Due cadaveri abbracciati in un'unica pelle
l'odore della morte nella stanza
le carni crepate come la terra in siccità
un pasto rancido sul comodino, mai consumato
scariche elettriche impongono alle due carcasse di fare l'amore
all'inizio i movimenti sono a scatti, violenti
lacerano la pelle che tiene insieme le putride ossa
poi divengono sempre più sinuosi, armoniosi
impongono ai tessuti morti moti di vita
continuare a studiare la vita
è come indagare i due scheletri che fanno l'amore senza occuparsi della forza che li muove
l'esistenza è l'effetto
la forza è la causa
non è la nostra
farebbe accoppiare anche due sassi se volesse
Siamo cadaveri
conduttori di vita
l'idiozia dei cadaveri sta nello studiare se stessi
la loro imbecillità è nella convinzione che il mondo sia per loro
che la vita gli appartenga
nella testarda certezza che esistono
esiste solo questa prepotente forza cosmica che impone la vita a tutto
che impone di sopravvivere e clonarsi
quando ci abbandona, ci lascia senza un corpo
senza ricordi
senza passioni
senza paure
senza una coscienza (la mia)
senza l'anima (la sua)
stupide marionette
è così che vi vogliono
stupide
sembrate quasi vive, a guardarvi
vi muovete come vi è stato ordinato di fare
l'unica cosa da fare, l'unica azione davvero vostra
se solo aveste raggiunto la coscienza di quello che non siete
sarebbe tagliare i fili che vi obbligano ad essere felici
ad essere tristi
ad essere vivi
ad essere schiavi
e crollare a terra libere
martedì 27 agosto 2019
mercoledì 31 luglio 2019
La Tomba
Lo chiamavano “la tomba”, per questo devo aver pensato fosse
il posto giusto per sotterrare i miei ricordi.
Non volevo si facesse sepolcro, il mio, ma avrei dovuto
metterlo in conto che avrebbe potuto diventarlo mio malgrado.
Mi sono dato alla vita monastica più dura, ho “scelto”
questo terreno malarico perché qui non vuole venire nessuno, perché quei pochi
che lo abitano o sono folli, che sfidano le leggi del mondo cercando di
strappare questa terra ai demoni, o essi stessi sono demoni in esilio, cacciati
dal mondo, come me.
La febbre alta mi procura delirio, ho visto un’ombra chiara
che mi ha attraversato la mente, giro il capo a destra, e poi di scatto alla
mia sinistra cercandola tra le quattro pareti della mia gelida cella, ma è
fuggita via.
Forse si nasconde sotto il mio letto, si fa beffe di me, della
mia malattia, aspetta che io ceda per attraversarmi di nuovo.
Prima di concedermi al sonno lotto ancora un poco, l’infuso
di eucalipto è alla mia destra, basta allungare il braccio e alzare il collo per
berlo, ma è cosa semplice solo per un corpo sano.
Sto da così tanto qui che non ricordo più se sono ancora giovane,
o già vecchio, non capisco più se quelle mani fusiformi dagli artigli negri
sono il frutto del mio delirio, o i ricordi della mia coscienza prima che
arrivassi qui.
Il sonno mi vince, in questi posti, con la febbre malarica,
non sai se riuscirai mai più a svegliarti dai sogni che farai, il mio inizia
con quelle splendide mani che mi porgono un libro.
Sono mani fatte di neve, appena lo afferro sciolgono
il loro colore nel mondo e lasciano che il libro sia apra, alla pagina
che volevano io leggessi per loro…..
l'amore
è
una
droga
l'amore
è
una
droga
L'ago non si è ancora sfilato dalla vena che miriadi di lucciole dalle labbra turgide gli circondano il volto, come piccoli coni di luce intermittente puntati sulle pupille ristrette.
Sua madre affiora dal buio nulla di quella cella umida, gli occhi cerchiati di brillantini azzurri stile fata turchina, in una mano ha un calice di prosecco e nell'altra un macinino da caffè arrugginito, lo fa roteare sulla sua stessa manovella con grande rumore di ferraglia
“ESPANDERAI RISSOSO ZELO!”
urla a ripetizione scandendo bene le parole, e ad ogni parola si versa un goccio di prosecco in testa e da un paio di giri di manovella.
Fa caldissimo, ma anche freddissimo, la pelle suda chicchi di grandine; le lucciole adesso gli leccano gli zigomi con linguette scarlatte, una si masturba lasciva e soddisfatta sulle sue palpebre socchiuse.
Il cuore fa bum-bum, bum-bum, ma lentamente, quasi si ferma.
“Cooo sa staaaaidiiiiii cendooooo ma aaaa mmmmm?”
ma “ma aaa mmmmm” è già andata, risucchiata dalle tenebre che l'hanno generata insieme al prosecco, andate anche le lucciole, già in cerca di un nuovo amante; a tratti in lontananza il macinino ancora cigola.
Ogni suo muscolo adesso galleggia in una mare calmo di ovatta, in mezzo a gradini di marmo su cui sonnecchiano gomitoli di gatti dai baffi d'oro, uno apre gli occhi affilati e miagola “Ho visto cose che voi umani, ma è tempo di dormire ormai”.
Poi è nuovamente freddissimo, in un vicino altrove qualcun altro si lamenta, in preda al delirio o forse alla tortura “Chi sei? CHI SEI? COSA TI FANNO?”
Ma il gelo quello vero adesso è qui, e gli scorre nelle arterie, arrivato dalla steppa a rubargli l'ultimo respiro“ Ma aaaa mmmmm..... ma aaaa mmmmm...dove sei”
Il muro si squarcia ma piuttosto è una piccola porta che si apre, una delle tante in quel posto, gli occhi invece non riescono ad aprirsi a sufficienza se non per consegnargli l'ipotesi di un'ombra diafana scivolare al suo fianco. In un battito d'ali un mix di tamarindo e cardamomo penetra le sue narici arrendevoli, ed è caldo il corpo che aderisce al suo, un centimetro alla volta, con scrupolosa perizia.
Più tardi, chissà quando, il muro della cella si richiude
l'ago non c'è più
il respiro c'è ancora.
Sua madre affiora dal buio nulla di quella cella umida, gli occhi cerchiati di brillantini azzurri stile fata turchina, in una mano ha un calice di prosecco e nell'altra un macinino da caffè arrugginito, lo fa roteare sulla sua stessa manovella con grande rumore di ferraglia
“ESPANDERAI RISSOSO ZELO!”
urla a ripetizione scandendo bene le parole, e ad ogni parola si versa un goccio di prosecco in testa e da un paio di giri di manovella.
Fa caldissimo, ma anche freddissimo, la pelle suda chicchi di grandine; le lucciole adesso gli leccano gli zigomi con linguette scarlatte, una si masturba lasciva e soddisfatta sulle sue palpebre socchiuse.
Il cuore fa bum-bum, bum-bum, ma lentamente, quasi si ferma.
“Cooo sa staaaaidiiiiii cendooooo ma aaaa mmmmm?”
ma “ma aaa mmmmm” è già andata, risucchiata dalle tenebre che l'hanno generata insieme al prosecco, andate anche le lucciole, già in cerca di un nuovo amante; a tratti in lontananza il macinino ancora cigola.
Ogni suo muscolo adesso galleggia in una mare calmo di ovatta, in mezzo a gradini di marmo su cui sonnecchiano gomitoli di gatti dai baffi d'oro, uno apre gli occhi affilati e miagola “Ho visto cose che voi umani, ma è tempo di dormire ormai”.
Poi è nuovamente freddissimo, in un vicino altrove qualcun altro si lamenta, in preda al delirio o forse alla tortura “Chi sei? CHI SEI? COSA TI FANNO?”
Ma il gelo quello vero adesso è qui, e gli scorre nelle arterie, arrivato dalla steppa a rubargli l'ultimo respiro“ Ma aaaa mmmmm..... ma aaaa mmmmm...dove sei”
Il muro si squarcia ma piuttosto è una piccola porta che si apre, una delle tante in quel posto, gli occhi invece non riescono ad aprirsi a sufficienza se non per consegnargli l'ipotesi di un'ombra diafana scivolare al suo fianco. In un battito d'ali un mix di tamarindo e cardamomo penetra le sue narici arrendevoli, ed è caldo il corpo che aderisce al suo, un centimetro alla volta, con scrupolosa perizia.
Più tardi, chissà quando, il muro della cella si richiude
l'ago non c'è più
il respiro c'è ancora.
La nuova alba accoglie un uomo che è appena stato sputato
dalla morte,
come dalla vita prima che venisse in questo luogo.
