Era una vita senza l'altezza delle montagne
senza il silenzio delle sue nevi.
La mia inquietudine germinava dalla ricerca di qualcosa che non conoscevo,
dall'inseguire una materia che non sei neanche sicuro che esista
Se un Dio dispettoso ti trapianta il desiderio di qualcosa che lui può si amministrare
ma tu non riesci neanche a sognare
allora puoi anche impazzire
La prime volte ti ho tanto osservata
poi ti ho riconosciuta
la materia di un Dio indisponente
senza la quale non sopravvivi, se non dolorosamente
(Allora immaginati che ora sei condotta di fronte ad un tribunale, un tribunale che non riconosci ma che è ugualmente competente su di te, ha l'autorità di giudicarti e la forza di applicare le pene conseguenti senza il tuo consenso.
Questo tribunale ti condanna a non poter più godere della vista di una montagna, né della neve o del ghiaccio.
Non ti è concesso neanche l'inverno, mai più, nè l'autunno.
Ora tu passerai tutta la tua vita vivendo una calda estate, senza affrontare dislivelli, in un'eterna pianura sopravviverai.
Troverai altre cose alle quali aggrappare il tuo interesse, la tua curiosità, però sempre presente sarà in te la mancanza, il vuoto lasciato da ciò che hai amato e, un tempo, conosciuto.
L'assenza sarà a volte molto forte, quasi insopportabile, dipenderà dai periodi, dagli umori, a volte riuscirai a tollerarla egregiamente, ma mai ti abbandonerà la malinconia.
Ora però immagina un'altra cosa, immagina che le stesse cose ti siano private, ma senza che tu le abbia mai conosciute, tu non sai cosa sia una montagna, tu non conosci la neve, non l'hai mai conosciuta, ma non intendo di persona, toccata con mano, intendo che ne ignori l'esistenza stessa.
Mai vista in un film, mai letta in un libro, mai sentito parlarne da nessuno, in nessun luogo.
Vivi la vita di prima, su descritta, solo che il tuo disagio, la mancanza di qualcosa che hai nell'anima, non trova una giustificazione non sai cosa ti manca, perché non lo conosci, conosci solo il vuoto che ti lascia, un grande vuoto nel tuo stomaco, che non si riempie col cibo, nè con le altre cose che conosci.
A volte ti credi pazza, mal fatta, difettosa, perché questa grande fame di cose che non esistono assomiglia molto ad una malattia della mente e dell'anima.
Da un certo punto di vista è però meno doloroso, perché non sai di cosa sei stata privata, se lo sei stata.
La malinconia è assente, non ci sono ricordi dolci che ti cullano e ti schiaffeggiano allo stesso tempo, ma il vuoto è più penetrante, è come un topo nella pancia che ti divora le budella dall'interno, è irrequieto perché cerca la materia che lo sfama e, non sapendo cosa o quale sia, mangia ogni cosa, anche se stesso
Solo quando la incontrerà e la riconoscerà saprà che era lei, lei che mancava.....ora però si apre un'altra fase, la fase della paura, paura di perderla, e dopo averla persa diventar per sempre malinconici.
Né altezze, nè silenzio, nè neve, era per spiegare a te di cosa ho bisogno.
Tu non sarai mai me finché non saprai cosa sei tu per me, e non saprai mai cosa sei per me finché non sarai me.
In fondo non sai neanche cosa sei tu, perché non puoi sapere cosa rappresenti, non sai cosa sei per gli altri, neanche se te lo spiegassero con tutte le parole del mondo.
Anche le montagne ignorano, in parte, che cosa sono,
perché mai si sono specchiate negli occhi tuoi che le guardano.)
giovedì 27 giugno 2019
mercoledì 26 giugno 2019
Il poeta
Respiro a bocca aperta,
inalo la sabbia arida che si spinge sino alla gola secca,
il naso deve essere rotto,
il sangue a grumi intasa il setto deviato da traumi recenti.
Ho finito l’odio che ho in corpo,
è arrivato a spazzar via amore, paura, desiderio, sogno e illusione,
si ritira come la risacca e mi lascia svuotato di ogni cosa.
Questo corpo qui, inchiodato alla terra come un Cristo orizzontale,
supino a cuocere sotto il sole rovente,
ha perso senso,
è in ritardo, come sempre.
Una fiera sorda e cieca, tra le tenebre,
senza guida a vagare in un campo di strage.
Stupida macchina che cerca ancora di vivere,
anche senza alcun motivo.
Lassù, nel cielo, corvi dal becco bruno, cercano il coraggio di planare,
danzano eccitati attorno alla sfera di fuoco che mi cuoce,
non capisco cosa, o chi, impedisca loro di cavarmi gli occhi dalle orbite.
Tacchi di grossi stivali si avvicinano ruggendo sui sassi arroventati,
poi vedo la sua figura sopra di me,
si staglia nel cielo come un grattacielo.
Il largo cappello lo protegge dal sole,
mi guarda in silenzio, senza nessuna emozione.
Infiniti attimi senza niente, senza un pensiero,
come mai è capitato nella mia vita.
È tutto dilatato,
il tempo, la luce, lo sguardo,
l’anima.
Mi ha torturato tutta la vita con la sua poesia,
oggi è venuto a darmi la morte con una pistola.
Il grilletto carica il colpo in canna.
È strano.
Ho sentito prima il cervello schizzarmi,
poi il boato del colpo.
C’è, in sottofondo, qualcuno che pizzica sempre gli stessi tasti.
Non sapevo che la morte suonasse il piano.
Ti chiami Butch vero?
Butch.
Il poeta.
a 2015
inalo la sabbia arida che si spinge sino alla gola secca,
il naso deve essere rotto,
il sangue a grumi intasa il setto deviato da traumi recenti.
Ho finito l’odio che ho in corpo,
è arrivato a spazzar via amore, paura, desiderio, sogno e illusione,
si ritira come la risacca e mi lascia svuotato di ogni cosa.
Questo corpo qui, inchiodato alla terra come un Cristo orizzontale,
supino a cuocere sotto il sole rovente,
ha perso senso,
è in ritardo, come sempre.
Una fiera sorda e cieca, tra le tenebre,
senza guida a vagare in un campo di strage.
Stupida macchina che cerca ancora di vivere,
anche senza alcun motivo.
Lassù, nel cielo, corvi dal becco bruno, cercano il coraggio di planare,
danzano eccitati attorno alla sfera di fuoco che mi cuoce,
non capisco cosa, o chi, impedisca loro di cavarmi gli occhi dalle orbite.
Tacchi di grossi stivali si avvicinano ruggendo sui sassi arroventati,
poi vedo la sua figura sopra di me,
si staglia nel cielo come un grattacielo.
Il largo cappello lo protegge dal sole,
mi guarda in silenzio, senza nessuna emozione.
Infiniti attimi senza niente, senza un pensiero,
come mai è capitato nella mia vita.
È tutto dilatato,
il tempo, la luce, lo sguardo,
l’anima.
Mi ha torturato tutta la vita con la sua poesia,
oggi è venuto a darmi la morte con una pistola.
Il grilletto carica il colpo in canna.
