Per la terza notte viene a farmi visita una donna a fare l'amore, sempre la stessa.
E' senza viso, avvolto nella nebbia che lo protegge, ma gli occhi so essere bianchi come quelli dei posseduti.
Ha seni piccoli ed è magra, i capelli neri e lisci a caschetto, la pelle di un pallido diafano che fa intravedere le vene che corrono come autostrade attraverso il suo corpo nudo,
mi scova nelle terre oniriche dove mi rifugio e facciamo l'amore.
Lo facciamo su un balcone sospeso nel vuoto, sotto scorre una grande via trafficata che rimanda un sottofondo di clacson e motori brucia semafori, da questa altezza vertiginosa sembrano i modellini in scala che ho sulla bacheca.
Non sono a mio agio, non ho tutta questa voglia di accoppiarmi, ma la donna sa come sciogliermi, e quando sto per farlo vedo, attraverso il vetro che ci separa dall'interno della casa (presumibilmente la sua), due mocciosi che ci guardano.
Sono un maschietto e una femminuccia,
la bambina è trasandata ed ha il naso che le gocciola, tiene per i capelli una grossa bambola, trasandata anche lei.
Ha occhi grandi, e sembra che stia per piangere.
Il bambino invece è di due o tre anni più grande, credo ne abbia 7, sembra un piccolo selvaggio che stringe con forza il modellino di un grande trattore giallo, ha l'aria di volermelo spaccare in testa.
"Ci guardano"
"Che ti frega"
mi sussurra lei nell'orecchio mentre muove perfettamente sincronizzate tutte le parti del suo corpo sopra il mio.
Il senso di disagio non se ne va, anzi cresce.
Sopra il balcone c'è la grande terrazza condominiale, vi si affaccia un uomo con capelli brizzolati e il pizzetto scuro, vestito in tuta nera, che ci osserva morbosamente mentre mastica dolorosamente il chewingum
Penso sia il marito, ed un attimo prima di venire alzo di peso quella piovra che ha cinto i miei fianchi con le sue gambe tanto esili quanto forti e la lancio di peso sul lettino da sole al nostro fianco.
Credo di essere fuggito, perché mi ritrovo in tutt'altro ambiente, è un luogo strano dal forte gusto orientale, eppure questo mi risulta essere familiare, come non lo era l'appartamento della donna.
E' una lunga e stretta via pedonale, sulla sinistra tanti piccoli chioschi, alcuni talmente piccoli che c'entra a malapena una poltrona dietro il bancone di legno.
Così è il mio, ha una serranda che si alza, il bancone è sovrastato da una specie di tela con disegni misteriosi, la tela ha un grosso buco da dove la gente inserisce il suo braccio, ed io le leggo la mano.
Il mio compenso viene lasciato in una cassetta ai miei piedi, è una feritoia alla base del bancone dalla quale ogni tanto entra ed esce un grande gatto tigrato.
Non vedo i loro volto, ascolto le loro voci e leggo le loro mani.
Ho iniziato questo lavoro che già il sole era calato, mentre facevo l'amore con la giovane donna invece era alto nel cielo, e faceva caldo, la ringhiera del balcone me la ricordo infuocata, qui invece è sempre più umido e fresco, e con all'avvento delle tenebre il freddo comincia ad entrare nelle ossa.
L'acqua si alza dal pavimento, ha invaso il piccolo chiosco sollevandosi dalla via pedonale ormai deserta e senza luci, tutti gli altri chioschi sono serrati, l'acqua si fa sempre più alta come a Venezia senza il Mose, adesso mi ricordo perché la notte non posso dormire qui.
Non ho una casa, lavoro di giorno come veggente e la notte sono destinato a vagare per luoghi deserti camminando per non soffrire il freddo assalito da un sonno atavico.
La notte, le notti, sono lunghe da passare.
Mi ritrovo a camminare sul ciglio di questa strada panoramica che da sul mare, raramente passa una macchina e quando lo fa si sentono stridere i pneumatici nelle curve prima ancora di intravederne i fari che squarciano il buio.
Mi appiattisco sul muretto di contenimento al loro passaggio, sfrecciano facendomi il pelo, non provo a fermarle, non saprei cosa chiedere come destinazione, perché non ne ho una, devo solo far passare il tempo che sembra rallentare di minuto in minuto, quasi a volermi cristallizzare in questo istante.
La strada e le sue mille curve dominano il mare da una quarantina di metri, posso ammirare la luna che vi ci specchia.
E' davvero un bel posto, cerco il cellulare per fotografarlo, ma non ho un cellulare, o semplicemente non lo trovo, questa cosa aumenta il mio senso di isolamento, non so bene che dovevo controllare sul cellulare, a chi dovessi mandare la foto, ma è probabile che fossi tu, sei l'unica a cui scrivo.