Il mattino di nebbia mi rende l’orrore e la bellezza che ho
ricevuto dalle allucinazioni di questa notte, un orrore ed una bellezza che
ricevo da una dea che è in grado di partorire entrambi come fossero gemelli,
un orrore e una bellezza che ora altri dovranno ricevere da
me (per questo scrivo) in uno scandaloso passaggio di eredità.
Essere vivi, destarsi ancora una volta dopo la lunga
battaglia, e trascinarsi tra le marionette con il bagaglio dei miei pensieri,
dei miei rimorsi, delle mie voglie
combattere la coscienza che mi vuole vivo prima di nascere,
e poi morto una volta vivo
scandaglio l’intero spettro dei miei umori e poi mi confondo
tra gli altri reietti, ancora una volta
mi basta arrivare alla prossima notte, crollare a letto e
sudare nel buio profondo, un sonno che cuoce al fuoco dei miei sogni,
sogni di foglie cucite sulla pelle delle sue cosce
sogni che tormentano di desiderio la mia anima
e che molestano una mente malata, costretta a delirare
per guarire.
La nebbia è ovunque, compatta come un unico blocco di marmo, e avvolge in un abbraccio spettrale il gruppo laborioso di uomini di varia età, che si affaccendano palesemente infreddoliti:il pesante tessuto delle tuniche, tutte uguali, non è sufficiente a ripararne le ossa, sgretolate dall'umidità.
Le prime luci svelano un'esile ragnatela di viottoli grigi incastrati tra grigi edifici: in questo luogo desolante tutto anela all'afflizione.
Oggi è la terza domenica del mese, si celebra la messa aperta agli abitanti dei paesi vicini, le litanie cantate in latino avranno inizio al primo rintocco di campana.
“La tomba” si erge come un soldato di cemento, rigida e solenne, mimetizzata da una groviglio di alberi e rovi.
I frati occupano l'ala nord, in alto sulla collina, a fianco dell'unico accesso visibile dall'esterno.
Questa mattina il grande portone in ferro è spalancato, per permettere l'ingresso ai fedeli.
E' anche il giorno del mese in cui possono entrare i contadini coi loro carretti ricolmi di viveri e oggetti da scambiare con i frati, il mercato delle anime lo chiamano.
In fondo, a ridosso del fiume, c'è l'ala est.
Non c'è traccia di questa domenica di vita, nell'ala est.
“Le candele sono accese?”
“Si”
“Hai messo quelle vecchie nel bidone della cera da sciogliere?”
“Si”
“Hai sistemato i libretti dei salmi sui banchi del coro?”
“Si”
Le tre domande di rito che Frate Egidio rivolge a Fra' Lorenzo hanno avuto luogo, il che vuol dire che mancano esattamente 45 minuti alla messa.
Frate Egidio è arrivato dalla Svizzera portando con sé il vezzo e il vanto di una precisione ossessiva. Anche di questo peccato di vanità, al tramonto, renderà conto al Signore, nella solitudine della sua cella, avvitandosi le falangi in uno schiaccianoci in legno di faggio da lui stesso intagliato con gran maestria. Nemmeno un lamento uscirà dalla sua barba.
Il giovane Fra' Lorenzo si dirige verso l'organo, gli rimangono 30 minuti per provare i brani con cui accompagnerà le voci benedette. Prima di prendere posto, con sguardo attento perlustra ogni angolo della chiesa deserta.
Non c'è nessuno.
Anche se ci fosse qualcuno, gli sarebbe impossibile notare il lampo che attraversa gli occhi chiari del monaco quando le sue dita affusolate aprono lo spartito, tantomeno l'improvvisa erezione.
Quelle pagine sono a lui sconosciute, è la prima volta che le sfiora: non gli sono state regalate che ieri.
“Guten Morgen” dice l'angelo rotondo aprendo la porta, il camice bianco troppo stretto per contenerla tutta, i capelli biondi raccolti in un severo chignon.
Alex solleva le palpebre a fatica, e la guarda, l'immagine che le pupille gli rimandano è sfuocata ma non troppo lontana dalla realtà
La donna ha tra le mani pillole colorate ed un bicchiere d'acqua colmo per metà, nessun accenno di sorriso sulle labbra strette pitturate di rosso.
Alex risponde al saluto, inghiottisce senza fiatare: è rinchiuso qui per questo, per farsi salvare.
Le stanzette del sanatorio sono meno tetre delle celle dell'ala nord, ma altrettanto anguste.
L'unico suono, incessante, ipnotico, è il fiume che scorre sotto le sbarre delle piccole finestre: eppure non è quello il rumore che Alex ricorda di questa notte.
Sa che è impossibile anche solo il pensarlo figuriamoci il riferirlo, specie se a riferirlo è un tossico eroinomane, eppure ne è certo: ciò che lo ha cullato, tra gli incubi ed il gelo del suo ennesimo ultimo buco, è il suono calmo e ritmato di un respiro.
Qualcuno ha dormito al suo fianco.
Ma
i suoi occhi stanchi li conosce bene, anche se non gli ha mai visti riflessi in
uno specchio.
“Non
so niente dell’amore, della capacità di amare, di essere amato, per questo
cerco la droga, quando sono fatto amo il mondo e il mondo mi ama anche se
niente conosco dell’amore.
Ho visioni fantastiche e terribili, visito mondi lontani, mondi ai quali a voi non è concesso accedere, ho attraversato le porte di Tannhäuser e vagato tra la nebulose di Orione in cerca dei mitici bastimenti in fiamme, ne ho visto di cose che voi umani……ma questa è un’altra storia, è tempo di nutrirsi (altra cosa della vita che non posso fare senza sofferenza)”
Alex
ora è sicuro, il respiro che l’ha cullato questa notte era dell’angelo rotondo.
se
qualcuno avesse scoperto quel libro nella sua cella cosa avrebbe mai potuto
dire in sua difesa?
Le pantofole poggiano su una pietra traballante, una pietra che nasconde
un libro misterioso, un libro che racconta il suo tormento e la sua estasi con
la paffuta infermiera pur essendo stato nascosto li 96 anni prima di quella notte
d'amore.
(a & e)
La nebbia è ovunque, compatta come un unico blocco di marmo, e avvolge in un abbraccio spettrale il gruppo laborioso di uomini di varia età, che si affaccendano palesemente infreddoliti:il pesante tessuto delle tuniche, tutte uguali, non è sufficiente a ripararne le ossa, sgretolate dall'umidità.
Le prime luci svelano un'esile ragnatela di viottoli grigi incastrati tra grigi edifici: in questo luogo desolante tutto anela all'afflizione.
Oggi è la terza domenica del mese, si celebra la messa aperta agli abitanti dei paesi vicini, le litanie cantate in latino avranno inizio al primo rintocco di campana.
“La tomba” si erge come un soldato di cemento, rigida e solenne, mimetizzata da una groviglio di alberi e rovi.
I frati occupano l'ala nord, in alto sulla collina, a fianco dell'unico accesso visibile dall'esterno.
Questa mattina il grande portone in ferro è spalancato, per permettere l'ingresso ai fedeli.
E' anche il giorno del mese in cui possono entrare i contadini coi loro carretti ricolmi di viveri e oggetti da scambiare con i frati, il mercato delle anime lo chiamano.
In fondo, a ridosso del fiume, c'è l'ala est.
Non c'è traccia di questa domenica di vita, nell'ala est.
“Le candele sono accese?”
“Si”
“Hai messo quelle vecchie nel bidone della cera da sciogliere?”
“Si”
“Hai sistemato i libretti dei salmi sui banchi del coro?”
“Si”
Le tre domande di rito che Frate Egidio rivolge a Fra' Lorenzo hanno avuto luogo, il che vuol dire che mancano esattamente 45 minuti alla messa.
Frate Egidio è arrivato dalla Svizzera portando con sé il vezzo e il vanto di una precisione ossessiva. Anche di questo peccato di vanità, al tramonto, renderà conto al Signore, nella solitudine della sua cella, avvitandosi le falangi in uno schiaccianoci in legno di faggio da lui stesso intagliato con gran maestria. Nemmeno un lamento uscirà dalla sua barba.
Il giovane Fra' Lorenzo si dirige verso l'organo, gli rimangono 30 minuti per provare i brani con cui accompagnerà le voci benedette. Prima di prendere posto, con sguardo attento perlustra ogni angolo della chiesa deserta.
Non c'è nessuno.
Anche se ci fosse qualcuno, gli sarebbe impossibile notare il lampo che attraversa gli occhi chiari del monaco quando le sue dita affusolate aprono lo spartito, tantomeno l'improvvisa erezione.
Quelle pagine sono a lui sconosciute, è la prima volta che le sfiora: non gli sono state regalate che ieri.
