lunedì 8 aprile 2019

Supplizi ai cuori audaci

Il dolore.

Se lo ascolti bene puoi sentire la tua anima.
Cercare la felicità è il più stupido dei vizi.
Sono nato felice, come tutti
eppure è la mancanza di felicità che mi ha fatto crescere.
Il dolore, non la felicità.

Sono quello che sono per quello che ho dovuto patire.
La gioia è figlia del tormento, frutto dalla breve vita.

Un cuore che soffre è tutto quello che ho,
è quello che sono.

Gli alberi sono sereni.
I sassi sono felici, senza pensieri.
I pensieri portano, invece, disperazione.


Auguro una vita serena a tutti i cuori pavidi,
e supplizi ai cuori audaci.


mercoledì 27 marzo 2019

Anima nera

Rendono triste anche me i miei pensieri.
Ancora di più perché sono i miei, non di qualcun altro che puoi allontanare.
Sono combattuto tra l’andarmi a nascondere per essermi mostrato tanto brutto come sono
E il venirti a cercare per la paura di averti persa.

Mi ricordo che durante il servizio militare avevo un commilitone al quale mi ero legato
Bravo ragazzo, eravamo in sintonia su molte cose
Finché mi racconta una cosa, scopro che aveva lavorato al mattatoio
Avevo solo una conoscenza superficiale di quello che succedeva là dentro
Immagini che avevo visto in filmati televisivi, immagini per me scioccanti
Di crudeltà e violenza inaudita, occhi impauriti  e imploranti
Che appartenessero ad animali e non a persone per me non faceva differenza alcuna, anzi
Forse era un aggravante
Non solo ci aveva lavorato
ho capito che lo trovava divertente uccidere quelle povere bestie
Ho cercato di calmarmi, di pensare alle cose buone e giuste che faceva quel ragazzo
Lo avevo aiutato per questo
Ho provato a riparlarci, ma sono bastate poche parole fuori posto per farmi infuriare
Avrei voluto condurlo al macello come ha fatto con le sue vittime indifese.
Non vedevo l’ora di non incontrarlo più, di cancellarlo dalla mente,
ogni volta che pensavo a lui pensavo alle cose orribili che aveva fatto
mi dava anche fastidio giudicarlo ad essere sinceri
trovavo pretesti per non frequentarlo, per trattarlo male perché non volevo si sentisse giudicato per quella discussione, facevo in modo che sembrasse superata.
Mi sembrò che ci fosse rimasto male, che tenesse al mio giudizio.
Che senso avrebbe avuto discutere ancora su quella cosa?
Non si può insegnare una cosa così, o ce l’hai dentro o non la capirai mai, anche spiegata in un milioni di modi.



Lo so che non puoi, non riesci e non vuoi tollerare qualsivoglia violenza che sia anche solo pensata
Non te lo chiedo.
Ti chiedo solo di credere che non ho mai fatto del male a nessuno volendolo
Ho “solo”, alcune volte, reagito con una violenza doppia o tripla a chi ha cercato di farne a me o a qualcuno che non poteva reagire.
La frase era infelice, frutto di un pensiero infelice, me ne rendo conto.
Ma era dentro di me prima che sfogasse fuori, veniva dalla parte buia della mia anima, quella più nascosta e impresentabile.
È un'eredità ancestrale, la devo ai miei padri predatori, si passa di generazione in generazione e aspetta che serva di nuovo.
È un peso doverla ereditare, poi portare, e infine trasmettere come un morbo.
Un peso grande per me, perché non posso allontanarla come feci con il commilitone.

Spero che la tua memoria ti faccia dimenticare
Vorrei poterlo fare anche io
Ti giuro su quello che ho di più caro che soffro nel veder soffrire, soffro molto del dolore altrui
Questo mi garantisce di non poter mai far del male, anche se ne avessi l’istinto.
Vorrei non perderti.