Poi la strada prende una via più interna, il mare nero come la pece non lo vedo più, sento solo in lontananza le sue onde che si infrangono adirate sulla scogliera.
Ora è un piazzale che ho raggiunto, qui c'è un grande capannone industriale, dove entro subito per cercare un po' di pace e un poco di tepore.
Nel capannone ritrovo la donna con il caschetto nero, stavolta gli occhi sono profondi e neri, ma il viso ancora non si vede.
Abbiamo una discussione, su cosa non ricordo, litighiamo come se ci conoscessimo da molto, invece mentre facevamo l'amore sotto il sole mi sembrava poco più di una sconosciuta.
Mi chiede che fine ho fatto, io le rispondo evasivo come sempre, perché ho sempre odiato dare spiegazioni, soprattutto se non ne ho alcuna.
Lei, senza che la interrogassi, invece mi da le sue, ed io capisco che era con un altro pochi attimi fa, ecco su cosa stavamo discutendo.
Le chiedo se ha fatto l'amore con quell'altro, ma non mi risponde, sorride con gli occhi, un po' beffardi un po' dispiaciuti.
Le metto una mano sul lungo collo (cosa che mai farei senza sognare) e la alzo di peso con il braccio sinistro, con il destro le tasto il viso senza alcuna delicatezza, per sentire i suoi lineamenti che non riesco a vedere (il tatto oltre la vista).
Poi la lascio, in preda alla vergogna per lo scatto d'ira e di gelosia.
Mi guarda con dolcezza ora, e mi sussurra con la voce un po' rauca di chi ha appena liberato la sua trachea da una mano che la mordeva:
"io vado da chi mi chiama, non lo sapevi?"
Quelle parole mi gelano il sangue,
mentre quei dolci occhi neri continuano a scaldarmelo.
Inchiodato a un letto di ospedale
con i ferri nelle ossa
le ferite che non davano tregua
che inzuppavano di sangue le lenzuola
ero sorridente
lo sono stato sempre
anche quando non mi vedeva nessuno
Ti sembrerà incoerente
tanta positività in una mente che pensa di darsi la morte
eppure non lo è
è la vita che è dentro di me che comanda
digrigna i denti al demone che mi rappresenta
pensa al posto mio
vuole, desidera, chiede
dice che lo fa per me
intanto mi infligge la reclusione nell'angolo più buio
mi obbliga alla prigionia delle carceri nel mio stesso castello
trattato come un pazzo in catene
per il suo stesso "bene"
a impedirne il ferimento
Essere vivi è un'illusione
è la vita che vive se stessa
non noi
per farlo ha bisogno di coscienze docili
che non si ribellano
coscienze vergini
alle quali verrà promessa una qualche felicità
rese arrendevoli al dolore
e poi, alla fine, condotte al macello
Mi è caduto subito l’occhio su quel particolare, prima
ancora di leggere il contenuto del biglietto, lì sotto la pioggia, in
quell’ibrido di luce e tenebra.
Forse è una cosa che non ti piacerà, già lo so.
Ho notato quella piccola imperfezione, un’indecisione nel
tratto, un punto interrogativo che si sovrappone alla parentesi, e poi ancora
punti interrogativi.
Ho sentito l’esitazione, tua, e forse anche un po’ di
nervosismo (c’era qualcuno che ti pressava mentre scrivevi?), l’ho percepita
sulla pelle, mi è sembrato come di udire il battito del tuo cuore accelerato,
insieme al mio che lo ascoltava.
Era come un balbettio dell’anima.
Qualcosa di magico, che la scrittura digitale non potrà mai
rendere.
Qualcosa che forse ti fa inorridire, ma che rende ebbro di
piacere me.
Lo sai vero che effetto fai agli altri.
Appari bella, di una bellezza superba, invincibile.
Impossibile da amare, forse anche da desiderare.
Inafferrabile come una dea e lo splendido e folle diamante della
“tua” canzone (di cui mi sono innamorato).
Eppure anche gli dei invidiano la nostra mortalità, e le debolezze che porta con
se.
Solo noi, esseri imperfetti e colmi di paure, siamo in grado
di amare, di vivere così intensamente, proprio perché sappiamo di essere già
morti.
Alcune volte ho paura di te, perché
nella tua apparente perfezione non lasci spiragli, non concedi speranza.
Quelle volte che mi fai (Intra)vedere una tua debolezza mi
batte il cuore all’impazzata, si risveglia pieno di ardore, pronto a proteggere
e ad amare quel tenero e debole fagottino che gli hai donato.
Fai bene ad esserti resa di scorza dura e scintillante, e
deve essere stato tanto faticoso indossarla.
Ti hanno fatto soffrire, l’hai dovuto fare, quella scorza ti ha fatto sopravvivere ieri e ti protegge oggi.
Fai bene.
