembrava molto amichevole .
Penserebbe che la sto pedinando, siamo rimasti solo io e lei ormai.
Forse ha anche paura di me, può aver pensato che io sia un malintenzionato, che le voglia penetrare l'anima, e non solo.
Troppe pippe mentali,
lei è già scomparsa, le porte si sono richiuse e il treno ripartito.

Solo ora me ne rendo conto,
mi trovo all'ultimo vagone, e sono solo.
Dove sto andando?
Fottuta angoscia, mi stai divorando.

Indosso solo una primaverile giacca di pelle, le tenebre hanno portato con se un freddo terribile, ho le mani ghiacciate e piccoli tremori mi assalgono.
Le luci al neon del vagone si fanno sempre più tenui, cullato dal rollio del treno, e dalla melodia di ruote ferrate che corrono sui binari, mi raggomitolo in posizione fetale, adagiato su tre sedili duri e freddi come pietra.

Non ci saranno altre fermate.

Cerco di prender sonno.

Forse per sempre.

(dedicato ad un mio commilitone)

a 2015

giovedì 31 gennaio 2019

Sala d'attesa

E' una grossa vetrata, al terzo o quarto piano di uno stabile, e di fronte alla vetrata c'è la mia scrivania, con un PC al centro e dei libri adagiati sui due lati.
Il pomeriggio è tardo, le 17 - 17:30 circa, tale è l'oscurità che sembra notte fonda.
Il cielo, carico di nuvole minacciose, lo rende ancor più tetro di quanto già non faccia questa terra del nord dai toni anglosassoni, ed il rigido inverno suo compagno (contaminazion-e).
La grande stanza è illuminata da due sole luci, provenienti dal monitor del vecchio PC, e da una piccola abat-jour sullo scaffale della libreria.
Tutto è in penombra, neanche si capiscono i colori dei mobili o della tinta sui muri.
I quadri e le foto appese riflettono immagini indistinguibili, confuse, non solo per il buio della memoria.
Sento che sono solo, non c'è altra vita in quest'appartamento, forse neanche la mia, sono spento, in esaurimento, una pila esausta.
La vetrata affaccia su un piazzale, lo domina dall'alto, deve essere la banchina di un porto.
Non vedo navi o traghetti attraccati, ma file di auto attendono pazienti con i motori spenti di fronte ad un mare agitato, mentre il personale controlla le carte d'imbarco e transenna diligentemente l'area.
Pochi rumori arrivano nella stanza, i doppi vetri attutiscono quasi tutto, solo un leggero brusio e qualche rumore meccanico filtra timidamente, rimango in piedi davanti alla finestra mentre soffia un vento minaccioso e le nuvole sono cariche, ma solo poche gocce di pioggia si schiantano sui vetri gelidi.
Noto l'impronta di una mano, sul lato destro, cosa che odio più di ogni altra.
Mi chiedo di chi possa essere, visto che mai ricordo di aver poggiato il mio palmo lì sopra.
La domanda si dissolve in un sospiro tanto rapidamente quanto velocemente si è insinuata nella mente: ha forse qualche importanza ora?
Sono rapito dalla vita che scorre lì sotto, non da qualcuno o qualcosa in particolare, ma dal movimento sincrono di mezzi, luci e persone nel loro insieme, sembrano un grande ed unico essere vivente mentre si muovono ordinatamente sul piazzale.
Mostri di ferro vengono su quella banchina a divorare mezzi e anime che scompaiono nelle loro grandi pance.
Altri vengono a vomitarli.
Tutto è così vitale, anche se meccanico.
Non so con esattezza quanti anni possa avere, non ho particolari acciacchi, né mi sento particolarmente debole, intuisco solo la mia età dallo stato d'animo, che s'addice ad un recipiente svuotato o troppo colmo.
Ho tanti ricordi, magari dolorosi, ma tanti.
Non sono cosciente di quali siano.
Non sono loro che riempiono l'anima, è evidente, non mi sentirei un vuoto a perdere, altrimenti.
Non ho aspettative, non vedo un futuro, non lo sento neanche se è per questo.
Vivo solo nel presente, in questo presente sospeso e silenzioso, odiosamente solitario, sembra quasi un'anticamera, la sala d'attesa prima del capitolo finale.
Le sale d'attesa si somigliano tutte, piene di riviste inutili, buttate lì alla rinfusa, senza un criterio, sfogliarle nervosamente e distrattamente aiuta a vincere la noia e l'ansia di dover varcare la soglia di una porta dietro la quale non sappiamo cosa ci attende.
Faccio lo stesso con le giornate che trascorro qui dentro, nella mia stanza a vetri.
Non sono particolarmente angosciato, almeno non mi sembra.
Non è un incubo, ma certo non è un bel sogno.
Neanche mi disturba troppo questa assenza, di figli, di amici, di parenti, di eventi.
Faccio degli sforzi ogni tanto, ma non troppi, alla ricerca di qualche ricordo, di un volto, o uno sguardo del mio passato, però non so se mi consolerebbe, in qualche modo, la compagnia di una di queste cose.
Piuttosto è l'apatia che indosso, a disturbarmi.
Ci sono sogni che sono più reali di altri, e questo lo è (stato).
Quasi una sbirciatina sul futuro.
Quando sarà, un giorno, forse non lontano, chissà se mi conforterà il ricordo della tua voce mai sentita, ma tante tante volte agognata, mentre mi sussurra "t'amo".
Ricorderò di averlo urlato io stesso tra i monti?
Bisbigliato alla magnolia?
Confessato ad un gatto, come un peccatore al suo confessore?
Scarabocchiato sulle pareti degli ascensori e dei vagoni con accanto il "tuo" nome?
Scritto su un foglio ed affidato ad una pianta che orna la salita dei Borgia?