“Guten Morgen” dice l'angelo rotondo aprendo la porta, il camice bianco troppo stretto per contenerla tutta, i capelli biondi raccolti in un severo chignon.
Alex solleva le palpebre a fatica, e la guarda, l'immagine che le pupille gli rimandano è sfuocata ma non troppo lontana dalla realtà
La donna ha tra le mani pillole colorate ed un bicchiere d'acqua colmo per metà, nessun accenno di sorriso sulle labbra strette pitturate di rosso.
Alex risponde al saluto, inghiottisce senza fiatare: è rinchiuso qui per questo, per farsi salvare.
Le stanzette del sanatorio sono meno tetre delle celle dell'ala nord, ma altrettanto anguste.
L'unico suono, incessante, ipnotico, è il fiume che scorre sotto le sbarre delle piccole finestre: eppure non è quello il rumore che Alex ricorda di questa notte.
Sa che è impossibile anche solo il pensarlo figuriamoci il riferirlo, specie se a riferirlo è un tossico eroinomane, eppure ne è certo: ciò che lo ha cullato, tra gli incubi ed il gelo del suo ennesimo ultimo buco, è il suono calmo e ritmato di un respiro.
Qualcuno ha dormito al suo fianco.
Si alza a fatica, mette un piede dopo l’altro, trascina le sue ossa stanche ed
umide verso il bagno,
alla
sua sinistra c’è uno specchio, ha paura di voltarsi, ogni volta che lo fa gli
rende un’immagine appannata e indefinita, senza contorni, come se non potesse
dirgli niente di preciso su di lui.
“Io
non so niente dell’amore” sono le parole che sommesse escono dalla piega della
sua bocca.
Si, c’era una piega della bocca, e dita nervose della mano destra che
facevano roteare una pallina immaginaria sul palmo
Ho visioni fantastiche e terribili, visito mondi lontani, mondi ai quali a voi non è concesso accedere, ho attraversato le porte di Tannhäuser e vagato tra la nebulose di Orione in cerca dei mitici bastimenti in fiamme, ne ho visto di cose che voi umani……ma questa è un’altra storia, è tempo di nutrirsi (altra cosa della vita che non posso fare senza sofferenza)”
L’angelo
rotondo entra con un vassoio, lo guarda rigorosa e lascia la minestra calda con la
mela cotta sul piccolo scrittoio, si gira di spalle verso l’uscita, accosta la
porta lasciata aperta in precedenza, ma prima di farlo si volta verso di lui.
Stavolta lo sguardo è meno severo, scruta velocemente la piega delle sue vertebre sporgenti e si lascia sfuggire una smorfia di smania.
Stavolta lo sguardo è meno severo, scruta velocemente la piega delle sue vertebre sporgenti e si lascia sfuggire una smorfia di smania.
Fra’
Lorenzo sfoglia nervoso ed eccitato il libro partorito da una notte di tremori
ed incubi, incubi che l’hanno condotto ad attraversare varchi misteriosi, porte
spazio-temporali che si aprono solo quando la parte più folle della nostra
mente è libera di vagare fuori dal controllo delle sentinelle che la
imprigionano.
Il
libro sognato si è fatto reale, un racconto erotico che si scioglie in eleganti
caratteri di inchiostro nero su poche pagine di carta di riso, al suo risveglio
l’ha trovato sul comodino, accanto all’infuso di foglie di eucalipto, l’ha
aperto sorpreso su una pagina a caso, è diventato bianco come avesse visto uno
spettro, il passo sul quale era caduto il suo pudico sguardo era puro,
scandaloso, depravato erotismo…
Quale
assurda storia si sarebbe dovuto inventare?
Non
avrebbe certo potuto spiegare di averlo ereditato facendo un sogno delirante.
Meglio
nasconderlo, ma la cella è così minimalista e austera, non c’è un angolo che
possa celarlo da occhi curiosi o da sguardi invadenti.
Decide
di portarlo con se nella chiesa ancora deserta.
Vicino all’organo c’è un posto che conosce solo lui, dove può seppellirlo sotto una pietra che nasconde un piccolo vano della pavimentazione.
Vicino all’organo c’è un posto che conosce solo lui, dove può seppellirlo sotto una pietra che nasconde un piccolo vano della pavimentazione.
Se
qualcuno dovesse trovarlo li non potrebbero incolpare lui di avercelo messo
ma
prima….ancora due pagine del turpe racconto, pagine che gli procurano la
sincope nel nero delle pupille sue, come le prime due lette già nella fredda
cella, pagine che abiurano la sua confessione di monaco, perché sente che quei
sporchi versi lo avvicinano a Dio più delle sacre scritture?
.......un'ombra
diafana scivola al suo fianco, ed è caldo il corpo che aderisce al suo, un
centimetro alla volta, con scrupolosa perizia, alza a fatica il camice bianco che le fascia le cosce tornite, si mette a
cavallo di quelle ossa tremolanti in preda alla febbre e alle
allucinazioni, scioglie lo chignon e lascia andare la sua lunga chioma
libera con due violenti, ma sensuali, movimenti del collo.
Il suo sesso è un fiore carnivoro che divora con infinita voglia quella pelle incollata alle ossa spigolose, inghiotte il tumido pene e poi lo libera dall’abbraccio delle sue grandi labbra con movimenti cadenzati al ritmo del mare in tempesta che agita quelle carni.
Il suo sesso è un fiore carnivoro che divora con infinita voglia quella pelle incollata alle ossa spigolose, inghiotte il tumido pene e poi lo libera dall’abbraccio delle sue grandi labbra con movimenti cadenzati al ritmo del mare in tempesta che agita quelle carni.
All’unisono,
come comandati da remoto, si voltano verso la loro sinistra, per un attimo
riescono ad ammirare, riflessa nello specchio, l’armonia che raggiunge l’unione
di quei due corpi tanto diversi e imperfetti che si sposano.
L'immagine, stavolta, non è appannata.
L'immagine, stavolta, non è appannata.
Fra’
Lorenzo non riuscirà a celare ancora per molto l’erezione sotto la sua tunica,
i fedeli stanno per entrare nella casa del signore, ancora scosso e turbato da
quell’universo di sensazioni, fino ad ora sconosciute, nasconde il libro
proibito nel luogo prescelto.
Fra’
Lorenzo non afferrerà mai più tra le sue mani quel dono inaspettato, un dono
consegnatogli da misteriose e affusolate falangi dai negri artigli una fredda
notte del 13 Novembre del 1897, la vita, come la morte, ha scritto una
storia diversa per lui.
Alex
sta meglio, le crisi d’astinenza sono meno frequenti e violente da almeno 3
settimane, sembra a volte un cristo sofferente, a volte un animale
impaurito, ma l’impressione di fragilità e debolezza è ingannevole, sotto
quel torace rachitico batte il cuore di un guerriero forgiato dalla lotta
contro forze più grandi.
Per la
prima volta si allontana a piccoli passi dal sanatorio, non è concesso uscire,
ma ci si può recare alla chiesa per pregare se lo si vuole.
Non è credente, vi si dirige solamente per imboccare quei lunghi corridoi che portano lontano dalle anguste e grige celle, si siederà sul panchetto vicino all'organo e rimarrà in raccoglimento per un po' di minuti, cercherà di ricordare, ricordare cosa è successo nel suo letto la scorsa notte, perché percepisce il suo animo così destabilizzato.
Non è credente, vi si dirige solamente per imboccare quei lunghi corridoi che portano lontano dalle anguste e grige celle, si siederà sul panchetto vicino all'organo e rimarrà in raccoglimento per un po' di minuti, cercherà di ricordare, ricordare cosa è successo nel suo letto la scorsa notte, perché percepisce il suo animo così destabilizzato.
(a & e)
sabato 20 luglio 2019
Cemento amato e violenti delizie
Quello che ti piace
quando l'hai incontrato la prima volta era solo una scoperta
poi è diventato quello che ti piace
quel godimento reclama il suo tempo, le sue attenzioni
pretende fedeltà e in cambio ti regala quel piacere
ma ti allontana dalle nuove scoperte
ti nega ai nuovi piaceri
scoprire in fondo è la delizia più grande
quella più violenta.
Benedico le cose nuove
per questo do sempre la precedenza all'esplorazione di un luogo mai visto
anche se lontano dalla mia sensibilità
invece di ritornare in uno dove sono stato già appagato.