È strano.
Ho sentito prima il cervello schizzarmi,
poi il boato del colpo.
C’è, in sottofondo, qualcuno che pizzica sempre gli stessi tasti.
Non sapevo che la morte suonasse il piano.
Ti chiami Butch vero?
Butch.
Il poeta.
a 2015
sabato 15 giugno 2019
Il virus
La stanza privata dove mi trovo non ha l’entrata
indipendente,
è in fondo ad una sala con circa 8 letti.
Dalla porta intravedo le altre brande, ed i suoi
occupanti.
alla mia destra la finestra che da sul viale,
il chiosco del bar sempre affollato è l’unico contatto visivo che ho con il mondo esterno.
Tra quegli 8 letti ce ne è uno occupato da una ragazzina
di circa 10 anni,
ha capelli lunghi e neri, e le braccia dai movimenti
aggraziati,
la trovo molto bella, nonostante quel pigiamino un po’
sciatto.
La mattina passano le infermiere per il solito giro di
controlli e iniezioni,
passando nella mia stanza lasciano spesso la porta socchiusa,
qualcuno, a volte, s’affaccia timidamente a curiosare,
chissà quali strane e terribili storie si raccontano su
quel bambino che sta morendo.
Qualche genitore deve essere preoccupato che il virus
infetti qualcuno,
pur con la porta sempre chiusa, si sarà raccomandato con il suo cucciolo di non avvicinarsi.
Oggi è un giorno particolarmente fortunato,
la porta rimasta socchiusa proprio mentre l’infermiera le
sta facendo la puntura,
tiepidi raggi del mattino provenienti dalla vetrata
illuminano il suo bel sederino,
è contratto e restio a ricevere l’odiata puncicata,
la muscolatura tesa lo esalta, pelle morbida e bianca, come il marmo,
contrasta con la schiena già abbronzata.
contrasta con la schiena già abbronzata.
Per alcuni istanti dimentico l’odore dell' ospedale, del disinfettante che narcotizza le narici,
mi tuffo in un mare salato, sento la sabbia rovente sotto i piedi, il costume bagnato aderente alla pelle.
C’è una cosa che non si smette mai di cercare,
anche in punto di morte, quando tutto il resto non ha più
importanza,
persino quando gli affetti più cari perdono senso,
e aspetti solo che tutto finisca,
prima possibile,
anche in questi frangenti non rinunci a cercare le cose
belle.
Del perché sia così necessaria la bellezza, ben oltre ogni altra cosa,
per me è un enigma.
Che sia il movimento degli alberi che dà il via alle danze tra
foglie e vento,
o la lotta di due bei cuccioloni che si rotolano radiosi
nell’erba,
degli occhi spiritati di una mamma che pulisce il musetto
sporco di cioccolata del suo cucciolo,
degli amabili giochi di luce che generano le fossette dovute
alla contrazione
di due giovani chiappette indurite dalla paura,
la bellezza ci riempie sempre,
la cerchiamo disperatamente,
qualsiasi sia il nostro stato d’animo,
la nostra età, la salute.
Ci è indispensabile, necessaria, essenziale, sino all’ultimo respiro,
anzi lo è ancor di più all’ultimo che al primo.
Forse perché all’inizio siamo noi stessi la bellezza,
quando la perdiamo ricerchiamo lei per ritrovare noi stessi,
non ci arrendiamo, ma in fondo lo sappiamo che siamo smarriti per sempre,
bisogna farsene una ragione.
Continuiamo a cercarla, ovunque si possa nascondere.
Prova a trapassare, penserai subito ad una cosa bella.
Prova.
(non ci provare)
Quel giorno ero stato particolarmente fortunato, la bellezza era venuta da me,
senza averla cercata.
Alcuni giorni dopo però reclamò il conto.
Niente è gratis, anche quello che sembra esserlo.
La porta rimase socchiusa come altre volte,
lei fece capoccetta curiosa, insieme ad altri due bambini,
chiese a mia madre come stavo con la sua vocetta da finta
santarellina,
io ero girato di spalle, guardavo come sempre la finestra
alla mia destra,
sul comodino decine di fumetti, "il Poeta" tra loro,
ero ridotto uno scheletro,
mia madre mi chiede di girarmi, dice che sono venuti a
trovarmi dei simpatici bambini,
a vedere come stavo (piuttosto a soddisfare l’insana
curiosità),
mi adagio lentamente sul fianco opposto,
sorpreso riconosco lei tra i tre marmocchi,
le sue pupille si dilatano, una smorfia di disgusto e paura
le invade il viso,
deve aver sentito l’odore della morte,
“che schifo” le scappa a mezza bocca,
mentre si morde le labbra per il disagio.
Una coltellata in pieno petto,
destar tanto orrore alla bellezza,
tu la cerchi e lei fugge inorridita,
non ti va più di vivere,
all’istante, improvvisa, è la voglia di farsi travolgere da quell’onda
di dolore,
quella definitiva.
Odio la parola “Schifo”, deve aver dispensato molto dolore
in giro.
Deve aver distrutto molti.
È difficile pensare che qualcuno possa averci costruito
qualcosa.
E poi è così poco musicale.
a 2015
venerdì 31 maggio 2019
Torna da me
Torna da me amore.
Torna a rendere il mio sangue fluido, vitale.
Senza te è un grumo denso, avvizzito, e il
cuore fa fatica a pomparlo.
Non posso credere che siano passati appena 7
giorni, a me sembra stia ricordando un'altra era.
Non ho voglia di "superare" questa
giornata, vorrei rompermi l'osso del collo piuttosto.
Magari cercando di raggiungerti, che dolce
morte, non trovi?
Sono stato buono, paziente, sopporto tutto
come sempre.
Lasciami sfogare un poco su questo spazio
bianco, solo un poco.
Mi venderei l'anima al demonio per averti qui
con me ora, anche per pochi minuti.
Perché tu mi dicessi una frase bella, d'amore,
con trasporto, anche per finta, purché sia una recita ben fatta.
Mi sono accorto oggi (si proprio oggi) che
l'anima si inganna facilmente, così come i sensi.
Hai mai provato la sensazione d'essere
travolti da un'ondata di calore guardando la foto di un sorriso e di uno
sguardo che ti penetra? Quel sorriso e quello sguardo erano rivolti a chi la
foto la faceva, o chissà a cos'altro, eppure guardandola senti che è a te che
sorride, è proprio te che vuole.
è un inganno, eppure dona amore come, e a
volte più, della realtà.
Ma ci tieni tanto a conoscerla? Non sai che un
inganno anch'essa?
Sento freddo ora, ti prego, riscaldami.a 2014
sabato 18 maggio 2019
L'anniversario di un giuoco
Me lo sono chiesto infinite volte,
da quando ti ho scontrata.
Se sia veramente questo,
un mondo grondante dolore,
l’inferno.
O, piuttosto,
uno senza bellezza.
Ho cercato di immaginarlo, sai?
Un mondo senza bellezza intendo.
L’inferno l’ho provato solo pensandolo.
Non è vero sia caldo,
è gelido.
Il dolore,
insopportabile,
insostenibile,
uccide,
è vero.