martedì 19 marzo 2019

La nuvola e le frecce


L’hai mai provata una gioia da piangere disperata?
Come fosse finito un incubo, o che qualcosa di assolutamente insperato si fosse avverato, un miracolo inatteso, uno scampato pericolo per te o per qualcuno che ami.
Un pianto dirotto che ti lascia uno straccio, che ti svuota delle tossine accumulate, che sfoga in un sol attimo paure, ansie, incomprensioni, eppure ti rende felice.
Un pianto così, una tale felicità, presuppone un dolore, una frustrazione da cui ci si libera.
E più è il male covato, in tutte le sue forme, tanto maggiore è il godimento di cui ci nutriamo espellendolo.
Si, hai ragione, la nuvola e la freccia non possono vivere l’una senza l’altra.
Né morire.
La nuvola nutre solo un corpo martoriato dalle frecce, il male ci spreme come spugne e ci priva di ogni cosa, ma allo stesso tempo ci rende la capacità di assorbirne di nuove e belle, anche se il processo non è senza dolore.
L’estasi ed il tormento non possono vivere separati, non in questo mondo.
L’amore non arriva mai ad un’anima forte, sana, questo l’ho imparato a mie spese.
La quinta essenza della vita che cerca solo chi la vita non l’ha dentro, ma solo fame di essa.
Un assurdo paradigma.
Chi ha tante passioni, tanti amici, tanti motivi per vivere non potrà mai sapere cosa si prova ad averne uno solo che li racchiude tutti insieme, in un solo volto, in una sola voce.
 Quel terrore indicibile che si prova temendo di perderlo, l’aria che senti mancare quando non c’è, la gioia folle che ti lacera il petto quando rivedi quel volto, ascolti la sua voce.
È così che mi sento quando leggo le tue parole abbandonate per me sul monitor.
Io non l’ho mai vista una persona “sana” impazzire di gioia per questo.
Io non ho mai visto una persona “sana” impazzire di gioia.
Se pensi che io non possa amarti perché mi sento solo, ferito, impaurito, frustrato, e chi più ne ha più ne metta ti sbagli di grosso.
Non ho gli occhi foderati di prosciutto, ci vedo benissimo.
Nessuna “svista”.
Ho tanta paura che tu non sappia di cosa parlo.
Le persone non si amano solo per la chimica, la passione si che, almeno all’inizio, può annebbiarti la vista.
E non si amano solo perché imparano a conoscersi, col tempo ad apprezzarsi, quello è affetto, stima.
Tu non sei un accessorio in tutto questo mia cara, sia la scintilla divina.
Quella che permette la combustione dell’aria satura di cose corrotte di divampare in un’enorme fiamma purificatrice.
Una fiamma che ti brucia con forza le viscere ma che dona calore a chi la riceve.
Non basta una persona qualsiasi per questo.
Ad ognuno serve la propria, la mia eri tu.
So già che non farò una bella fine, non sono un illuso, anche se mi piace sognare.
Mi aspettano nuovi tormenti quando ti verrò a noia, quando più nessuna curiosità alimenterà il tuo sguardo che si poggia su me, quando mi sostituirai con altro, altri.
Ma che colpa ne avrai di questo amore?
Ed io?
È un libro già scritto, e tutte le mie forze non cambieranno le sue pagine.
Mi batterò e scalcerò furiosamente per ribellarmi, sciocco che sono.
Non dovevi fare qualcosa per ricevere questo “credito emotivo” (nutro antipatia per questo termine, scusami), perché mai avresti dovuto?
Che diavolo di amore sarebbe mai quello?
Qualcuno deve pur darlo senza un motivo apparente, logico.
Non trovi?
Se tutti aspettassimo di riceverne per contraccambiare il mondo sarebbe in stallo.
Non chiede niente in cambio il mio amore per essersi donato, non sarebbe tale se così fosse.
Chiede solo che non lo mortifichi chiamandolo “svista”, “malinteso”.
Ti supplico, è solo per te.
Che beffa sarebbe se a tutto questo tu non riesca neanche a credere.
Gli occhi mi fanno male.

a 2014

domenica 24 febbraio 2019

The maze

I had a nightmare,
I lived trapped in another's life,

getting down to hell is not difficult,
it's just a moment,

but many lives,
and many deaths
they cost me
learning how to move,
in its never end labyrinth.