Il cemento
quei milioni di muri nelle città sono impregnati dei nostri amori
dei nostri delitti
una come te può perdersi a leggerli tutti
come con i fili d'erba di un immenso prato verde
quando l'hai incontrato la prima volta era solo una scoperta
poi è diventato quello che ti piace
quel godimento reclama il suo tempo, le sue attenzioni
pretende fedeltà e in cambio ti regala quel piacere
ma ti allontana dalle nuove scoperte
ti nega ai nuovi piaceri
scoprire in fondo è la delizia più grande
quella più violenta.
Benedico le cose nuove
per questo do sempre la precedenza all'esplorazione di un luogo mai visto
anche se lontano dalla mia sensibilità
invece di ritornare in uno dove sono stato già appagato.
Il cemento
quei milioni di muri nelle città sono impregnati dei nostri amori
dei nostri delitti
una come te può perdersi a leggerli tutti
come con i fili d'erba di un immenso prato verde
giovedì 11 luglio 2019
Cortometraggi notturni
C'è una luce che proviene dalla cucina
è una luce accecante, rompe questo buio denso che avvolge il
mio sonno
mi alzo quasi incosciente
come un automa assonato mi dirigo verso la cucina
chiudo gli occhi, vado a memoria
la luce colpisce con violenza la pupilla abituata alla
tenebra
fa male
stringo le palpebre ancora di più
le serro
il frigo smette di emettere la sua luce e quel rumore di
compressore affaticato
tutto piomba nuovamente nel silenzio
ma non è un silenzio che puoi ascoltare in questo mondo
c'è il silenzio delle cose che tacciono
questa casa invece è nel nulla, senza fine
Non esiste qualcosa lì fuori che possa produrre suoni o
visioni
tutto si limita nello spazio angusto di queste piccole mura
una navicella nello spazio cosmico
tra me e il niente solo queste mura sottile
il frigorifero sembra l'unico mio compagno di viaggio
vado per tornare nella mia camera da letto
lo vedo
sdraiato su quella branda, nell'ombra
il capo divelto a scoprire la carotide
degli occhi intravedo solo il bianco
le pupille sembrano voler scomparire dietro la fronte
da l'idea di un dolore estremo
il suo spirito è già morto
è' solo un vecchio corpo che combatte contro il suo dolore
ormai
emette un suono cavernoso, è un lamento
un tremito di pelle e ossa, cadenti
stringe la spalliera con la mano sinistra
una tensione figlia di un insopportabile male
torno a dormire
non saprei come aiutarlo, davvero
siamo solo io e lui qui dentro?
Il sonno che mi invade è pieno di angoscia
sono io quello nell'altra stanza?
adesso chiuderò gli occhi
per non sapere se li aprirò di nuovo.
c'è una luce che proviene dalla cucina
c'è una luce che proviene dalla cucina
una luce insopportabile
a 2018
Che suono ha una lacrima?
Scivolo in avanti attraverso un lungo corridoio, largo quanto basta per allargare le braccia, no finestre, no niente, ogni pochi metri c'è una porta da aprire
la apro
si richiude automaticamente alle mie spalle, di botto, sigillandosi come nemmeno una porta blindata
impossibile tornare indietro
unica scelta concessa sarebbe quella di non andare avanti, lasciare chiusa la porta successiva,vivere per sempre in quel metro quadro di gioia o di dolore
perché è così che funziona
ogni passaggio è associato ad uno stato emotivo che ti avvolge senza soluzione di continuità
non si può sapere quale fin quando la porta non si richiude sulla tua schiena
in lontananza, ovattato come se arrivasse dalla profondità degli abissi o delle galassie, sento il rumore dei passi di altri viaggiatori
il mio corridoio non è unico, ma è uno tra le decine di migliaia di corridoi paralleli ognuno con le sue porte d'acciaio
poggio l'orecchio alla parete
a fatica riconosco l'eco di decine di migliaia di sospiri
risate
lacrime
che suono ha una lacrima?
Oggi sono nel mio metro quadro di tristezza
niente può impedire che me ne aspetti un altro metro quadro dietro la porta che ho di fronte
ma a breve la apro.
Poggio l'orecchio alla parete
ancora ti sento.
e 2019
Scivolo in avanti attraverso un lungo corridoio, largo quanto basta per allargare le braccia, no finestre, no niente, ogni pochi metri c'è una porta da aprire
la apro
si richiude automaticamente alle mie spalle, di botto, sigillandosi come nemmeno una porta blindata
impossibile tornare indietro
unica scelta concessa sarebbe quella di non andare avanti, lasciare chiusa la porta successiva,vivere per sempre in quel metro quadro di gioia o di dolore
perché è così che funziona
ogni passaggio è associato ad uno stato emotivo che ti avvolge senza soluzione di continuità
non si può sapere quale fin quando la porta non si richiude sulla tua schiena
in lontananza, ovattato come se arrivasse dalla profondità degli abissi o delle galassie, sento il rumore dei passi di altri viaggiatori
il mio corridoio non è unico, ma è uno tra le decine di migliaia di corridoi paralleli ognuno con le sue porte d'acciaio
poggio l'orecchio alla parete
a fatica riconosco l'eco di decine di migliaia di sospiri
risate
lacrime
che suono ha una lacrima?
Oggi sono nel mio metro quadro di tristezza
niente può impedire che me ne aspetti un altro metro quadro dietro la porta che ho di fronte
ma a breve la apro.
Poggio l'orecchio alla parete
ancora ti sento.
e 2019
giovedì 27 giugno 2019
La materia di un Dio indisponente
Era una vita senza l'altezza delle montagne
senza il silenzio delle sue nevi.
La mia inquietudine germinava dalla ricerca di qualcosa che non conoscevo,
dall'inseguire una materia che non sei neanche sicuro che esista
Se un Dio dispettoso ti trapianta il desiderio di qualcosa che lui può si amministrare
ma tu non riesci neanche a sognare
allora puoi anche impazzire
La prime volte ti ho tanto osservata
poi ti ho riconosciuta
la materia di un Dio indisponente
senza la quale non sopravvivi, se non dolorosamente
(Allora immaginati che ora sei condotta di fronte ad un tribunale, un tribunale che non riconosci ma che è ugualmente competente su di te, ha l'autorità di giudicarti e la forza di applicare le pene conseguenti senza il tuo consenso.
Questo tribunale ti condanna a non poter più godere della vista di una montagna, né della neve o del ghiaccio.
Non ti è concesso neanche l'inverno, mai più, nè l'autunno.
Ora tu passerai tutta la tua vita vivendo una calda estate, senza affrontare dislivelli, in un'eterna pianura sopravviverai.
Troverai altre cose alle quali aggrappare il tuo interesse, la tua curiosità, però sempre presente sarà in te la mancanza, il vuoto lasciato da ciò che hai amato e, un tempo, conosciuto.
L'assenza sarà a volte molto forte, quasi insopportabile, dipenderà dai periodi, dagli umori, a volte riuscirai a tollerarla egregiamente, ma mai ti abbandonerà la malinconia.
Ora però immagina un'altra cosa, immagina che le stesse cose ti siano private, ma senza che tu le abbia mai conosciute, tu non sai cosa sia una montagna, tu non conosci la neve, non l'hai mai conosciuta, ma non intendo di persona, toccata con mano, intendo che ne ignori l'esistenza stessa.
Mai vista in un film, mai letta in un libro, mai sentito parlarne da nessuno, in nessun luogo.
Vivi la vita di prima, su descritta, solo che il tuo disagio, la mancanza di qualcosa che hai nell'anima, non trova una giustificazione non sai cosa ti manca, perché non lo conosci, conosci solo il vuoto che ti lascia, un grande vuoto nel tuo stomaco, che non si riempie col cibo, nè con le altre cose che conosci.
A volte ti credi pazza, mal fatta, difettosa, perché questa grande fame di cose che non esistono assomiglia molto ad una malattia della mente e dell'anima.
Da un certo punto di vista è però meno doloroso, perché non sai di cosa sei stata privata, se lo sei stata.
La malinconia è assente, non ci sono ricordi dolci che ti cullano e ti schiaffeggiano allo stesso tempo, ma il vuoto è più penetrante, è come un topo nella pancia che ti divora le budella dall'interno, è irrequieto perché cerca la materia che lo sfama e, non sapendo cosa o quale sia, mangia ogni cosa, anche se stesso
Solo quando la incontrerà e la riconoscerà saprà che era lei, lei che mancava.....ora però si apre un'altra fase, la fase della paura, paura di perderla, e dopo averla persa diventar per sempre malinconici.
Né altezze, nè silenzio, nè neve, era per spiegare a te di cosa ho bisogno.
Tu non sarai mai me finché non saprai cosa sei tu per me, e non saprai mai cosa sei per me finché non sarai me.