L’inferno non uccide,
preserva,
ha bisogno di te,
della tua sopravvivenza.
non cerca il tuo annientamento.
Non così il nostro cosmo,
creativo,
davvero così poco conservativo.
Plasma con il desiderio,
la passione,
ma soprattutto forgia attraverso il calore ustionante dei patemi.
Cos’è l’amore, in fondo, se non il più grande dei dolori?
Attraverso di esso l’universo rimescola le sue carte.
l’inferno ghiaccia,
il mondo brucia.
E crea, continuamente.
Vita?
Fine a se stessa?
No.
Penso sia la bellezza, il suo ultimo fine.
Anzi, ne sono sicuro.
Da quando ti ho scoperta,
mi è parso subito chiaro.
Ho voluto,
con tutto l'ardore.
Perire tra le fiamme del tuo sacro fuoco,
non sopravvivere tra i ghiacci dell’inferno .
Se tu sapessi,
amore,
quanti e quali cose ho visto con questi tuoi occhi.
Se tu sapessi,
com'erano belle .
Se tu sapessi,
quanto mi trafigge
la tua bellezza,
questo 8 aprile.
a 8 Aprile 2015
da quando ti ho scontrata.
Se sia veramente questo,
un mondo grondante dolore,
l’inferno.
O, piuttosto,
uno senza bellezza.
Ho cercato di immaginarlo, sai?
Un mondo senza bellezza intendo.
L’inferno l’ho provato solo pensandolo.
Non è vero sia caldo,
è gelido.
Il dolore,
insopportabile,
insostenibile,
uccide,
è vero.
L’inferno non uccide,
preserva,
ha bisogno di te,
della tua sopravvivenza.
non cerca il tuo annientamento.
Non così il nostro cosmo,
creativo,
davvero così poco conservativo.
Plasma con il desiderio,
la passione,
ma soprattutto forgia attraverso il calore ustionante dei patemi.
Cos’è l’amore, in fondo, se non il più grande dei dolori?
Attraverso di esso l’universo rimescola le sue carte.
l’inferno ghiaccia,
il mondo brucia.
E crea, continuamente.
Vita?
Fine a se stessa?
No.
Penso sia la bellezza, il suo ultimo fine.
Anzi, ne sono sicuro.
Da quando ti ho scoperta,
mi è parso subito chiaro.
Ho voluto,
con tutto l'ardore.
Perire tra le fiamme del tuo sacro fuoco,
non sopravvivere tra i ghiacci dell’inferno .
Se tu sapessi,
amore,
quanti e quali cose ho visto con questi tuoi occhi.
Se tu sapessi,
com'erano belle .
Se tu sapessi,
quanto mi trafigge
la tua bellezza,
questo 8 aprile.
a 8 Aprile 2015
giovedì 9 maggio 2019
Rassegnarsi ad esser vento
(Ti racconto qualcosa e questa diventa lontana, diventa una vita fa, di un'altra vita.
Finché non lo faccio è come sospesa, senza un passato e senza un futuro, è sempre adesso eternamente.
Ma senza confini, nella mente mia, ha l'oblio come destino)
Finisco il mio turno al primo lavoro, mi preparo ad andare al secondo.
Il trasferimento dall'uno all'altro lo faccio in scooter, di solito.
Sono nel giardino che apparecchio la sella con i guanti, il casco, portafoglio, cellulare, chiavi, occhiali e tante altre cose, controllo che ci sia tutto, una check list necessaria perché mi dimentico spesso qualcosa che risulterà fondamentale di li a poco.
Con la coda dell'occhio intravedo una signora entrare, vestita di nero e grigio, capelli grigi, passo indeciso, a tratti infermo.
Si guarda intorno come a ispezionare, non va verso la reception decisa, capisco che non è una cliente, non ha bagaglio ma solo un vecchio libro un po' ingiallito, di quelli che si trovano nelle bancherelle per pochi centesimi.
Non riesco a leggere il titolo.
C'è una dependance nel giardino, la camera 107, ha un piccolo patio appena fuori la porta della camera con una sedia di ferro bianco ed un piccolo tavolino anche lui di ferro, entrambi un poco scrostati.
Si guarda ancora intorno, soprattutto guarda per aria, i grandi rami che incombono sulla sua grigia testa, forse li trova una minaccia, poi si siede sul freddo ferro non ingentilito da nessun cuscino.
Apre placida il libro ed inizia a leggere.
Non può stare li, si è accomodata in uno spazio riservato all'ospite della camera 107, non so se sia dentro, non lo ricordo, ma non può stare li.
Io devo andare, che faccio?
Faccio finta di non averla vista e me ne vado?
Non sembra un gran pericolo, neanche un gran fastidio, ma li non può stare.
E poi credo che se andassi via qualcuno glielo farebbe notare in maniera poco delicata.
Meglio saperlo da me con il mio tatto che saperlo da altri.
Mi avvicino e le dico "signora non può stare qui, è riservato alla camera, davanti l'entrata ci sono altri tavolini disponibili, li può leggere più comodamente"
La signora alza la testa distrattamente, ma sembra non vedermi, non mette a fuoco la mia figura, mi attraversa il suo sguardo che si perde in un punto lontano e indefinito, come se fosse stata distratta da una folata di vento.
China di nuovo il capo e ricomincia a leggere, ma in realtà sembra che non legga, anche sul libro gli occhi fissano un punto qualsiasi, una o due lettere di poche parole che il destino ha adagiato li.
La lascio stare, torno allo scooter e mi vesto per il trasferimento.
Accendo il motore e subito dopo vedo che si rialza, imbocca placida il vialetto di uscita per andarsene, mi viene un senso di colpa per averla disturbata, ma in realtà sembra più delusa da questa piccola oasi che disturbata o seccata dal mio intervento.
Mi passa accanto, ancora come fossi vento.
Sembra non riconoscermi come una persona, ma appena mi passa a pochi centimetri, quando ormai m'ero rassegnato ad esser vento, mi rivolge la parola senza guardarmi
"non riesco a trovare un posto per leggere"
Ma io non lo so, se l'ha detto a me, o sussurrato al vento.
Non trovare un posto per leggere è orrenda condizione, ben peggiore di quella di non aver il tempo di leggere.
Ho capito che, anche io, con te, sto cercando un posto,
per leggere.
Un posto che non è luogo fisico.
Se riveli al vento i tuoi segreti, non devi poi rimproverare al vento di rivelarli agli alberi.
(Khalil Gibran)
Finché non lo faccio è come sospesa, senza un passato e senza un futuro, è sempre adesso eternamente.
Ma senza confini, nella mente mia, ha l'oblio come destino)
Finisco il mio turno al primo lavoro, mi preparo ad andare al secondo.
Il trasferimento dall'uno all'altro lo faccio in scooter, di solito.
Sono nel giardino che apparecchio la sella con i guanti, il casco, portafoglio, cellulare, chiavi, occhiali e tante altre cose, controllo che ci sia tutto, una check list necessaria perché mi dimentico spesso qualcosa che risulterà fondamentale di li a poco.