Alone

martedì 19 febbraio 2019

L'uomo delle tisane

Un grande edificio, un grattacielo mancato, colmo di colletti bianchi,
io aspetto fuori, non so dire se sia uno di loro uscito in anticipo o se è per puro caso che mi trovi lì.
Questo alienante posto di lavoro sputa dipendenti direttamente nel piccolo piazzale sottostante che da sulla fermata di un treno urbano, una specie di metrò in superficie.
I cancelli d'accesso sono chiusi, ma intanto gli uffici continuano a rigurgitare colletti bianchi tutti uguali, pinguini con camicia e valigetta che marciano in file da tre.
Tra di loro, forse, anche l'uomo delle tisane.

Ben presto la folla si fa eccessiva nel piccolo piazzale, in pochi minuti siamo tutti pressati come sardine nella propria scatola. 
Qualche zingarello ne approfitta per rovistare nelle tasche.
Si alzano i primi lamenti, poi seguono le vive proteste.
“Aprite per dio” qualcuno grida alle mie spalle.
Finalmente si aprono i cancelli con assordante rumore di ferraglia, la folla comincia a scorrere come un fiume in piena tra i corridoi della piccola stazione.
Non so dove sto andando, non so dove devo andare, ma contrastare quella mandria impazzita che mi trascina non mi sembra possibile, non ci provo neanche.

La corrente del fiume continua impetuosa la sua corsa sino alla banchina dei treni.
Il gregge si ferma ai bordi della striscia gialla, tutti con gli occhi sbarrati a fissare i binari che rimandano riflessi di ogni tipo, 
gelidi ed eterni ci guardano con sufficienza mentre una musichetta indistinta gracchia dai miseri auto-parlanti.

Il treno arriva in un paio di minuti, come fossero le paratie di una diga le porte si aprono, 
il fiume scorre di nuovo inondando i vagoni come l’acqua riempie un bacino artificiale.
Una mistura di odori fra cappotti, sudore, aliti pesanti, e terribili deodoranti simili all'insetticida rende l’aria irrespirabile.
Di nuovo pressati all'inverosimile, una donna struscia su di me i suoi giovani glutei,
mi ricorda un episodio di quando ero ragazzino, ma di s#### non si parla, si sa.

Il treno continua la sua corsa, ad ogni fermata il livello dell’acqua scende, addirittura si liberano posti a sedere.
Ora, finalmente, posso respirare a pieni polmoni.

Mi siedo e guardo le mie mani, sono screpolate, poi, curioso, inizio a guardare il paesaggio che scorre, prima prettamente urbano, con i suoi graffiti e i palazzoni anonimi privi di colori, poi gradualmente sempre più periferico.
Solo in quel momento mi chiedo dove sto andando, ma soprattutto dove cazzo dovessi scendere.
Ma non lo so, o non so di saperlo.
Continuo la mia corsa, sperando che una di quelle tante fermate mi chiami per nome.

La città è finita, ora il treno corre in aperta campagna, le fermate si fanno meno frequenti.
Il freddo diventa sempre più intenso, pungente.
La luce sta scemando, apparecchia la tavola alle tenebre che stanno arrivando, pronte a cibarsi dei pochi superstiti non ancora salvi nei propri nidi.
Una fermata è particolarmente prolungata, escono appena un paio di persone dal vagone,
ma il treno rimane a porte spalancate per interi minuti, forse un quarto d’ora.
Minuti interminabili nei quali la penso.

Un vento gelido percorre il convoglio, entrano anche gocce di pioggia miste a nevischio con lui,
imbucate alla festa senza invito.
Quasi rimpiango la calda folla di un’ora prima pur con i suoi terribili odori.
Finalmente riparte.
Fuori è solo oscurità, il paesaggio è ora indistinguibile anche per la nebbia, i vetri riflettono oramai solo le luci provenienti dall'interno.
Sono un po’ preoccupato, non ho sentito nessun richiamo, ed ho paura che le fermate utili siano finite.
L’unica cosa che mi rasserena è che non sono ancora rimasto solo, tre o quattro persone che leggono sono la mia compagnia.
Una veramente guarda fuori, come me, o almeno tenta di farlo.
Cerco il suo sguardo, per un attimo si incrocia con il mio.
È la prima persona che mi nota da quando siamo partiti.
Ormai guardo solo lei.
Si è alzata, sta per scendere.
La scorto con gli occhi.
In quei pochi attimi devo decidere, se andare con lei o rimanere sul vagone.
È vero, mi ha scrutato, più di una volta, ma non sembrava molto amichevole .
Penserebbe che la sto pedinando, siamo rimasti solo io e lei ormai.
Forse ha anche paura di me, può aver pensato che io sia un malintenzionato, che le voglia penetrare l'anima, e non solo.
Troppe pippe mentali,
lei è già scomparsa, le porte si sono richiuse e il treno ripartito.