In fondo non sai neanche cosa sei tu, perché non puoi sapere cosa rappresenti, non sai cosa sei per gli altri, neanche se te lo spiegassero con tutte le parole del mondo.
Anche le montagne ignorano, in parte, che cosa sono,
perché mai si sono specchiate negli occhi tuoi che le guardano.)
senza il silenzio delle sue nevi.
La mia inquietudine germinava dalla ricerca di qualcosa che non conoscevo,
dall'inseguire una materia che non sei neanche sicuro che esista
Se un Dio dispettoso ti trapianta il desiderio di qualcosa che lui può si amministrare
ma tu non riesci neanche a sognare
allora puoi anche impazzire
La prime volte ti ho tanto osservata
poi ti ho riconosciuta
la materia di un Dio indisponente
senza la quale non sopravvivi, se non dolorosamente
(Allora immaginati che ora sei condotta di fronte ad un tribunale, un tribunale che non riconosci ma che è ugualmente competente su di te, ha l'autorità di giudicarti e la forza di applicare le pene conseguenti senza il tuo consenso.
Questo tribunale ti condanna a non poter più godere della vista di una montagna, né della neve o del ghiaccio.
Non ti è concesso neanche l'inverno, mai più, nè l'autunno.
Ora tu passerai tutta la tua vita vivendo una calda estate, senza affrontare dislivelli, in un'eterna pianura sopravviverai.
Troverai altre cose alle quali aggrappare il tuo interesse, la tua curiosità, però sempre presente sarà in te la mancanza, il vuoto lasciato da ciò che hai amato e, un tempo, conosciuto.
L'assenza sarà a volte molto forte, quasi insopportabile, dipenderà dai periodi, dagli umori, a volte riuscirai a tollerarla egregiamente, ma mai ti abbandonerà la malinconia.
Ora però immagina un'altra cosa, immagina che le stesse cose ti siano private, ma senza che tu le abbia mai conosciute, tu non sai cosa sia una montagna, tu non conosci la neve, non l'hai mai conosciuta, ma non intendo di persona, toccata con mano, intendo che ne ignori l'esistenza stessa.
Mai vista in un film, mai letta in un libro, mai sentito parlarne da nessuno, in nessun luogo.
Vivi la vita di prima, su descritta, solo che il tuo disagio, la mancanza di qualcosa che hai nell'anima, non trova una giustificazione non sai cosa ti manca, perché non lo conosci, conosci solo il vuoto che ti lascia, un grande vuoto nel tuo stomaco, che non si riempie col cibo, nè con le altre cose che conosci.
A volte ti credi pazza, mal fatta, difettosa, perché questa grande fame di cose che non esistono assomiglia molto ad una malattia della mente e dell'anima.
Da un certo punto di vista è però meno doloroso, perché non sai di cosa sei stata privata, se lo sei stata.
La malinconia è assente, non ci sono ricordi dolci che ti cullano e ti schiaffeggiano allo stesso tempo, ma il vuoto è più penetrante, è come un topo nella pancia che ti divora le budella dall'interno, è irrequieto perché cerca la materia che lo sfama e, non sapendo cosa o quale sia, mangia ogni cosa, anche se stesso
Solo quando la incontrerà e la riconoscerà saprà che era lei, lei che mancava.....ora però si apre un'altra fase, la fase della paura, paura di perderla, e dopo averla persa diventar per sempre malinconici.
Né altezze, nè silenzio, nè neve, era per spiegare a te di cosa ho bisogno.
Tu non sarai mai me finché non saprai cosa sei tu per me, e non saprai mai cosa sei per me finché non sarai me.
In fondo non sai neanche cosa sei tu, perché non puoi sapere cosa rappresenti, non sai cosa sei per gli altri, neanche se te lo spiegassero con tutte le parole del mondo.
Anche le montagne ignorano, in parte, che cosa sono,
perché mai si sono specchiate negli occhi tuoi che le guardano.)
mercoledì 26 giugno 2019
Il poeta
Respiro a bocca aperta,
inalo la sabbia arida che si spinge sino alla gola secca,
il naso deve essere rotto,
il sangue a grumi intasa il setto deviato da traumi recenti.
Ho finito l’odio che ho in corpo,
è arrivato a spazzar via amore, paura, desiderio, sogno e illusione,
si ritira come la risacca e mi lascia svuotato di ogni cosa.
Questo corpo qui, inchiodato alla terra come un Cristo orizzontale,
supino a cuocere sotto il sole rovente,
ha perso senso,
è in ritardo, come sempre.
Una fiera sorda e cieca, tra le tenebre,
senza guida a vagare in un campo di strage.
Stupida macchina che cerca ancora di vivere,
anche senza alcun motivo.
Lassù, nel cielo, corvi dal becco bruno, cercano il coraggio di planare,
danzano eccitati attorno alla sfera di fuoco che mi cuoce,
non capisco cosa, o chi, impedisca loro di cavarmi gli occhi dalle orbite.
Tacchi di grossi stivali si avvicinano ruggendo sui sassi arroventati,
poi vedo la sua figura sopra di me,
si staglia nel cielo come un grattacielo.
Il largo cappello lo protegge dal sole,
mi guarda in silenzio, senza nessuna emozione.
Infiniti attimi senza niente, senza un pensiero,
come mai è capitato nella mia vita.
È tutto dilatato,
il tempo, la luce, lo sguardo,
l’anima.
Mi ha torturato tutta la vita con la sua poesia,
oggi è venuto a darmi la morte con una pistola.
Il grilletto carica il colpo in canna.
È strano.
Ho sentito prima il cervello schizzarmi,
poi il boato del colpo.
C’è, in sottofondo, qualcuno che pizzica sempre gli stessi tasti.
Non sapevo che la morte suonasse il piano.
Ti chiami Butch vero?
Butch.
Il poeta.
a 2015
inalo la sabbia arida che si spinge sino alla gola secca,
il naso deve essere rotto,
il sangue a grumi intasa il setto deviato da traumi recenti.
Ho finito l’odio che ho in corpo,
è arrivato a spazzar via amore, paura, desiderio, sogno e illusione,
si ritira come la risacca e mi lascia svuotato di ogni cosa.
Questo corpo qui, inchiodato alla terra come un Cristo orizzontale,
supino a cuocere sotto il sole rovente,
ha perso senso,
è in ritardo, come sempre.
Una fiera sorda e cieca, tra le tenebre,
senza guida a vagare in un campo di strage.
Stupida macchina che cerca ancora di vivere,
anche senza alcun motivo.
Lassù, nel cielo, corvi dal becco bruno, cercano il coraggio di planare,
danzano eccitati attorno alla sfera di fuoco che mi cuoce,
non capisco cosa, o chi, impedisca loro di cavarmi gli occhi dalle orbite.
Tacchi di grossi stivali si avvicinano ruggendo sui sassi arroventati,
poi vedo la sua figura sopra di me,
si staglia nel cielo come un grattacielo.
Il largo cappello lo protegge dal sole,
mi guarda in silenzio, senza nessuna emozione.
Infiniti attimi senza niente, senza un pensiero,
come mai è capitato nella mia vita.
È tutto dilatato,
il tempo, la luce, lo sguardo,
l’anima.
Mi ha torturato tutta la vita con la sua poesia,
oggi è venuto a darmi la morte con una pistola.
Il grilletto carica il colpo in canna.
È strano.
Ho sentito prima il cervello schizzarmi,
poi il boato del colpo.
C’è, in sottofondo, qualcuno che pizzica sempre gli stessi tasti.
Non sapevo che la morte suonasse il piano.
Ti chiami Butch vero?
Butch.
Il poeta.
a 2015
sabato 15 giugno 2019
Il virus
La stanza privata dove mi trovo non ha l’entrata
indipendente,
è in fondo ad una sala con circa 8 letti.
Dalla porta intravedo le altre brande, ed i suoi
occupanti.
alla mia destra la finestra che da sul viale,
il chiosco del bar sempre affollato è l’unico contatto visivo che ho con il mondo esterno.
Tra quegli 8 letti ce ne è uno occupato da una ragazzina
di circa 10 anni,
ha capelli lunghi e neri, e le braccia dai movimenti
aggraziati,
la trovo molto bella, nonostante quel pigiamino un po’
sciatto.
La mattina passano le infermiere per il solito giro di
controlli e iniezioni,
passando nella mia stanza lasciano spesso la porta socchiusa,
qualcuno, a volte, s’affaccia timidamente a curiosare,
chissà quali strane e terribili storie si raccontano su
quel bambino che sta morendo.
Qualche genitore deve essere preoccupato che il virus
infetti qualcuno,
pur con la porta sempre chiusa, si sarà raccomandato con il suo cucciolo di non avvicinarsi.