Con la coda dell'occhio intravedo una signora entrare, vestita di nero e grigio, capelli grigi, passo indeciso, a tratti infermo.
Si guarda intorno come a ispezionare, non va verso la reception decisa, capisco che non è una cliente, non ha bagaglio ma solo un vecchio libro un po' ingiallito, di quelli che si trovano nelle bancherelle per pochi centesimi.
Non riesco a leggere il titolo.
C'è una dependance nel giardino, la camera 107, ha un piccolo patio appena fuori la porta della camera con una sedia di ferro bianco ed un piccolo tavolino anche lui di ferro, entrambi un poco scrostati.
Si guarda ancora intorno, soprattutto guarda per aria, i grandi rami che incombono sulla sua grigia testa, forse li trova una minaccia, poi si siede sul freddo ferro non ingentilito da nessun cuscino.
Apre placida il libro ed inizia a leggere.
Non può stare li, si è accomodata in uno spazio riservato all'ospite della camera 107, non so se sia dentro, non lo ricordo, ma non può stare li.
Io devo andare, che faccio?
Faccio finta di non averla vista e me ne vado?
Non sembra un gran pericolo, neanche un gran fastidio, ma li non può stare.
E poi credo che se andassi via qualcuno glielo farebbe notare in maniera poco delicata.
Meglio saperlo da me con il mio tatto che saperlo da altri.
Mi avvicino e le dico "signora non può stare qui, è riservato alla camera, davanti l'entrata ci sono altri tavolini disponibili, li può leggere più comodamente"
La signora alza la testa distrattamente, ma sembra non vedermi, non mette a fuoco la mia figura, mi attraversa il suo sguardo che si perde in un punto lontano e indefinito, come se fosse stata distratta da una folata di vento.
China di nuovo il capo e ricomincia a leggere, ma in realtà sembra che non legga, anche sul libro gli occhi fissano un punto qualsiasi, una o due lettere di poche parole che il destino ha adagiato li.
La lascio stare, torno allo scooter e mi vesto per il trasferimento.
Accendo il motore e subito dopo vedo che si rialza, imbocca placida il vialetto di uscita per andarsene, mi viene un senso di colpa per averla disturbata, ma in realtà sembra più delusa da questa piccola oasi che disturbata o seccata dal mio intervento.
Mi passa accanto, ancora come fossi vento.
Sembra non riconoscermi come una persona, ma appena mi passa a pochi centimetri, quando ormai m'ero rassegnato ad esser vento, mi rivolge la parola senza guardarmi
"non riesco a trovare un posto per leggere"
Ma io non lo so, se l'ha detto a me, o sussurrato al vento.
Non trovare un posto per leggere è orrenda condizione, ben peggiore di quella di non aver il tempo di leggere.
Ho capito che, anche io, con te, sto cercando un posto,
per leggere.
Un posto che non è luogo fisico.
Se riveli al vento i tuoi segreti, non devi poi rimproverare al vento di rivelarli agli alberi.
(Khalil Gibran)
lunedì 8 aprile 2019
Supplizi ai cuori audaci
Il dolore.
Se lo ascolti bene puoi sentire la tua anima.
Cercare la felicità è il più stupido dei vizi.
Sono nato felice, come tutti
eppure è la mancanza di felicità che mi ha fatto crescere.
Il dolore, non la felicità.
Sono quello che sono per quello che ho dovuto patire.
La gioia è figlia del tormento, frutto dalla breve vita.
Un cuore che soffre è tutto quello che ho,
è quello che sono.
Gli alberi sono sereni.
I sassi sono felici, senza pensieri.
I pensieri portano, invece, disperazione.
Auguro una vita serena a tutti i cuori pavidi,
e supplizi ai cuori audaci.
Se lo ascolti bene puoi sentire la tua anima.
Cercare la felicità è il più stupido dei vizi.
Sono nato felice, come tutti
eppure è la mancanza di felicità che mi ha fatto crescere.
Il dolore, non la felicità.
Sono quello che sono per quello che ho dovuto patire.
La gioia è figlia del tormento, frutto dalla breve vita.
Un cuore che soffre è tutto quello che ho,
è quello che sono.
Gli alberi sono sereni.
I sassi sono felici, senza pensieri.
I pensieri portano, invece, disperazione.
Auguro una vita serena a tutti i cuori pavidi,
e supplizi ai cuori audaci.
mercoledì 27 marzo 2019
Anima nera
Rendono triste anche me i miei pensieri.
Ancora di più perché sono i miei, non di qualcun altro che
puoi allontanare.
Sono combattuto tra l’andarmi a nascondere per essermi
mostrato tanto brutto come sono
E il venirti a cercare per la paura di averti persa.
Mi ricordo che durante il servizio militare avevo un
commilitone al quale mi ero legato
Bravo ragazzo, eravamo in sintonia su molte cose
Finché mi racconta una cosa, scopro che aveva lavorato al
mattatoio
Avevo solo una conoscenza superficiale di quello che
succedeva là dentro
Immagini che avevo visto in filmati televisivi, immagini per
me scioccanti
Di crudeltà e violenza inaudita, occhi impauriti e imploranti
Che appartenessero ad animali e non a persone per me non
faceva differenza alcuna, anzi
Forse era un aggravante
Non solo ci aveva lavorato
ho capito che lo trovava divertente uccidere quelle povere
bestie
Ho cercato di calmarmi, di pensare alle cose buone e giuste
che faceva quel ragazzo
Lo avevo aiutato per questo
Ho provato a riparlarci, ma sono bastate poche parole fuori
posto per farmi infuriare
Avrei voluto condurlo al macello come ha fatto con le sue
vittime indifese.
Non vedevo l’ora di non incontrarlo più, di cancellarlo
dalla mente,
ogni volta che pensavo a lui pensavo alle cose orribili che
aveva fatto
mi dava anche fastidio giudicarlo ad essere sinceri
trovavo pretesti per non frequentarlo, per trattarlo male
perché non volevo si sentisse giudicato per quella discussione, facevo in modo
che sembrasse superata.
Mi sembrò che ci fosse rimasto male, che tenesse al mio giudizio.
Che senso avrebbe avuto discutere ancora su quella cosa?
Non si può insegnare una cosa così, o ce l’hai dentro o non
la capirai mai, anche spiegata in un milioni di modi.
Lo so che non puoi, non riesci e non vuoi tollerare
qualsivoglia violenza che sia anche solo pensata
Non te lo chiedo.
Ti chiedo solo di credere che non ho mai fatto del male a
nessuno volendolo
Ho “solo”, alcune volte, reagito con una violenza doppia o
tripla a chi ha cercato di farne a me o a qualcuno che non poteva reagire.
La frase era infelice, frutto di un pensiero infelice, me ne
rendo conto.
Ma era dentro di me prima che sfogasse fuori, veniva dalla
parte buia della mia anima, quella più nascosta e impresentabile.
È un'eredità ancestrale, la devo ai miei padri predatori, si
passa di generazione in generazione e aspetta che serva di nuovo.
È un peso doverla ereditare, poi portare, e infine
trasmettere come un morbo.
Un peso grande per me, perché non posso allontanarla come
feci con il commilitone.