Solo ora me ne rendo conto,
mi trovo all'ultimo vagone, e sono solo.
Dove sto andando?
Fottuta angoscia, mi stai divorando.

Indosso solo una primaverile giacca di pelle, le tenebre hanno portato con se un freddo terribile, ho le mani ghiacciate e piccoli tremori mi assalgono.
Le luci al neon del vagone si fanno sempre più tenui, cullato dal rollio del treno, e dalla melodia di ruote ferrate che corrono sui binari, mi raggomitolo in posizione fetale, adagiato su tre sedili duri e freddi come pietra.

Non ci saranno altre fermate.

Cerco di prender sonno.

Forse per sempre.

(dedicato ad un mio commilitone)

a 2015

giovedì 31 gennaio 2019

Sala d'attesa

E' una grossa vetrata, al terzo o quarto piano di uno stabile, e di fronte alla vetrata c'è la mia scrivania, con un PC al centro e dei libri adagiati sui due lati.
Il pomeriggio è tardo, le 17 - 17:30 circa, tale è l'oscurità che sembra notte fonda.
Il cielo, carico di nuvole minacciose, lo rende ancor più tetro di quanto già non faccia questa terra del nord dai toni anglosassoni, ed il rigido inverno suo compagno (contaminazion-e).
La grande stanza è illuminata da due sole luci, provenienti dal monitor del vecchio PC, e da una piccola abat-jour sullo scaffale della libreria.
Tutto è in penombra, neanche si capiscono i colori dei mobili o della tinta sui muri.
I quadri e le foto appese riflettono immagini indistinguibili, confuse, non solo per il buio della memoria.
Sento che sono solo, non c'è altra vita in quest'appartamento, forse neanche la mia, sono spento, in esaurimento, una pila esausta.
La vetrata affaccia su un piazzale, lo domina dall'alto, deve essere la banchina di un porto.
Non vedo navi o traghetti attraccati, ma file di auto attendono pazienti con i motori spenti di fronte ad un mare agitato, mentre il personale controlla le carte d'imbarco e transenna diligentemente l'area.
Pochi rumori arrivano nella stanza, i doppi vetri attutiscono quasi tutto, solo un leggero brusio e qualche rumore meccanico filtra timidamente, rimango in piedi davanti alla finestra mentre soffia un vento minaccioso e le nuvole sono cariche, ma solo poche gocce di pioggia si schiantano sui vetri gelidi.
Noto l'impronta di una mano, sul lato destro, cosa che odio più di ogni altra.
Mi chiedo di chi possa essere, visto che mai ricordo di aver poggiato il mio palmo lì sopra.
La domanda si dissolve in un sospiro tanto rapidamente quanto velocemente si è insinuata nella mente: ha forse qualche importanza ora?
Sono rapito dalla vita che scorre lì sotto, non da qualcuno o qualcosa in particolare, ma dal movimento sincrono di mezzi, luci e persone nel loro insieme, sembrano un grande ed unico essere vivente mentre si muovono ordinatamente sul piazzale.
Mostri di ferro vengono su quella banchina a divorare mezzi e anime che scompaiono nelle loro grandi pance.
Altri vengono a vomitarli.
Tutto è così vitale, anche se meccanico.
Non so con esattezza quanti anni possa avere, non ho particolari acciacchi, né mi sento particolarmente debole, intuisco solo la mia età dallo stato d'animo, che s'addice ad un recipiente svuotato o troppo colmo.
Ho tanti ricordi, magari dolorosi, ma tanti.
Non sono cosciente di quali siano.
Non sono loro che riempiono l'anima, è evidente, non mi sentirei un vuoto a perdere, altrimenti.
Non ho aspettative, non vedo un futuro, non lo sento neanche se è per questo.
Vivo solo nel presente, in questo presente sospeso e silenzioso, odiosamente solitario, sembra quasi un'anticamera, la sala d'attesa prima del capitolo finale.
Le sale d'attesa si somigliano tutte, piene di riviste inutili, buttate lì alla rinfusa, senza un criterio, sfogliarle nervosamente e distrattamente aiuta a vincere la noia e l'ansia di dover varcare la soglia di una porta dietro la quale non sappiamo cosa ci attende.
Faccio lo stesso con le giornate che trascorro qui dentro, nella mia stanza a vetri.
Non sono particolarmente angosciato, almeno non mi sembra.
Non è un incubo, ma certo non è un bel sogno.
Neanche mi disturba troppo questa assenza, di figli, di amici, di parenti, di eventi.
Faccio degli sforzi ogni tanto, ma non troppi, alla ricerca di qualche ricordo, di un volto, o uno sguardo del mio passato, però non so se mi consolerebbe, in qualche modo, la compagnia di una di queste cose.
Piuttosto è l'apatia che indosso, a disturbarmi.
Ci sono sogni che sono più reali di altri, e questo lo è (stato).
Quasi una sbirciatina sul futuro.
Quando sarà, un giorno, forse non lontano, chissà se mi conforterà il ricordo della tua voce mai sentita, ma tante tante volte agognata, mentre mi sussurra "t'amo".
Ricorderò di averlo urlato io stesso tra i monti?
Bisbigliato alla magnolia?
Confessato ad un gatto, come un peccatore al suo confessore?
Scarabocchiato sulle pareti degli ascensori e dei vagoni con accanto il "tuo" nome?
Scritto su un foglio ed affidato ad una pianta che orna la salita dei Borgia?