https://www.youtube.com/watch?v=pxvOxqNS7Kg

a 2014



lunedì 21 gennaio 2019

Catene

Non sa più quanto tempo sia passato da quando è rinchiuso 
non è possibile dire se sono mesi o anni 
non immaginava sarebbe rimasto tanto, 
che avrebbe dovuto tenere un conto, 
che un giorno si sarebbe chiesto "quant'è che sono qui?".
Un ibrido di carne e ferro, 
fusione di ruggine e sangue, 
le catene sono oramai parte di lui, 
l'uomo che viveva senza di loro non solo non esiste, mai è esistito.
Inutile chiedersi se l'oscurità totale sia dovuta a cecità sopravvenuta o alla tenebra che avvolge tutto, 
trapassa l'epidermide come tanti piccoli uncini che vanno ad aggrapparsi all'anima poco sotto.
ha senso chiedersi se si possiede la vista vivendo in un universo senza luce?
.........
a 2016

(ai tuoi occhi che non chiedono luce, ma me la donano)
(dillo al dottore, domani, quando li visiterà)

sabato 5 gennaio 2019

Il Bunker

Le arrampicanti nascondono la mole del mio cemento,
c'è un vecchio dentro di me che fa la guardia
al passaggio che conduce in tenebre affamate.

Mi sei passata accanto inquieta,
m'hai guardato come si guarda un luogo dell'abbandono,
curiosa,
ma timorosa.
Mi hai sentito?
gridare
oppure queste mura inghiottono anche i suoni oltre le anime?

Mi sento male
sto male
ma vedo cose belle
credo di vederle con i tuoi occhi 
perché i miei ormai sono squarci di buio in un mondo di luce,
nere feritoie che una volta sputavano fuoco.

Sono un bunker dimenticato
un bunker solo
che collassa sotto il suo peso
ma tu passami ancora accanto
ancora una volta.

Nel tuo prossimo viaggio a Glurns 

https://www.youtube.com/watch?v=trFrh6EuUTk&list=PLDSL6b-R0v9OCg0nzZS1V8Qm_PPU2yYQU&index=1

mercoledì 19 dicembre 2018

L'emozione vive nell'illusione

L'emozione vive nell'illusione,
si nutre di essa.