Oggi è un giorno particolarmente fortunato,
la porta rimasta socchiusa proprio mentre l’infermiera le
sta facendo la puntura,
tiepidi raggi del mattino provenienti dalla vetrata
illuminano il suo bel sederino,
è contratto e restio a ricevere l’odiata puncicata,
la muscolatura tesa lo esalta, pelle morbida e bianca, come il marmo,
contrasta con la schiena già abbronzata.
contrasta con la schiena già abbronzata.
Per alcuni istanti dimentico l’odore dell' ospedale, del disinfettante che narcotizza le narici,
mi tuffo in un mare salato, sento la sabbia rovente sotto i piedi, il costume bagnato aderente alla pelle.
C’è una cosa che non si smette mai di cercare,
anche in punto di morte, quando tutto il resto non ha più
importanza,
persino quando gli affetti più cari perdono senso,
e aspetti solo che tutto finisca,
prima possibile,
anche in questi frangenti non rinunci a cercare le cose
belle.
Del perché sia così necessaria la bellezza, ben oltre ogni altra cosa,
per me è un enigma.
Che sia il movimento degli alberi che dà il via alle danze tra
foglie e vento,
o la lotta di due bei cuccioloni che si rotolano radiosi
nell’erba,
degli occhi spiritati di una mamma che pulisce il musetto
sporco di cioccolata del suo cucciolo,
degli amabili giochi di luce che generano le fossette dovute
alla contrazione
di due giovani chiappette indurite dalla paura,
la bellezza ci riempie sempre,
la cerchiamo disperatamente,
qualsiasi sia il nostro stato d’animo,
la nostra età, la salute.
Ci è indispensabile, necessaria, essenziale, sino all’ultimo respiro,
anzi lo è ancor di più all’ultimo che al primo.
Forse perché all’inizio siamo noi stessi la bellezza,
quando la perdiamo ricerchiamo lei per ritrovare noi stessi,
non ci arrendiamo, ma in fondo lo sappiamo che siamo smarriti per sempre,
bisogna farsene una ragione.
Continuiamo a cercarla, ovunque si possa nascondere.
Prova a trapassare, penserai subito ad una cosa bella.
Prova.
(non ci provare)
Quel giorno ero stato particolarmente fortunato, la bellezza era venuta da me,
senza averla cercata.
Alcuni giorni dopo però reclamò il conto.
Niente è gratis, anche quello che sembra esserlo.
La porta rimase socchiusa come altre volte,
lei fece capoccetta curiosa, insieme ad altri due bambini,
chiese a mia madre come stavo con la sua vocetta da finta
santarellina,
io ero girato di spalle, guardavo come sempre la finestra
alla mia destra,
sul comodino decine di fumetti, "il Poeta" tra loro,
ero ridotto uno scheletro,
mia madre mi chiede di girarmi, dice che sono venuti a
trovarmi dei simpatici bambini,
a vedere come stavo (piuttosto a soddisfare l’insana
curiosità),
mi adagio lentamente sul fianco opposto,
sorpreso riconosco lei tra i tre marmocchi,
le sue pupille si dilatano, una smorfia di disgusto e paura
le invade il viso,
deve aver sentito l’odore della morte,
“che schifo” le scappa a mezza bocca,
mentre si morde le labbra per il disagio.
Una coltellata in pieno petto,
destar tanto orrore alla bellezza,
tu la cerchi e lei fugge inorridita,
non ti va più di vivere,
all’istante, improvvisa, è la voglia di farsi travolgere da quell’onda
di dolore,
quella definitiva.
Odio la parola “Schifo”, deve aver dispensato molto dolore
in giro.
Deve aver distrutto molti.
È difficile pensare che qualcuno possa averci costruito
qualcosa.
E poi è così poco musicale.
a 2015
venerdì 31 maggio 2019
Torna da me
Torna da me amore.
Torna a rendere il mio sangue fluido, vitale.
Senza te è un grumo denso, avvizzito, e il
cuore fa fatica a pomparlo.
Non posso credere che siano passati appena 7
giorni, a me sembra stia ricordando un'altra era.
Non ho voglia di "superare" questa
giornata, vorrei rompermi l'osso del collo piuttosto.
Magari cercando di raggiungerti, che dolce
morte, non trovi?
Sono stato buono, paziente, sopporto tutto
come sempre.
Lasciami sfogare un poco su questo spazio
bianco, solo un poco.
Mi venderei l'anima al demonio per averti qui
con me ora, anche per pochi minuti.
Perché tu mi dicessi una frase bella, d'amore,
con trasporto, anche per finta, purché sia una recita ben fatta.
Mi sono accorto oggi (si proprio oggi) che
l'anima si inganna facilmente, così come i sensi.
Hai mai provato la sensazione d'essere
travolti da un'ondata di calore guardando la foto di un sorriso e di uno
sguardo che ti penetra? Quel sorriso e quello sguardo erano rivolti a chi la
foto la faceva, o chissà a cos'altro, eppure guardandola senti che è a te che
sorride, è proprio te che vuole.
è un inganno, eppure dona amore come, e a
volte più, della realtà.
Ma ci tieni tanto a conoscerla? Non sai che un
inganno anch'essa?
Sento freddo ora, ti prego, riscaldami.a 2014
sabato 18 maggio 2019
L'anniversario di un giuoco
Me lo sono chiesto infinite volte,
da quando ti ho scontrata.
Se sia veramente questo,
un mondo grondante dolore,
l’inferno.
O, piuttosto,
uno senza bellezza.
Ho cercato di immaginarlo, sai?
Un mondo senza bellezza intendo.
L’inferno l’ho provato solo pensandolo.
Non è vero sia caldo,
è gelido.
Il dolore,
insopportabile,
insostenibile,
uccide,
è vero.
L’inferno non uccide,
preserva,
ha bisogno di te,
della tua sopravvivenza.
non cerca il tuo annientamento.
Non così il nostro cosmo,
creativo,
davvero così poco conservativo.
Plasma con il desiderio,
la passione,
ma soprattutto forgia attraverso il calore ustionante dei patemi.
Cos’è l’amore, in fondo, se non il più grande dei dolori?
Attraverso di esso l’universo rimescola le sue carte.
l’inferno ghiaccia,
il mondo brucia.
E crea, continuamente.
Vita?
Fine a se stessa?
No.
Penso sia la bellezza, il suo ultimo fine.
Anzi, ne sono sicuro.
Da quando ti ho scoperta,
mi è parso subito chiaro.
Ho voluto,
con tutto l'ardore.
Perire tra le fiamme del tuo sacro fuoco,
non sopravvivere tra i ghiacci dell’inferno .
Se tu sapessi,
amore,
quanti e quali cose ho visto con questi tuoi occhi.
Se tu sapessi,
com'erano belle .
Se tu sapessi,
quanto mi trafigge
la tua bellezza,
questo 8 aprile.
a 8 Aprile 2015
da quando ti ho scontrata.
Se sia veramente questo,
un mondo grondante dolore,
l’inferno.
O, piuttosto,
uno senza bellezza.
Ho cercato di immaginarlo, sai?
Un mondo senza bellezza intendo.
L’inferno l’ho provato solo pensandolo.
Non è vero sia caldo,
è gelido.
Il dolore,
insopportabile,
insostenibile,
uccide,
è vero.
L’inferno non uccide,
preserva,
ha bisogno di te,
della tua sopravvivenza.
non cerca il tuo annientamento.
Non così il nostro cosmo,
creativo,
davvero così poco conservativo.
Plasma con il desiderio,
la passione,
ma soprattutto forgia attraverso il calore ustionante dei patemi.
Cos’è l’amore, in fondo, se non il più grande dei dolori?
Attraverso di esso l’universo rimescola le sue carte.
l’inferno ghiaccia,
il mondo brucia.
E crea, continuamente.
Vita?
Fine a se stessa?
No.
Penso sia la bellezza, il suo ultimo fine.
Anzi, ne sono sicuro.
Da quando ti ho scoperta,
mi è parso subito chiaro.
Ho voluto,
con tutto l'ardore.
Perire tra le fiamme del tuo sacro fuoco,
non sopravvivere tra i ghiacci dell’inferno .
Se tu sapessi,
amore,
quanti e quali cose ho visto con questi tuoi occhi.
Se tu sapessi,
com'erano belle .
Se tu sapessi,
quanto mi trafigge
la tua bellezza,
questo 8 aprile.
a 8 Aprile 2015
giovedì 9 maggio 2019
Rassegnarsi ad esser vento
(Ti racconto qualcosa e questa diventa lontana, diventa una vita fa, di un'altra vita.