Spero che la tua memoria ti faccia dimenticare
Vorrei poterlo fare anche io
Ti giuro su quello che ho di più caro che soffro nel veder
soffrire, soffro molto del dolore altrui
Questo mi garantisce di non poter mai far del male, anche se
ne avessi l’istinto.
Vorrei non perderti.martedì 19 marzo 2019
La nuvola e le frecce
L’hai mai provata una gioia da piangere disperata?
Come fosse finito un incubo, o che qualcosa di assolutamente
insperato si fosse avverato, un miracolo inatteso, uno scampato pericolo per te
o per qualcuno che ami.
Un pianto dirotto che ti lascia uno straccio, che ti svuota
delle tossine accumulate, che sfoga in un sol attimo paure, ansie,
incomprensioni, eppure ti rende felice.
Un pianto così, una tale felicità, presuppone un dolore, una
frustrazione da cui ci si libera.
E più è il male covato, in tutte le sue forme, tanto
maggiore è il godimento di cui ci nutriamo espellendolo.
Si, hai ragione, la nuvola e la freccia non possono vivere
l’una senza l’altra.
Né morire.
La nuvola nutre solo un corpo martoriato dalle frecce, il
male ci spreme come spugne e ci priva di ogni cosa, ma allo stesso tempo ci
rende la capacità di assorbirne di nuove e belle, anche se il processo non è
senza dolore.
L’estasi ed il tormento non possono vivere separati, non in
questo mondo.
L’amore non arriva mai ad un’anima forte, sana, questo l’ho
imparato a mie spese.
La quinta essenza della vita che cerca solo chi la vita non
l’ha dentro, ma solo fame di essa.
Un assurdo paradigma.
Chi ha tante passioni, tanti amici, tanti motivi per vivere
non potrà mai sapere cosa si prova ad averne uno solo che li racchiude tutti
insieme, in un solo volto, in una sola voce.
Quel terrore
indicibile che si prova temendo di perderlo, l’aria che senti mancare quando
non c’è, la gioia folle che ti lacera il petto quando rivedi quel volto,
ascolti la sua voce.
È così che mi sento quando leggo le tue parole abbandonate
per me sul monitor.
Io non l’ho mai vista una persona “sana” impazzire di gioia
per questo.
Io non ho mai visto una persona “sana” impazzire di gioia.
Se pensi che io non possa amarti perché mi sento solo,
ferito, impaurito, frustrato, e chi più ne ha più ne metta ti sbagli di grosso.
Non ho gli occhi foderati di prosciutto, ci vedo benissimo.
Nessuna “svista”.
Ho tanta paura che tu non sappia di cosa parlo.
Le persone non si amano solo per la chimica, la passione si
che, almeno all’inizio, può annebbiarti la vista.
E non si amano solo perché imparano a conoscersi, col tempo ad
apprezzarsi, quello è affetto, stima.
Tu non sei un accessorio in tutto questo mia cara, sia la
scintilla divina.
Quella che permette la combustione dell’aria satura di cose
corrotte di divampare in un’enorme fiamma purificatrice.
Una fiamma che ti brucia con forza le viscere ma che dona
calore a chi la riceve.
Non basta una persona qualsiasi per questo.
Ad ognuno serve la propria, la mia eri tu.
So già che non farò una bella fine, non sono un illuso,
anche se mi piace sognare.
Mi aspettano nuovi tormenti quando ti verrò a noia, quando
più nessuna curiosità alimenterà il tuo sguardo che si poggia su me, quando mi sostituirai
con altro, altri.
Ma che colpa ne avrai di questo amore?
Ed io?
È un libro già scritto, e tutte le mie forze non cambieranno
le sue pagine.
Mi batterò e scalcerò furiosamente per ribellarmi, sciocco
che sono.
Non dovevi fare qualcosa per ricevere questo “credito
emotivo” (nutro antipatia per questo termine, scusami), perché mai avresti
dovuto?
Che diavolo di amore sarebbe mai quello?
Qualcuno deve pur darlo senza un motivo apparente, logico.
Non trovi?
Se tutti aspettassimo di riceverne per contraccambiare il
mondo sarebbe in stallo.
Non chiede niente in cambio il mio amore per essersi donato,
non sarebbe tale se così fosse.
Chiede solo che non lo mortifichi chiamandolo “svista”,
“malinteso”.
Ti supplico, è solo per te.
Che beffa sarebbe se a tutto questo tu non riesca neanche a
credere.
Gli occhi mi fanno male.
a 2014
domenica 24 febbraio 2019
The maze
I had a nightmare,
I lived trapped in another's life,
getting down to hell is not difficult,
it's just a moment,
but many lives,
and many deaths
they cost me
learning how to move,
in its never end labyrinth.
Alone
I lived trapped in another's life,
getting down to hell is not difficult,
it's just a moment,
but many lives,
and many deaths
they cost me
learning how to move,
in its never end labyrinth.
Alone
martedì 19 febbraio 2019
L'uomo delle tisane
Un grande edificio, un grattacielo mancato, colmo di colletti bianchi,
io aspetto fuori, non so dire se sia uno di loro uscito in anticipo o se è per puro caso che mi trovi lì.
Questo alienante posto di lavoro sputa dipendenti direttamente nel piccolo piazzale sottostante che da sulla fermata di un treno urbano, una specie di metrò in superficie.
I cancelli d'accesso sono chiusi, ma intanto gli uffici continuano a rigurgitare colletti bianchi tutti uguali, pinguini con camicia e valigetta che marciano in file da tre.
Tra di loro, forse, anche l'uomo delle tisane.
Ben presto la folla si fa eccessiva nel piccolo piazzale, in pochi minuti siamo tutti pressati come sardine nella propria scatola.
Qualche zingarello ne approfitta per rovistare nelle tasche.
Si alzano i primi lamenti, poi seguono le vive proteste.
“Aprite per dio” qualcuno grida alle mie spalle.
Finalmente si aprono i cancelli con assordante rumore di ferraglia, la folla comincia a scorrere come un fiume in piena tra i corridoi della piccola stazione.
Non so dove sto andando, non so dove devo andare, ma contrastare quella mandria impazzita che mi trascina non mi sembra possibile, non ci provo neanche.
La corrente del fiume continua impetuosa la sua corsa sino alla banchina dei treni.
Il gregge si ferma ai bordi della striscia gialla, tutti con gli occhi sbarrati a fissare i binari che rimandano riflessi di ogni tipo,
gelidi ed eterni ci guardano con sufficienza mentre una musichetta indistinta gracchia dai miseri auto-parlanti.
Il treno arriva in un paio di minuti, come fossero le paratie di una diga le porte si aprono,
il fiume scorre di nuovo inondando i vagoni come l’acqua riempie un bacino artificiale.
Una mistura di odori fra cappotti, sudore, aliti pesanti, e terribili deodoranti simili all'insetticida rende l’aria irrespirabile.
Di nuovo pressati all'inverosimile, una donna struscia su di me i suoi giovani glutei,
mi ricorda un episodio di quando ero ragazzino, ma di s#### non si parla, si sa.