La verità è apatia,
odiosa dittatrice
che tutto di-strugge.

a 2014

venerdì 14 dicembre 2018

Come creta


Si, vai a vedere il mare, la temperatura è buona.
Cammina a piedi nudi sulla spiaggia, respira a pieni polmoni la salsedine.
Divertiti più che puoi, ridi, piangi, balla, canta, ama, odia, s####, mettiti nei guai se vuoi, ma fa quello che senti, non ti limitare.
Non sei fatta per avere limiti, né per porli ad altri.
Avrai sempre il mio amore nella forma che vorrai.
Non devi pensare sia fasullo per questo, è come la creta, nata per essere plasmata dalle tue mani.
la creta è se stessa qualunque forma essa prenda, è felice nel diventare ciò che tu vuoi che sia.
è la sua natura.
Voglio che il mio amore sia una veste morbida per te, che una volta indossata non ti "costringa" a nulla, che segua le tue forme accarezzandole e dandole calore senza limitarne i movimenti.
Ho una voglia pazza di prendermi questo impegno con te, il mio amore lo avrai sempre, anche se un giorno sarai brutta, vecchia, sola o un po' stronza, desidero dartelo.
Voglio che lo consideri un amore senza condizioni.
Voglio che sia la tua rete di salvezza, buttati a fare quel che vuoi, sei troppo "viva" per non farlo, io sarò sempre li sotto ad "abbracciarti" se cadrai.
Ti volevo scrivere e spiegare perché dovresti condividere i tuoi bui (dio, non so se sia corretto come plurale di buio, speriamo bene), ma non ricordo più come volevo farlo.
Però lo sento dentro come un desiderio infinito.
Poter gioire insieme a te quando sei felice o aiutarti a portare un peso che ti trascini da sola da troppo tempo, entrambe le cose mi renderebbero felice.
Sono felice di sentirti scorrere nelle vene, quelle vene che mi fanno così impressione (forse perché mi ricordano l'estrema fragilità di tutti noi).
Non vorrei tu uscissi mai da me, sono terrorizzato che accada un giorno, vicino o lontano non importa.
Dico sul serio, oggi come oggi è l'unica cosa che mi faccia veramente paura.
Solo un desiderio chiederei ad Aladino ed alla sua lampada se potessi.
Chiederei di scambiarci la carne e lo spirito, anche solo per pochi minuti.
Potrei sentire quello che senti tu, e potrei finalmente bruciarti con la fiamma che mi divora ad ogni ora del giorno e della notte mentre ti penso.
Io temo che non riuscirò mai a fartelo capire come vorrei, se solo avessi le "tue parole" avrei maggiori canches, quelle dal sapore così armonico che hai utilizzato per la tua passeggiata tra i monti o per descrivere quando la nebbia inghiotte i tuoi pensieri.
La grammatica la imparerò, te lo giuro.
Ma tu non rinunciare a me, gli altri non potranno mai imparare ad amarti come ti amo io.
a 2014

mercoledì 12 dicembre 2018

Spire d'asfalto

e:
Ad un certo punto un tipo mi fissava
ed era un tipo che ti somigliava
per un attimo ho pensato stesse per chiamarmi
ma strade diverse ci hanno separato
inghiottendoci tra le loro spire d'asfalto
è una cosa che potrebbe succedere questa
non la escludo
anzi la accarezzo come la pelle di chi desidero
cambiare città all'improvviso
ricominciare da appena più di zero
sparire dalle persone che ti vogliono, 
che ti conoscono, 
che ti amano o ti odiano
permanere nei loro ricordi come un quadro, una fotografia
è già successo
ed è splendido

a:
Si è splendido, 
da un certo punto di vista
ma la bellezza che rifulge non è la mia, non è per me
dissolversi ed essere dimenticati per sempre
come si dissolvono i sogni
non essere mai esistiti, per gli altri, e un po' per se stessi 
quei pochi brandelli che resistono alla memoria diventano allucinazioni
echi lontani e silenziosi soffocati dalle grida di chi ti sostituisce 
echi destinati a svanire
è bellezza anche questa
cupa e oscura
come il destino mio
e il tuo

https://www.youtube.com/watch?v=PcvHNbDPaK0

giovedì 6 dicembre 2018

Prima aurora

E' tutto quello che ho per ora,
è il luogo della mia Signora

L'ala buia e segreta del castello,

dove non può seguirmi il mio fardello.