Finché non lo faccio è come sospesa, senza un passato e senza un futuro, è sempre adesso eternamente.
Ma senza confini, nella mente mia, ha l'oblio come destino)
Finisco il mio turno al primo lavoro, mi preparo ad andare al secondo.
Il trasferimento dall'uno all'altro lo faccio in scooter, di solito.
Sono nel giardino che apparecchio la sella con i guanti, il casco, portafoglio, cellulare, chiavi, occhiali e tante altre cose, controllo che ci sia tutto, una check list necessaria perché mi dimentico spesso qualcosa che risulterà fondamentale di li a poco.
Con la coda dell'occhio intravedo una signora entrare, vestita di nero e grigio, capelli grigi, passo indeciso, a tratti infermo.
Si guarda intorno come a ispezionare, non va verso la reception decisa, capisco che non è una cliente, non ha bagaglio ma solo un vecchio libro un po' ingiallito, di quelli che si trovano nelle bancherelle per pochi centesimi.
Non riesco a leggere il titolo.
C'è una dependance nel giardino, la camera 107, ha un piccolo patio appena fuori la porta della camera con una sedia di ferro bianco ed un piccolo tavolino anche lui di ferro, entrambi un poco scrostati.
Si guarda ancora intorno, soprattutto guarda per aria, i grandi rami che incombono sulla sua grigia testa, forse li trova una minaccia, poi si siede sul freddo ferro non ingentilito da nessun cuscino.
Apre placida il libro ed inizia a leggere.
Non può stare li, si è accomodata in uno spazio riservato all'ospite della camera 107, non so se sia dentro, non lo ricordo, ma non può stare li.
Io devo andare, che faccio?
Faccio finta di non averla vista e me ne vado?
Non sembra un gran pericolo, neanche un gran fastidio, ma li non può stare.
E poi credo che se andassi via qualcuno glielo farebbe notare in maniera poco delicata.
Meglio saperlo da me con il mio tatto che saperlo da altri.
Mi avvicino e le dico "signora non può stare qui, è riservato alla camera, davanti l'entrata ci sono altri tavolini disponibili, li può leggere più comodamente"
La signora alza la testa distrattamente, ma sembra non vedermi, non mette a fuoco la mia figura, mi attraversa il suo sguardo che si perde in un punto lontano e indefinito, come se fosse stata distratta da una folata di vento.
China di nuovo il capo e ricomincia a leggere, ma in realtà sembra che non legga, anche sul libro gli occhi fissano un punto qualsiasi, una o due lettere di poche parole che il destino ha adagiato li.
La lascio stare, torno allo scooter e mi vesto per il trasferimento.
Accendo il motore e subito dopo vedo che si rialza, imbocca placida il vialetto di uscita per andarsene, mi viene un senso di colpa per averla disturbata, ma in realtà sembra più delusa da questa piccola oasi che disturbata o seccata dal mio intervento.
Mi passa accanto, ancora come fossi vento.
Sembra non riconoscermi come una persona, ma appena mi passa a pochi centimetri, quando ormai m'ero rassegnato ad esser vento, mi rivolge la parola senza guardarmi
"non riesco a trovare un posto per leggere"
Ma io non lo so, se l'ha detto a me, o sussurrato al vento.
Non trovare un posto per leggere è orrenda condizione, ben peggiore di quella di non aver il tempo di leggere.
Ho capito che, anche io, con te, sto cercando un posto,
per leggere.
Un posto che non è luogo fisico.
Se riveli al vento i tuoi segreti, non devi poi rimproverare al vento di rivelarli agli alberi.
(Khalil Gibran)
Finché non lo faccio è come sospesa, senza un passato e senza un futuro, è sempre adesso eternamente.
Ma senza confini, nella mente mia, ha l'oblio come destino)
Finisco il mio turno al primo lavoro, mi preparo ad andare al secondo.
Il trasferimento dall'uno all'altro lo faccio in scooter, di solito.
Sono nel giardino che apparecchio la sella con i guanti, il casco, portafoglio, cellulare, chiavi, occhiali e tante altre cose, controllo che ci sia tutto, una check list necessaria perché mi dimentico spesso qualcosa che risulterà fondamentale di li a poco.
Con la coda dell'occhio intravedo una signora entrare, vestita di nero e grigio, capelli grigi, passo indeciso, a tratti infermo.
Si guarda intorno come a ispezionare, non va verso la reception decisa, capisco che non è una cliente, non ha bagaglio ma solo un vecchio libro un po' ingiallito, di quelli che si trovano nelle bancherelle per pochi centesimi.
Non riesco a leggere il titolo.
C'è una dependance nel giardino, la camera 107, ha un piccolo patio appena fuori la porta della camera con una sedia di ferro bianco ed un piccolo tavolino anche lui di ferro, entrambi un poco scrostati.
Si guarda ancora intorno, soprattutto guarda per aria, i grandi rami che incombono sulla sua grigia testa, forse li trova una minaccia, poi si siede sul freddo ferro non ingentilito da nessun cuscino.
Apre placida il libro ed inizia a leggere.
Non può stare li, si è accomodata in uno spazio riservato all'ospite della camera 107, non so se sia dentro, non lo ricordo, ma non può stare li.
Io devo andare, che faccio?
Faccio finta di non averla vista e me ne vado?
Non sembra un gran pericolo, neanche un gran fastidio, ma li non può stare.
E poi credo che se andassi via qualcuno glielo farebbe notare in maniera poco delicata.
Meglio saperlo da me con il mio tatto che saperlo da altri.
Mi avvicino e le dico "signora non può stare qui, è riservato alla camera, davanti l'entrata ci sono altri tavolini disponibili, li può leggere più comodamente"
La signora alza la testa distrattamente, ma sembra non vedermi, non mette a fuoco la mia figura, mi attraversa il suo sguardo che si perde in un punto lontano e indefinito, come se fosse stata distratta da una folata di vento.
China di nuovo il capo e ricomincia a leggere, ma in realtà sembra che non legga, anche sul libro gli occhi fissano un punto qualsiasi, una o due lettere di poche parole che il destino ha adagiato li.
La lascio stare, torno allo scooter e mi vesto per il trasferimento.
Accendo il motore e subito dopo vedo che si rialza, imbocca placida il vialetto di uscita per andarsene, mi viene un senso di colpa per averla disturbata, ma in realtà sembra più delusa da questa piccola oasi che disturbata o seccata dal mio intervento.
Mi passa accanto, ancora come fossi vento.
Sembra non riconoscermi come una persona, ma appena mi passa a pochi centimetri, quando ormai m'ero rassegnato ad esser vento, mi rivolge la parola senza guardarmi
"non riesco a trovare un posto per leggere"
Ma io non lo so, se l'ha detto a me, o sussurrato al vento.
Non trovare un posto per leggere è orrenda condizione, ben peggiore di quella di non aver il tempo di leggere.
Ho capito che, anche io, con te, sto cercando un posto,
per leggere.
Un posto che non è luogo fisico.
Se riveli al vento i tuoi segreti, non devi poi rimproverare al vento di rivelarli agli alberi.
(Khalil Gibran)
lunedì 8 aprile 2019
Supplizi ai cuori audaci
Il dolore.
Se lo ascolti bene puoi sentire la tua anima.
Cercare la felicità è il più stupido dei vizi.
Sono nato felice, come tutti
eppure è la mancanza di felicità che mi ha fatto crescere.
Il dolore, non la felicità.
Sono quello che sono per quello che ho dovuto patire.
La gioia è figlia del tormento, frutto dalla breve vita.
Un cuore che soffre è tutto quello che ho,
è quello che sono.
Gli alberi sono sereni.
I sassi sono felici, senza pensieri.
I pensieri portano, invece, disperazione.
Auguro una vita serena a tutti i cuori pavidi,
e supplizi ai cuori audaci.
Se lo ascolti bene puoi sentire la tua anima.
Cercare la felicità è il più stupido dei vizi.
Sono nato felice, come tutti
eppure è la mancanza di felicità che mi ha fatto crescere.
Il dolore, non la felicità.
Sono quello che sono per quello che ho dovuto patire.
La gioia è figlia del tormento, frutto dalla breve vita.
Un cuore che soffre è tutto quello che ho,
è quello che sono.
Gli alberi sono sereni.
I sassi sono felici, senza pensieri.
I pensieri portano, invece, disperazione.
Auguro una vita serena a tutti i cuori pavidi,
e supplizi ai cuori audaci.
mercoledì 27 marzo 2019
Anima nera
Rendono triste anche me i miei pensieri.
Ancora di più perché sono i miei, non di qualcun altro che
puoi allontanare.