Il treno continua la sua corsa, ad ogni fermata il livello dell’acqua scende, addirittura si liberano posti a sedere.
Ora, finalmente, posso respirare a pieni polmoni.
Mi siedo e guardo le mie mani, sono screpolate, poi, curioso, inizio a guardare il paesaggio che scorre, prima prettamente urbano, con i suoi graffiti e i palazzoni anonimi privi di colori, poi gradualmente sempre più periferico.
Solo in quel momento mi chiedo dove sto andando, ma soprattutto dove cazzo dovessi scendere.
Ma non lo so, o non so di saperlo.
Continuo la mia corsa, sperando che una di quelle tante fermate mi chiami per nome.
La città è finita, ora il treno corre in aperta campagna, le fermate si fanno meno frequenti.
Il freddo diventa sempre più intenso, pungente.
La luce sta scemando, apparecchia la tavola alle tenebre che stanno arrivando, pronte a cibarsi dei pochi superstiti non ancora salvi nei propri nidi.
Una fermata è particolarmente prolungata, escono appena un paio di persone dal vagone,
ma il treno rimane a porte spalancate per interi minuti, forse un quarto d’ora.
Minuti interminabili nei quali la penso.
Un vento gelido percorre il convoglio, entrano anche gocce di pioggia miste a nevischio con lui,
imbucate alla festa senza invito.
Quasi rimpiango la calda folla di un’ora prima pur con i suoi terribili odori.
Finalmente riparte.
Fuori è solo oscurità, il paesaggio è ora indistinguibile anche per la nebbia, i vetri riflettono oramai solo le luci provenienti dall'interno.
Sono un po’ preoccupato, non ho sentito nessun richiamo, ed ho paura che le fermate utili siano finite.
L’unica cosa che mi rasserena è che non sono ancora rimasto solo, tre o quattro persone che leggono sono la mia compagnia.
Una veramente guarda fuori, come me, o almeno tenta di farlo.
Cerco il suo sguardo, per un attimo si incrocia con il mio.
È la prima persona che mi nota da quando siamo partiti.
Ormai guardo solo lei.
Si è alzata, sta per scendere.
La scorto con gli occhi.
In quei pochi attimi devo decidere, se andare con lei o rimanere sul vagone.
È vero, mi ha scrutato, più di una volta, ma non sembrava molto amichevole .
Penserebbe che la sto pedinando, siamo rimasti solo io e lei ormai.
Forse ha anche paura di me, può aver pensato che io sia un malintenzionato, che le voglia penetrare l'anima, e non solo.
Troppe pippe mentali,
lei è già scomparsa, le porte si sono richiuse e il treno ripartito.
Solo ora me ne rendo conto,
mi trovo all'ultimo vagone, e sono solo.
Dove sto andando?
Fottuta angoscia, mi stai divorando.
Indosso solo una primaverile giacca di pelle, le tenebre hanno portato con se un freddo terribile, ho le mani ghiacciate e piccoli tremori mi assalgono.
Le luci al neon del vagone si fanno sempre più tenui, cullato dal rollio del treno, e dalla melodia di ruote ferrate che corrono sui binari, mi raggomitolo in posizione fetale, adagiato su tre sedili duri e freddi come pietra.
Non ci saranno altre fermate.
Cerco di prender sonno.
Forse per sempre.
(dedicato ad un mio commilitone)
a 2015
io aspetto fuori, non so dire se sia uno di loro uscito in anticipo o se è per puro caso che mi trovi lì.
Questo alienante posto di lavoro sputa dipendenti direttamente nel piccolo piazzale sottostante che da sulla fermata di un treno urbano, una specie di metrò in superficie.
I cancelli d'accesso sono chiusi, ma intanto gli uffici continuano a rigurgitare colletti bianchi tutti uguali, pinguini con camicia e valigetta che marciano in file da tre.
Tra di loro, forse, anche l'uomo delle tisane.
Ben presto la folla si fa eccessiva nel piccolo piazzale, in pochi minuti siamo tutti pressati come sardine nella propria scatola.
Qualche zingarello ne approfitta per rovistare nelle tasche.
Si alzano i primi lamenti, poi seguono le vive proteste.
“Aprite per dio” qualcuno grida alle mie spalle.
Finalmente si aprono i cancelli con assordante rumore di ferraglia, la folla comincia a scorrere come un fiume in piena tra i corridoi della piccola stazione.
Non so dove sto andando, non so dove devo andare, ma contrastare quella mandria impazzita che mi trascina non mi sembra possibile, non ci provo neanche.
La corrente del fiume continua impetuosa la sua corsa sino alla banchina dei treni.
Il gregge si ferma ai bordi della striscia gialla, tutti con gli occhi sbarrati a fissare i binari che rimandano riflessi di ogni tipo,
gelidi ed eterni ci guardano con sufficienza mentre una musichetta indistinta gracchia dai miseri auto-parlanti.
Il treno arriva in un paio di minuti, come fossero le paratie di una diga le porte si aprono,
il fiume scorre di nuovo inondando i vagoni come l’acqua riempie un bacino artificiale.
Una mistura di odori fra cappotti, sudore, aliti pesanti, e terribili deodoranti simili all'insetticida rende l’aria irrespirabile.
Di nuovo pressati all'inverosimile, una donna struscia su di me i suoi giovani glutei,
mi ricorda un episodio di quando ero ragazzino, ma di s#### non si parla, si sa.
Il treno continua la sua corsa, ad ogni fermata il livello dell’acqua scende, addirittura si liberano posti a sedere.
Ora, finalmente, posso respirare a pieni polmoni.
Mi siedo e guardo le mie mani, sono screpolate, poi, curioso, inizio a guardare il paesaggio che scorre, prima prettamente urbano, con i suoi graffiti e i palazzoni anonimi privi di colori, poi gradualmente sempre più periferico.
Solo in quel momento mi chiedo dove sto andando, ma soprattutto dove cazzo dovessi scendere.
Ma non lo so, o non so di saperlo.
Continuo la mia corsa, sperando che una di quelle tante fermate mi chiami per nome.
La città è finita, ora il treno corre in aperta campagna, le fermate si fanno meno frequenti.
Il freddo diventa sempre più intenso, pungente.
La luce sta scemando, apparecchia la tavola alle tenebre che stanno arrivando, pronte a cibarsi dei pochi superstiti non ancora salvi nei propri nidi.
Una fermata è particolarmente prolungata, escono appena un paio di persone dal vagone,
ma il treno rimane a porte spalancate per interi minuti, forse un quarto d’ora.
Minuti interminabili nei quali la penso.
Un vento gelido percorre il convoglio, entrano anche gocce di pioggia miste a nevischio con lui,
imbucate alla festa senza invito.
Quasi rimpiango la calda folla di un’ora prima pur con i suoi terribili odori.
Finalmente riparte.
Fuori è solo oscurità, il paesaggio è ora indistinguibile anche per la nebbia, i vetri riflettono oramai solo le luci provenienti dall'interno.
Sono un po’ preoccupato, non ho sentito nessun richiamo, ed ho paura che le fermate utili siano finite.
L’unica cosa che mi rasserena è che non sono ancora rimasto solo, tre o quattro persone che leggono sono la mia compagnia.