Lei sa che mi nascondo,

che do finalmente riposo al mio spirito vagabondo.

Meglio non ricordarle l'intrusione,

perché non avrà sempre questa fragile compassione.

Ha un passo deciso e musicale,

una mantella che avvolge il suo corpo sensuale. 

È bella la mia Signora,

dopo il buio
è la prima aurora.

martedì 4 dicembre 2018

La sposa venuta dal Il Cairo

Ho visto questa grande nuvola bianca passare, tutti ridevano e la prendevano in giro e mi è venuto da ridere anche a me perché doveva fare il controllo passaporti ma così bardata non ci passava.
Faceva tenerezza, tutti sghignazzavano e lei, invece, aveva la sua eleganza.
Seppur grosso e tondo il viso era bello, stava con la madre e non con lo sposo.
Ride la slavata tedesca, pensa di essere bella senza trucco invece è un mostro dal corpo diafano.
Dai che continuano con commenti pesanti questi qui dietro.
Deve essersene accorta la giovane sposa che stiamo starnazzando per lei, e di lei.
Si divincola con forza, defilatesi comincia a camminare a capo chino con passi piccoli e misurati, due a sinistra e due a destra.
Il sorriso si è spento, una bardatura di malinconia la ricopre, ma non sembra essere a causa nostra.
Chissà cosa pensa.
Mi sento soffocare anch'io pressato tra la mandria di bovini con passaporto in mano, esco dalla fila pestando un paio di calli.
Vorrei seguirla, ho paura si dilegui.
Consulto dei documenti facendo finta siano importanti, ma con la coda dell'occhio controllo lei sulla mia sinistra, attento che non mi scappi.
Che fa adesso, si ferma?
Guarda fisso per terra, ho la sensazione stia per piangere, non lo sopporterei.
Prendo il cellulare in mano e mi avvicino a lei con passo deciso, oso scattarle delle foto senza chiederle nulla.
Ho paura della sua reazione, ma lei ricambia mettendosi in posa, mi dona un sorriso.
E' solo per me.
Ne sono lusingato.
E' ancora misto alla malinconia di prima che poco a poco va evaporando.
Le giro le spalle e me ne vado deciso come mi ero avvicinato, deve aver capito che la trovavo bella, che non pensavo fosse un fenomeno da baraccone da immortalare.
Mi avvio nuovamente verso la fila di bovini con trolley, ma già sento la mancanza di quegli occhi, così mi volto ancora verso di lei
cercandoli di nuovo.
E' sempre li che sorride, mi sta accompagnando dolcemente con lo sguardo quasi a volermi proteggere; ma non ero io a dover proteggere lei?

Ho capito dolce sposa misteriosa venuta da lontano
Non avevi paura di esser brutta.
La tua era paura d'esser bella.

Non averne mai,
mai più.

a 2014

"Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato.
Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori, e là ti cercavo.
E io, brutto, mi avventavo sulle cose belle da te create.
Eri con me e io non ero con te.”
Sant'Agostino


lunedì 3 dicembre 2018

Foglio bianco

vorrei distruggere il mio viso
scarabocchiare la mia immagine riflessa
come si fa con i disegni non riusciti
e ricominciare
da un foglio bianco

sognare

di piacermi

mercoledì 14 novembre 2018

Voli di un'anima morente

Come un maratoneta
intrappolato in un tronco d'albero
la mia mente prova a spostare le sue radici
quasi fossero arti

Uno sforzo immane

senza risultato

Poi arrivano attimi perfetti 

e inaspettati
dove vola improvvisa con le ali degli uccelli
e visita posti a volte fantastici
a volte spaventosi

Quando fa ritorno al suo tronco

in solitudine
si chiede se quei voli torneranno
se siano mai stati reali
o strappi disperati 
di un'anima morente

mercoledì 31 ottobre 2018

Un Re sconfitto

Scalpitano gli zoccoli
del tuo cavallo bianco
sulle mie terre
ed il vento ne agita la criniera
come un antico vessillo.

Io sono un re sconfitto

giacché cadute sono le ultime difese
e crollate le mura
e le colonne del tempio
sotto i colpi degli arieti.