https://www.youtube.com/watch?v=pxvOxqNS7Kg

a 2014



lunedì 21 gennaio 2019

Catene

Non sa più quanto tempo sia passato da quando è rinchiuso 
non è possibile dire se sono mesi o anni 
non immaginava sarebbe rimasto tanto, 
che avrebbe dovuto tenere un conto, 
che un giorno si sarebbe chiesto "quant'è che sono qui?".
Un ibrido di carne e ferro, 
fusione di ruggine e sangue, 
le catene sono oramai parte di lui, 
l'uomo che viveva senza di loro non solo non esiste, mai è esistito.
Inutile chiedersi se l'oscurità totale sia dovuta a cecità sopravvenuta o alla tenebra che avvolge tutto, 
trapassa l'epidermide come tanti piccoli uncini che vanno ad aggrapparsi all'anima poco sotto.
ha senso chiedersi se si possiede la vista vivendo in un universo senza luce?
.........
a 2016

(ai tuoi occhi che non chiedono luce, ma me la donano)
(dillo al dottore, domani, quando li visiterà)

sabato 5 gennaio 2019

Il Bunker

Le arrampicanti nascondono la mole del mio cemento,
c'è un vecchio dentro di me che fa la guardia
al passaggio che conduce in tenebre affamate.

Mi sei passata accanto inquieta,
m'hai guardato come si guarda un luogo dell'abbandono,
curiosa,
ma timorosa.
Mi hai sentito?
gridare
oppure queste mura inghiottono anche i suoni oltre le anime?

Mi sento male
sto male
ma vedo cose belle
credo di vederle con i tuoi occhi 
perché i miei ormai sono squarci di buio in un mondo di luce,
nere feritoie che una volta sputavano fuoco.

Sono un bunker dimenticato
un bunker solo
che collassa sotto il suo peso
ma tu passami ancora accanto
ancora una volta.

Nel tuo prossimo viaggio a Glurns 

https://www.youtube.com/watch?v=trFrh6EuUTk&list=PLDSL6b-R0v9OCg0nzZS1V8Qm_PPU2yYQU&index=1

mercoledì 19 dicembre 2018

L'emozione vive nell'illusione

L'emozione vive nell'illusione,
si nutre di essa.