Una veramente guarda fuori, come me, o almeno tenta di farlo.
Cerco il suo sguardo, per un attimo si incrocia con il mio.
È la prima persona che mi nota da quando siamo partiti.
Ormai guardo solo lei.
Si è alzata, sta per scendere.
La scorto con gli occhi.
In quei pochi attimi devo decidere, se andare con lei o rimanere sul vagone.
È vero, mi ha scrutato, più di una volta, ma non sembrava molto amichevole .
Penserebbe che la sto pedinando, siamo rimasti solo io e lei ormai.
Forse ha anche paura di me, può aver pensato che io sia un malintenzionato, che le voglia penetrare l'anima, e non solo.
Troppe pippe mentali,
lei è già scomparsa, le porte si sono richiuse e il treno ripartito.
Solo ora me ne rendo conto,
mi trovo all'ultimo vagone, e sono solo.
Dove sto andando?
Fottuta angoscia, mi stai divorando.
Indosso solo una primaverile giacca di pelle, le tenebre hanno portato con se un freddo terribile, ho le mani ghiacciate e piccoli tremori mi assalgono.
Le luci al neon del vagone si fanno sempre più tenui, cullato dal rollio del treno, e dalla melodia di ruote ferrate che corrono sui binari, mi raggomitolo in posizione fetale, adagiato su tre sedili duri e freddi come pietra.
Non ci saranno altre fermate.
Cerco di prender sonno.
Forse per sempre.
(dedicato ad un mio commilitone)
a 2015
giovedì 31 gennaio 2019
Sala d'attesa
E' una grossa vetrata, al terzo o quarto piano di uno stabile, e di fronte alla vetrata c'è la mia scrivania, con un PC al centro e dei libri adagiati sui due lati.
Il pomeriggio è tardo, le 17 - 17:30 circa, tale è l'oscurità che sembra notte fonda.
Il cielo, carico di nuvole minacciose, lo rende ancor più tetro di quanto già non faccia questa terra del nord dai toni anglosassoni, ed il rigido inverno suo compagno (contaminazion-e).
La grande stanza è illuminata da due sole luci, provenienti dal monitor del vecchio PC, e da una piccola abat-jour sullo scaffale della libreria.
Tutto è in penombra, neanche si capiscono i colori dei mobili o della tinta sui muri.
I quadri e le foto appese riflettono immagini indistinguibili, confuse, non solo per il buio della memoria.
Sento che sono solo, non c'è altra vita in quest'appartamento, forse neanche la mia, sono spento, in esaurimento, una pila esausta.
La vetrata affaccia su un piazzale, lo domina dall'alto, deve essere la banchina di un porto.
Non vedo navi o traghetti attraccati, ma file di auto attendono pazienti con i motori spenti di fronte ad un mare agitato, mentre il personale controlla le carte d'imbarco e transenna diligentemente l'area.
Pochi rumori arrivano nella stanza, i doppi vetri attutiscono quasi tutto, solo un leggero brusio e qualche rumore meccanico filtra timidamente, rimango in piedi davanti alla finestra mentre soffia un vento minaccioso e le nuvole sono cariche, ma solo poche gocce di pioggia si schiantano sui vetri gelidi.
Noto l'impronta di una mano, sul lato destro, cosa che odio più di ogni altra.
Mi chiedo di chi possa essere, visto che mai ricordo di aver poggiato il mio palmo lì sopra.
La domanda si dissolve in un sospiro tanto rapidamente quanto velocemente si è insinuata nella mente: ha forse qualche importanza ora?
Sono rapito dalla vita che scorre lì sotto, non da qualcuno o qualcosa in particolare, ma dal movimento sincrono di mezzi, luci e persone nel loro insieme, sembrano un grande ed unico essere vivente mentre si muovono ordinatamente sul piazzale.
Mostri di ferro vengono su quella banchina a divorare mezzi e anime che scompaiono nelle loro grandi pance.
Altri vengono a vomitarli.
Tutto è così vitale, anche se meccanico.
Non so con esattezza quanti anni possa avere, non ho particolari acciacchi, né mi sento particolarmente debole, intuisco solo la mia età dallo stato d'animo, che s'addice ad un recipiente svuotato o troppo colmo.
Ho tanti ricordi, magari dolorosi, ma tanti.
Non sono cosciente di quali siano.
Non sono loro che riempiono l'anima, è evidente, non mi sentirei un vuoto a perdere, altrimenti.
Non ho aspettative, non vedo un futuro, non lo sento neanche se è per questo.
Vivo solo nel presente, in questo presente sospeso e silenzioso, odiosamente solitario, sembra quasi un'anticamera, la sala d'attesa prima del capitolo finale.
Le sale d'attesa si somigliano tutte, piene di riviste inutili, buttate lì alla rinfusa, senza un criterio, sfogliarle nervosamente e distrattamente aiuta a vincere la noia e l'ansia di dover varcare la soglia di una porta dietro la quale non sappiamo cosa ci attende.
Faccio lo stesso con le giornate che trascorro qui dentro, nella mia stanza a vetri.
Non sono particolarmente angosciato, almeno non mi sembra.
Non è un incubo, ma certo non è un bel sogno.
Neanche mi disturba troppo questa assenza, di figli, di amici, di parenti, di eventi.
Faccio degli sforzi ogni tanto, ma non troppi, alla ricerca di qualche ricordo, di un volto, o uno sguardo del mio passato, però non so se mi consolerebbe, in qualche modo, la compagnia di una di queste cose.
Piuttosto è l'apatia che indosso, a disturbarmi.
Ci sono sogni che sono più reali di altri, e questo lo è (stato).
Quasi una sbirciatina sul futuro.
Quando sarà, un giorno, forse non lontano, chissà se mi conforterà il ricordo della tua voce mai sentita, ma tante tante volte agognata, mentre mi sussurra "t'amo".
Ricorderò di averlo urlato io stesso tra i monti?
Bisbigliato alla magnolia?
Confessato ad un gatto, come un peccatore al suo confessore?
Scarabocchiato sulle pareti degli ascensori e dei vagoni con accanto il "tuo" nome?
Scritto su un foglio ed affidato ad una pianta che orna la salita dei Borgia?
https://www.youtube.com/watch?v=pxvOxqNS7Kg
a 2014
Il pomeriggio è tardo, le 17 - 17:30 circa, tale è l'oscurità che sembra notte fonda.
Il cielo, carico di nuvole minacciose, lo rende ancor più tetro di quanto già non faccia questa terra del nord dai toni anglosassoni, ed il rigido inverno suo compagno (contaminazion-e).
La grande stanza è illuminata da due sole luci, provenienti dal monitor del vecchio PC, e da una piccola abat-jour sullo scaffale della libreria.
Tutto è in penombra, neanche si capiscono i colori dei mobili o della tinta sui muri.
I quadri e le foto appese riflettono immagini indistinguibili, confuse, non solo per il buio della memoria.
Sento che sono solo, non c'è altra vita in quest'appartamento, forse neanche la mia, sono spento, in esaurimento, una pila esausta.