Io sono un re sconfitto

e già gli zoccoli del tuo cavallo
scandiscono metallici e superbi
gli ultimi spasimi del mio regno
mentre percorrono le scalinate
che portano alla reggia.

Io sono un re sconfitto

mentre l'orgoglio dei tuo i stivali
risuona nelle stanze del potere
e il bagliore dell'incendio
illumina il mio volto incredulo.

Io sono un re sconfitto

mentre in ginocchio
ai tuoi piedi implacabili
la spada depongo.

Sotto il tuo tallone di ferro

è il mio scettro.

Un re schiavo

per sempre incatenato
al carro di guerra del tuo trionfo.


Finalmente felice
di non esser più padrone del suo regno 
e del suo cuore.



a 2015

martedì 16 ottobre 2018

Caos emotivo, la fine

È come fossero esercizi vocali, per scaldare le corde, intervallati da gargarismi intellettuali.
Si intravede, anzi si intrasente, una voce potente, ma il canto non sgorga.
Gli esercizi sono sempre più complessi, poche voci vi ci possono cimentare con altrettanta audacia,
ma è tecnica pura.
È come fosse una macchina che simula amore, per fare e dire cose che ogni innamorato vorrebbe dare e ricevere, in una forma perfetta, ma senza anima.
Desiderio e necessità.
Non riesco a desiderarti, è colpa tua, non me ne hai dato il tempo.
La necessità azzera il desiderio.
Una volta respiravo attaccato ad una macchina, o forse ero solo un embrione che riceveva ossigeno dal cordone ombelicale.
Poi mi hanno staccato dal polmone d’acciaio, o semplicemente sono nato.
L’aria è entrata con violenza dentro di me, mi bruciava.
Per assurdo mi soffocava.
Ma è stato solo un attimo, di panico puro.
Passare da una forma ad un'altra di respirazione non è stato graduale, ha avuto bisogno di un veloce
quanto doloroso “apprendistato”.
Infine è risultato naturale.
Un bel passo avanti, posso respirare con i miei di polmoni.
Libero da chi mi teneva in vita posso ora viaggiare ovunque, in ogni direzione, magari per cercare la morte altrove.
Ma in questo mondo, ho scoperto, l’ossigeno non è in ogni luogo.
Tu vi manchi improvvisamente, girando l’angolo di una strada anonima, o camminando tra le gallerie di una metropolitana, nell’abbraccio spontaneo di quei due omoni che non si incontravano chissà da quanto.
Le prime volte che succedeva uscivo fuori di senno, terrorizzato.
Mi pietrificavo, e intanto soffocavo con gli occhi sbarrati.
Come successe a quella mostra tempo fa.
Mi mancava il respiro.
Ora, se accade , mi muovo, come si fa con il cellulare per cercare il segnale più forte, perché come ti ho persa ti ritrovo in una cosa altrettanto banale, in apnea, in una gatta che si alliscia il pelo in controluce.
Eppure questa necessità che ho di te, come di respirare, non mi ti fa apprezzare in pieno.
Sai, l’ho capito leggendo cosa mi hai lasciato.
Di una bellezza inaudita.
Altro che Cortazar.
Ma hai mai sentito qualcuno che ha tra i suoi desideri il voler respirare?
Il fatto che tu mi sia necessaria mi impedisce di cercarti nel desiderio.
La necessità soffoca il desiderio (l’ho già detto?)
Così rimane solo la paura che l’aria fugga via, che mi lasci senza vita.
Respirerei ogni cosa di te, come si respira l’aria viziata o satura di smog.
Qualsiasi cosa pur di respirare.
Se non avessi questa maledetta paura di perderti, se fossi sicuro di poter avere aria per sempre,
cercherei con ardore quella fresca del mattino, quella accompagnata dalla brezza marina, o quella pura tra gli abeti in alta montagna.
La tua aria più pregiata.
E invece sono schiavo di nuovo, pensavo di essermi emancipato dal gioco del polmone d’acciaio che mi teneva inchiodato ad un letto.
Un prigioniero in movimento, convinto d’esser libero perché vaga tra le cose, ma a ben guardare le sue catene sono evidenti.