Ma io sento che mi parli da lì dietro, parli un linguaggio
che capisco, mi chiedi qualcosa nella mia lingua.
O forse è talmente grande il desiderio che tu lo faccia che
oramai sento le voci.
Continua a proteggerti, ma fai vedere a qualcuno
quello che hai dentro, “prima che il giorno ti rubi la luce” risplendi della
tua bellezza segreta, una cosa così bella non puoi tenerla solo per te.
Lascia che qualcuno, prima o dopo, si accorga di te, mortale
che vivi sotto le sembianze di dea.
Non devo essere necessariamente io, mi tremano le vene al
solo pensiero, al desiderio.
Se pensi che il “tuo” uomo sia degno di tale dono non
privarlo di questo.
Io quello che sono riuscito ad avere me lo tengo stretto per
sempre nel petto come il più prezioso dei regali.
La foto nella mia ultima opinione è una donna bellissima e
sensuale che slancia il suo petto come a volersi svelare, senza pudore ci
mostra i suoi seni turgidi che incorniciano la sua ferita ancor più splendida.
Sembra di cuoio la sua scorza, ma sotto nasconde morbida
pelle infuocata.
Non lo so che festa era ieri, forse hai ragione, non era la festa del padre biologico, ma non dovrebbe esserlo neanche del padre assente, del padre padrone, di quello anaffettivo, oppressivo, egoista, violento "la festa del papà è una ricorrenza civile diffusa in alcune aree del mondo, celebrata in onore della figura del padre, della paternità e dell'influenza sociale dei padri" ho trovato questa definizione in rete, e questa non sarebbe d'accordo né con te né con me, estenderebbe la festa a quasi tutti i padri, probabilmente anche quelli solamente biologici se provano anche un poco di amore verso la loro prole, riprendendo il concetto generico di paternità. Tuttavia la definizione mischia il concetto di padre con il termine, poco musicale e in parte buffo, di papà. Padre - uomo che ha generato uno o più figli, considerato rispetto ai figli stessi Papà - Padre, è voce affettuosa ad indicare il padre in ambito famigliare io ci trovo una grande differenza, se è (stata) la festa del padre, andrebbero festeggiati tutti coloro che generano, se lo è del papà solo coloro che sono amati dalla loro prole, che generano un sentimento di affetto nella stessa. Se non avessi sentito di chiamare tuo padre, ieri, è chiaro che non sarebbe stata neanche la festa del tuo. Se non ti sei sentita di chiamarlo, in vita, con quel termine sgorbietto che tanto detesti è triste, anche se giustificato dalle sue mancanze. Era padre ma non è stato un papà, non ha saputo proteggere e amare il tuo cuore infante. Che dovrei dire del mio io? Sapendo che ho fatto un incidente grave ha trovato il tempo di chiamarmi solo dopo 30 giorni dall'operazione, "fatti coraggio" mi ha detto. Sapendo quello che accade in Italia e nel mondo è riuscito a mandare un solo messaggio, "come va li?" Ma io non ho bisogno del suo amore, da molto, troppo tempo. Non è una vendetta, non ne ho bisogno davvero, la riprova è che non ho bisogno neanche dell'amore di mia madre, dei fratelli, degli zii, di cugini mi basta stiano tutti bene, loro non possono aiutarmi. non può aiutarmi il loro amore.
Abbiamo già parlato di questo. "Se penso a ieri sera, rivedo tutti i padri che hanno lasciato Bergamo adagiati nei camion militari, per andare a svanire definitivamente altrove, soli come negli ultimi giorni della loro vita, privi del calore dei loro figli disperati" Sapevo che lo avesti pensato, pensato senza retorica, e che ti avrebbe fatto male il pensiero. Ho imparato ad amarti per questo. Addolora anche me, tuttavia provo un senso di fastidio, a tratti rabbia, nella consapevolezza che buona parte di quegli anziani sono stati soli ben oltre gli ultimi giorni della loro vita, privati del calore dei loro figli da sempre, basta vedere come vivono in abbandono, dimenticati da qualche parte. Negli ospedali li vedo quasi sempre morire in solitudine nelle città li vedo invecchiare in solitudine. Per quelli che invece erano amati deve essere stato tremendamente nuovo doversi così traumaticamente separare. Ma quando si soffre non c'è affetto che ti scaldi, pensi solo al dolore non vedi l'ora che finisca, non pensi più a niente, non conta più niente, il dolore colma tutto, è come precipitare in un pozzo nero dove l'umanità ha gettato tutti i suoi lamenti. Dentro il pozzo il mondo, e i suoi affetti, non ha più un senso. Abbi pietà di tuo padre e di te farà bene a entrambi. Quando è nata la piccola mi sono subito sentito diverso, la amo la penso continuamente sono infinitamente preoccupato per lei sento la mia vita che non mi appartiene più che appartiene a lei Questo mi rende padre anche se non un papà.