La vetrata affaccia su un piazzale, lo domina dall'alto, deve essere la banchina di un porto.
Non vedo navi o traghetti attraccati, ma file di auto attendono pazienti con i motori spenti di fronte ad un mare agitato, mentre il personale controlla le carte d'imbarco e transenna diligentemente l'area.
Pochi rumori arrivano nella stanza, i doppi vetri attutiscono quasi tutto, solo un leggero brusio e qualche rumore meccanico filtra timidamente, rimango in piedi davanti alla finestra mentre soffia un vento minaccioso e le nuvole sono cariche, ma solo poche gocce di pioggia si schiantano sui vetri gelidi.
Noto l'impronta di una mano, sul lato destro, cosa che odio più di ogni altra.
Mi chiedo di chi possa essere, visto che mai ricordo di aver poggiato il mio palmo lì sopra.
La domanda si dissolve in un sospiro tanto rapidamente quanto velocemente si è insinuata nella mente: ha forse qualche importanza ora?
Sono rapito dalla vita che scorre lì sotto, non da qualcuno o qualcosa in particolare, ma dal movimento sincrono di mezzi, luci e persone nel loro insieme, sembrano un grande ed unico essere vivente mentre si muovono ordinatamente sul piazzale.
Mostri di ferro vengono su quella banchina a divorare mezzi e anime che scompaiono nelle loro grandi pance.
Altri vengono a vomitarli.
Tutto è così vitale, anche se meccanico.
Non so con esattezza quanti anni possa avere, non ho particolari acciacchi, né mi sento particolarmente debole, intuisco solo la mia età dallo stato d'animo, che s'addice ad un recipiente svuotato o troppo colmo.
Ho tanti ricordi, magari dolorosi, ma tanti.
Non sono cosciente di quali siano.
Non sono loro che riempiono l'anima, è evidente, non mi sentirei un vuoto a perdere, altrimenti.
Non ho aspettative, non vedo un futuro, non lo sento neanche se è per questo.
Vivo solo nel presente, in questo presente sospeso e silenzioso, odiosamente solitario, sembra quasi un'anticamera, la sala d'attesa prima del capitolo finale.
Le sale d'attesa si somigliano tutte, piene di riviste inutili, buttate lì alla rinfusa, senza un criterio, sfogliarle nervosamente e distrattamente aiuta a vincere la noia e l'ansia di dover varcare la soglia di una porta dietro la quale non sappiamo cosa ci attende.
Faccio lo stesso con le giornate che trascorro qui dentro, nella mia stanza a vetri.
Non sono particolarmente angosciato, almeno non mi sembra.
Non è un incubo, ma certo non è un bel sogno.
Neanche mi disturba troppo questa assenza, di figli, di amici, di parenti, di eventi.
Faccio degli sforzi ogni tanto, ma non troppi, alla ricerca di qualche ricordo, di un volto, o uno sguardo del mio passato, però non so se mi consolerebbe, in qualche modo, la compagnia di una di queste cose.
Piuttosto è l'apatia che indosso, a disturbarmi.
Ci sono sogni che sono più reali di altri, e questo lo è (stato).
Quasi una sbirciatina sul futuro.
Quando sarà, un giorno, forse non lontano, chissà se mi conforterà il ricordo della tua voce mai sentita, ma tante tante volte agognata, mentre mi sussurra "t'amo".
Ricorderò di averlo urlato io stesso tra i monti?
Bisbigliato alla magnolia?
Confessato ad un gatto, come un peccatore al suo confessore?
Scarabocchiato sulle pareti degli ascensori e dei vagoni con accanto il "tuo" nome?
Scritto su un foglio ed affidato ad una pianta che orna la salita dei Borgia?
https://www.youtube.com/watch?v=pxvOxqNS7Kg
a 2014
lunedì 21 gennaio 2019
Catene
Non sa più quanto tempo sia passato da quando
è rinchiuso
non è possibile dire se sono mesi o anni
non immaginava
sarebbe rimasto tanto,
che avrebbe dovuto tenere un conto,
che
un giorno si sarebbe chiesto "quant'è che sono qui?".
Un ibrido di carne e ferro,
fusione di ruggine
e sangue,
le catene sono oramai parte di lui,
l'uomo che viveva senza di loro
non solo non esiste, mai è esistito.
Inutile chiedersi se l'oscurità totale sia
dovuta a cecità sopravvenuta o alla tenebra che avvolge tutto,
trapassa
l'epidermide come tanti piccoli uncini che vanno ad aggrapparsi all'anima poco
sotto.
ha senso chiedersi se si possiede la vista
vivendo in un universo senza luce?
.........
a 2016(ai tuoi occhi che non chiedono luce, ma me la donano)
(dillo al dottore, domani, quando li visiterà)
sabato 5 gennaio 2019
Il Bunker
Le arrampicanti nascondono la mole del mio cemento,
c'è un vecchio dentro di me che fa la guardia
al passaggio che conduce in tenebre affamate.
Mi sei passata accanto inquieta,
m'hai guardato come si guarda un luogo dell'abbandono,
curiosa,
ma timorosa.
Mi hai sentito?
gridare
oppure queste mura inghiottono anche i suoni oltre le anime?
Mi sento male
sto male
ma vedo cose belle
credo di vederle con i tuoi occhi
perché i miei ormai sono squarci di buio in un mondo di luce,
nere feritoie che una volta sputavano fuoco.
Sono un bunker dimenticato
un bunker solo
che collassa sotto il suo peso
ma tu passami ancora accanto
ancora una volta.
Nel tuo prossimo viaggio a Glurns
https://www.youtube.com/watch?v=trFrh6EuUTk&list=PLDSL6b-R0v9OCg0nzZS1V8Qm_PPU2yYQU&index=1
c'è un vecchio dentro di me che fa la guardia
al passaggio che conduce in tenebre affamate.
Mi sei passata accanto inquieta,
m'hai guardato come si guarda un luogo dell'abbandono,
curiosa,
ma timorosa.
Mi hai sentito?
gridare
oppure queste mura inghiottono anche i suoni oltre le anime?
Mi sento male
sto male
ma vedo cose belle
credo di vederle con i tuoi occhi
perché i miei ormai sono squarci di buio in un mondo di luce,
nere feritoie che una volta sputavano fuoco.
Sono un bunker dimenticato
un bunker solo
che collassa sotto il suo peso
ma tu passami ancora accanto
ancora una volta.
Nel tuo prossimo viaggio a Glurns
https://www.youtube.com/watch?v=trFrh6EuUTk&list=PLDSL6b-R0v9OCg0nzZS1V8Qm_PPU2yYQU&index=1
mercoledì 19 dicembre 2018
L'emozione vive nell'illusione
L'emozione vive nell'illusione,
si nutre di essa.
La verità è apatia,
odiosa dittatrice
che tutto di-strugge.
a 2014
si nutre di essa.
La verità è apatia,
odiosa dittatrice
che tutto di-strugge.
a 2014
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Se ti incontrerò
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Quando i sentimenti sono troppo grandi, le emozioni sono troppo violente, l’anima inibisce il linguaggio, o lo rende scoordinato, più cerchi...
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