La verità è apatia,
odiosa dittatrice
che tutto di-strugge.

a 2014

venerdì 14 dicembre 2018

Come creta


Si, vai a vedere il mare, la temperatura è buona.
Cammina a piedi nudi sulla spiaggia, respira a pieni polmoni la salsedine.
Divertiti più che puoi, ridi, piangi, balla, canta, ama, odia, s####, mettiti nei guai se vuoi, ma fa quello che senti, non ti limitare.
Non sei fatta per avere limiti, né per porli ad altri.
Avrai sempre il mio amore nella forma che vorrai.
Non devi pensare sia fasullo per questo, è come la creta, nata per essere plasmata dalle tue mani.
la creta è se stessa qualunque forma essa prenda, è felice nel diventare ciò che tu vuoi che sia.
è la sua natura.
Voglio che il mio amore sia una veste morbida per te, che una volta indossata non ti "costringa" a nulla, che segua le tue forme accarezzandole e dandole calore senza limitarne i movimenti.
Ho una voglia pazza di prendermi questo impegno con te, il mio amore lo avrai sempre, anche se un giorno sarai brutta, vecchia, sola o un po' stronza, desidero dartelo.
Voglio che lo consideri un amore senza condizioni.
Voglio che sia la tua rete di salvezza, buttati a fare quel che vuoi, sei troppo "viva" per non farlo, io sarò sempre li sotto ad "abbracciarti" se cadrai.
Ti volevo scrivere e spiegare perché dovresti condividere i tuoi bui (dio, non so se sia corretto come plurale di buio, speriamo bene), ma non ricordo più come volevo farlo.
Però lo sento dentro come un desiderio infinito.
Poter gioire insieme a te quando sei felice o aiutarti a portare un peso che ti trascini da sola da troppo tempo, entrambe le cose mi renderebbero felice.
Sono felice di sentirti scorrere nelle vene, quelle vene che mi fanno così impressione (forse perché mi ricordano l'estrema fragilità di tutti noi).
Non vorrei tu uscissi mai da me, sono terrorizzato che accada un giorno, vicino o lontano non importa.
Dico sul serio, oggi come oggi è l'unica cosa che mi faccia veramente paura.
Solo un desiderio chiederei ad Aladino ed alla sua lampada se potessi.
Chiederei di scambiarci la carne e lo spirito, anche solo per pochi minuti.
Potrei sentire quello che senti tu, e potrei finalmente bruciarti con la fiamma che mi divora ad ogni ora del giorno e della notte mentre ti penso.
Io temo che non riuscirò mai a fartelo capire come vorrei, se solo avessi le "tue parole" avrei maggiori canches, quelle dal sapore così armonico che hai utilizzato per la tua passeggiata tra i monti o per descrivere quando la nebbia inghiotte i tuoi pensieri.
La grammatica la imparerò, te lo giuro.
Ma tu non rinunciare a me, gli altri non potranno mai imparare ad amarti come ti amo io.
a 2014

mercoledì 12 dicembre 2018

Spire d'asfalto

e:
Ad un certo punto un tipo mi fissava
ed era un tipo che ti somigliava
per un attimo ho pensato stesse per chiamarmi
ma strade diverse ci hanno separato
inghiottendoci tra le loro spire d'asfalto
è una cosa che potrebbe succedere questa
non la escludo
anzi la accarezzo come la pelle di chi desidero
cambiare città all'improvviso
ricominciare da appena più di zero
sparire dalle persone che ti vogliono, 
che ti conoscono, 
che ti amano o ti odiano
permanere nei loro ricordi come un quadro, una fotografia
è già successo
ed è splendido

a:
Si è splendido, 
da un certo punto di vista
ma la bellezza che rifulge non è la mia, non è per me
dissolversi ed essere dimenticati per sempre
come si dissolvono i sogni
non essere mai esistiti, per gli altri, e un po' per se stessi 
quei pochi brandelli che resistono alla memoria diventano allucinazioni
echi lontani e silenziosi soffocati dalle grida di chi ti sostituisce 
echi destinati a svanire
è bellezza anche questa
cupa e oscura
come il destino mio
e il tuo

https://www.youtube.com/watch?v=PcvHNbDPaK0

giovedì 6 dicembre 2018

Prima aurora

E' tutto quello che ho per ora,
è il luogo della mia Signora

L'ala buia e segreta del castello,

dove non può seguirmi il mio fardello.