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Le illusioni sono per l'anima quello che l'atmosfera è per la terra. Toglietele quella tenera coltre d'aria e vedrete le piante morire, 
colori svanire.

Virginia Woolf, Orlando, 1928
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Ricordi di Catrame

Vorrebbe dire che ho un minimo controllo dei miei ricordi, cosa che neanche in minima parte accade (ma non è detto che prima o poi non succeda), sarà un giorno sconvolgente, lo immagino così: io che scendo nelle viscere della terra: in fondo all'ultima galleria sotterranea, la più stretta e umida e scura, un piccolo bagliore mi avverte che lo scenario sta per cambiare.
Piena di graffi, sudore e polvere corro - per quanto posso - e mi affaccio a pieni occhi sul piccolo cono di luce che ormai mi acceca interamente le pupille come un tramonto che non smette di tramontare: la caverna del tesoro è lì, sotto la mia gola, posso finalmente tuffarmi in
un lago di cose preziose, diademi, gioielli di ogni forgia e colore, mentre riverberi fosforescenti scorrono lungo le pareti, come proiettati dalla palla luccicosa di una discoteca.
Nuoto tra i miei ricordi e li afferro a piene mani, scegliendo ora questo ora quello, come mai ho potuto fare in vita mia.
La felicità, e l'esaltazione, mi impediscono di avvertire il bruciore lungo le gambe, sui fianchi,
sulle braccia.
Più allegramente mi muovo per raggiungere ora questo ora quel gioiello più le lame profondamente mi incidono la carne, in un lento stillicidio per il quale morirò.
Come ho fatto, anche per un solo istante, a non ipotizzare che mescolati a quelli luminosi avrei ritrovato anche gli altri ricordi, neri, densi, soffocanti come il catrame.
Che stupida.


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è strano, quando finisce il mondo.
Tutti si affrettano a cancellare.
Altri a scrivere.
Non saprei dire chi sia il più stupido.
Buonanotte amore.

https://www.youtube.com/watch?v=NR95denip-E

a & e 2018
V 1928

martedì 9 ottobre 2018

Non sono pronto

Non sono pronto.
Non vorrei mai esserlo per questo.
Lo so che tutto finisce, ma non si può godere di una cosa bella nel presente pensando al dolore che ti darà non avendola più in futuro.
La consapevolezza che questo sia inevitabile la fa diventare brutta ora, da subito. 
Vorrei almeno la speranza che duri con me, con te, che ci sia almeno la volontà, l'impegno (da parte di entrambi non solo da parte mia) che duri.
Poi sarà il destino che deciderà, come sempre.
Il tuo approccio alla vita è sano, sicuramente più equilibrato del mio, ma forse l'avrei anch'io come lo hai tu se avessi coscienza che le cose belle di oggi verranno sostituite da altre sempre luminose, a volte di più, a volte meno delle prime, ma comunque interessanti e degne di esser vissute con gioia, con trasporto.
Chi è maniaco depresso vede invece la piacevolezza come un incidente, qualcosa che non doveva accadere e tuttavia è accaduto, cerca di aggrapparvisi con forza cercando di trasformare una collisione involontaria in un legame.
Non è possibile.
La gioia incidentale è il seme che farà crescere la pianta del dolore attraverso la privazione di qualcosa che si assaggia ma con cui non ci si sfama.
Un modo crudele di aumentare il mio appetito di felicità per poi privarmi ancora (e ancora) del suo pasto.
No, non sono pronto per questo.
Si, il futuro mi fa paura, soprattutto perché non ho un passato né un presente in cui rifugiarmi.
Se devo esserlo (pronto) dillo, non c'è altro modo di prepararsi che allentare la mia presa su te, di cominciare a soffrire subito, affinché il dolore futuro non incontri carne tenera e vulnerabile quando mi trapasserà come una lama, ma un massiccio callo che la contrasti.
Non sono pronto.
Non sono pronto ad essere qualcosa di diverso da quello che sono ora, con te.

a 2014

Se ti incontrerò

Quando i sentimenti sono troppo grandi, le emozioni sono troppo violente, l’anima inibisce il linguaggio, o lo rende scoordinato, più cerchi...