Lei sa che mi nascondo,

che do finalmente riposo al mio spirito vagabondo.

Meglio non ricordarle l'intrusione,

perché non avrà sempre questa fragile compassione.

Ha un passo deciso e musicale,

una mantella che avvolge il suo corpo sensuale. 

È bella la mia Signora,

dopo il buio
è la prima aurora.

martedì 4 dicembre 2018

La sposa venuta dal Il Cairo

Ho visto questa grande nuvola bianca passare, tutti ridevano e la prendevano in giro e mi è venuto da ridere anche a me perché doveva fare il controllo passaporti ma così bardata non ci passava.
Faceva tenerezza, tutti sghignazzavano e lei, invece, aveva la sua eleganza.
Seppur grosso e tondo il viso era bello, stava con la madre e non con lo sposo.
Ride la slavata tedesca, pensa di essere bella senza trucco invece è un mostro dal corpo diafano.
Dai che continuano con commenti pesanti questi qui dietro.
Deve essersene accorta la giovane sposa che stiamo starnazzando per lei, e di lei.
Si divincola con forza, defilatesi comincia a camminare a capo chino con passi piccoli e misurati, due a sinistra e due a destra.
Il sorriso si è spento, una bardatura di malinconia la ricopre, ma non sembra essere a causa nostra.
Chissà cosa pensa.
Mi sento soffocare anch'io pressato tra la mandria di bovini con passaporto in mano, esco dalla fila pestando un paio di calli.
Vorrei seguirla, ho paura si dilegui.
Consulto dei documenti facendo finta siano importanti, ma con la coda dell'occhio controllo lei sulla mia sinistra, attento che non mi scappi.
Che fa adesso, si ferma?
Guarda fisso per terra, ho la sensazione stia per piangere, non lo sopporterei.
Prendo il cellulare in mano e mi avvicino a lei con passo deciso, oso scattarle delle foto senza chiederle nulla.
Ho paura della sua reazione, ma lei ricambia mettendosi in posa, mi dona un sorriso.
E' solo per me.
Ne sono lusingato.
E' ancora misto alla malinconia di prima che poco a poco va evaporando.
Le giro le spalle e me ne vado deciso come mi ero avvicinato, deve aver capito che la trovavo bella, che non pensavo fosse un fenomeno da baraccone da immortalare.
Mi avvio nuovamente verso la fila di bovini con trolley, ma già sento la mancanza di quegli occhi, così mi volto ancora verso di lei
cercandoli di nuovo.
E' sempre li che sorride, mi sta accompagnando dolcemente con lo sguardo quasi a volermi proteggere; ma non ero io a dover proteggere lei?

Ho capito dolce sposa misteriosa venuta da lontano
Non avevi paura di esser brutta.
La tua era paura d'esser bella.

Non averne mai,
mai più.

a 2014

"Tardi ti ho amato, bellezza tanto antica e tanto nuova, tardi ti ho amato.
Ed ecco che tu stavi dentro di me e io ero fuori, e là ti cercavo.
E io, brutto, mi avventavo sulle cose belle da te create.
Eri con me e io non ero con te.”
Sant'Agostino


lunedì 3 dicembre 2018

Foglio bianco

vorrei distruggere il mio viso
scarabocchiare la mia immagine riflessa
come si fa con i disegni non riusciti
e ricominciare
da un foglio bianco

sognare

di piacermi

mercoledì 14 novembre 2018

Voli di un'anima morente

Come un maratoneta
intrappolato in un tronco d'albero
la mia mente prova a spostare le sue radici
quasi fossero arti

Uno sforzo immane

senza risultato

Poi arrivano attimi perfetti 

e inaspettati
dove vola improvvisa con le ali degli uccelli
e visita posti a volte fantastici
a volte spaventosi

Quando fa ritorno al suo tronco

in solitudine
si chiede se quei voli torneranno
se siano mai stati reali
o strappi disperati 
di un'anima morente

Se ti incontrerò

Quando i sentimenti sono troppo grandi, le emozioni sono troppo violente, l’anima inibisce il linguaggio, o lo rende scoordinato, più cerchi...