Sono combattuto tra l’andarmi a nascondere per essermi
mostrato tanto brutto come sono
E il venirti a cercare per la paura di averti persa.
Mi ricordo che durante il servizio militare avevo un
commilitone al quale mi ero legato
Bravo ragazzo, eravamo in sintonia su molte cose
Finché mi racconta una cosa, scopro che aveva lavorato al
mattatoio
Avevo solo una conoscenza superficiale di quello che
succedeva là dentro
Immagini che avevo visto in filmati televisivi, immagini per
me scioccanti
Di crudeltà e violenza inaudita, occhi impauriti e imploranti
Che appartenessero ad animali e non a persone per me non
faceva differenza alcuna, anzi
Forse era un aggravante
Non solo ci aveva lavorato
ho capito che lo trovava divertente uccidere quelle povere
bestie
Ho cercato di calmarmi, di pensare alle cose buone e giuste
che faceva quel ragazzo
Lo avevo aiutato per questo
Ho provato a riparlarci, ma sono bastate poche parole fuori
posto per farmi infuriare
Avrei voluto condurlo al macello come ha fatto con le sue
vittime indifese.
Non vedevo l’ora di non incontrarlo più, di cancellarlo
dalla mente,
ogni volta che pensavo a lui pensavo alle cose orribili che
aveva fatto
mi dava anche fastidio giudicarlo ad essere sinceri
trovavo pretesti per non frequentarlo, per trattarlo male
perché non volevo si sentisse giudicato per quella discussione, facevo in modo
che sembrasse superata.
Mi sembrò che ci fosse rimasto male, che tenesse al mio giudizio.
Che senso avrebbe avuto discutere ancora su quella cosa?
Non si può insegnare una cosa così, o ce l’hai dentro o non
la capirai mai, anche spiegata in un milioni di modi.
Lo so che non puoi, non riesci e non vuoi tollerare
qualsivoglia violenza che sia anche solo pensata
Non te lo chiedo.
Ti chiedo solo di credere che non ho mai fatto del male a
nessuno volendolo
Ho “solo”, alcune volte, reagito con una violenza doppia o
tripla a chi ha cercato di farne a me o a qualcuno che non poteva reagire.
La frase era infelice, frutto di un pensiero infelice, me ne
rendo conto.
Ma era dentro di me prima che sfogasse fuori, veniva dalla
parte buia della mia anima, quella più nascosta e impresentabile.
È un'eredità ancestrale, la devo ai miei padri predatori, si
passa di generazione in generazione e aspetta che serva di nuovo.
È un peso doverla ereditare, poi portare, e infine
trasmettere come un morbo.
Un peso grande per me, perché non posso allontanarla come
feci con il commilitone.
Spero che la tua memoria ti faccia dimenticare
Vorrei poterlo fare anche io
Ti giuro su quello che ho di più caro che soffro nel veder
soffrire, soffro molto del dolore altrui
Questo mi garantisce di non poter mai far del male, anche se
ne avessi l’istinto.
Vorrei non perderti.martedì 19 marzo 2019
La nuvola e le frecce
L’hai mai provata una gioia da piangere disperata?
Come fosse finito un incubo, o che qualcosa di assolutamente
insperato si fosse avverato, un miracolo inatteso, uno scampato pericolo per te
o per qualcuno che ami.
Un pianto dirotto che ti lascia uno straccio, che ti svuota
delle tossine accumulate, che sfoga in un sol attimo paure, ansie,
incomprensioni, eppure ti rende felice.
Un pianto così, una tale felicità, presuppone un dolore, una
frustrazione da cui ci si libera.
E più è il male covato, in tutte le sue forme, tanto
maggiore è il godimento di cui ci nutriamo espellendolo.
Si, hai ragione, la nuvola e la freccia non possono vivere
l’una senza l’altra.
Né morire.
La nuvola nutre solo un corpo martoriato dalle frecce, il
male ci spreme come spugne e ci priva di ogni cosa, ma allo stesso tempo ci
rende la capacità di assorbirne di nuove e belle, anche se il processo non è
senza dolore.
L’estasi ed il tormento non possono vivere separati, non in
questo mondo.
L’amore non arriva mai ad un’anima forte, sana, questo l’ho
imparato a mie spese.
La quinta essenza della vita che cerca solo chi la vita non
l’ha dentro, ma solo fame di essa.
Un assurdo paradigma.
Chi ha tante passioni, tanti amici, tanti motivi per vivere
non potrà mai sapere cosa si prova ad averne uno solo che li racchiude tutti
insieme, in un solo volto, in una sola voce.
Quel terrore
indicibile che si prova temendo di perderlo, l’aria che senti mancare quando
non c’è, la gioia folle che ti lacera il petto quando rivedi quel volto,
ascolti la sua voce.
È così che mi sento quando leggo le tue parole abbandonate
per me sul monitor.
Io non l’ho mai vista una persona “sana” impazzire di gioia
per questo.
Io non ho mai visto una persona “sana” impazzire di gioia.
Se pensi che io non possa amarti perché mi sento solo,
ferito, impaurito, frustrato, e chi più ne ha più ne metta ti sbagli di grosso.
Non ho gli occhi foderati di prosciutto, ci vedo benissimo.
Nessuna “svista”.
Ho tanta paura che tu non sappia di cosa parlo.
Le persone non si amano solo per la chimica, la passione si
che, almeno all’inizio, può annebbiarti la vista.
E non si amano solo perché imparano a conoscersi, col tempo ad
apprezzarsi, quello è affetto, stima.
Tu non sei un accessorio in tutto questo mia cara, sia la
scintilla divina.
Quella che permette la combustione dell’aria satura di cose
corrotte di divampare in un’enorme fiamma purificatrice.
Una fiamma che ti brucia con forza le viscere ma che dona
calore a chi la riceve.
Non basta una persona qualsiasi per questo.
Ad ognuno serve la propria, la mia eri tu.
So già che non farò una bella fine, non sono un illuso,
anche se mi piace sognare.
Mi aspettano nuovi tormenti quando ti verrò a noia, quando
più nessuna curiosità alimenterà il tuo sguardo che si poggia su me, quando mi sostituirai
con altro, altri.
Ma che colpa ne avrai di questo amore?
Ed io?
È un libro già scritto, e tutte le mie forze non cambieranno
le sue pagine.
Mi batterò e scalcerò furiosamente per ribellarmi, sciocco
che sono.
Non dovevi fare qualcosa per ricevere questo “credito
emotivo” (nutro antipatia per questo termine, scusami), perché mai avresti
dovuto?
Che diavolo di amore sarebbe mai quello?
Qualcuno deve pur darlo senza un motivo apparente, logico.
Non trovi?
Se tutti aspettassimo di riceverne per contraccambiare il
mondo sarebbe in stallo.
Non chiede niente in cambio il mio amore per essersi donato,
non sarebbe tale se così fosse.
Chiede solo che non lo mortifichi chiamandolo “svista”,
“malinteso”.
Ti supplico, è solo per te.
Che beffa sarebbe se a tutto questo tu non riesca neanche a
credere.
Gli occhi mi fanno male.
a 2014
domenica 24 febbraio 2019
The maze
I had a nightmare,
I lived trapped in another's life,
getting down to hell is not difficult,
it's just a moment,
but many lives,
and many deaths
they cost me
learning how to move,
in its never end labyrinth.
Alone
I lived trapped in another's life,
getting down to hell is not difficult,
it's just a moment,
but many lives,
and many deaths
they cost me
learning how to move,
in its never end labyrinth.
Alone
martedì 19 febbraio 2019
L'uomo delle tisane
Un grande edificio, un grattacielo mancato, colmo di colletti bianchi,
io aspetto fuori, non so dire se sia uno di loro uscito in anticipo o se è per puro caso che mi trovi lì.
Questo alienante posto di lavoro sputa dipendenti direttamente nel piccolo piazzale sottostante che da sulla fermata di un treno urbano, una specie di metrò in superficie.
I cancelli d'accesso sono chiusi, ma intanto gli uffici continuano a rigurgitare colletti bianchi tutti uguali, pinguini con camicia e valigetta che marciano in file da tre.
Tra di loro, forse, anche l'uomo delle tisane.
Ben presto la folla si fa eccessiva nel piccolo piazzale, in pochi minuti siamo tutti pressati come sardine nella propria scatola.
Qualche zingarello ne approfitta per rovistare nelle tasche.
Si alzano i primi lamenti, poi seguono le vive proteste.
“Aprite per dio” qualcuno grida alle mie spalle.
Finalmente si aprono i cancelli con assordante rumore di ferraglia, la folla comincia a scorrere come un fiume in piena tra i corridoi della piccola stazione.
Non so dove sto andando, non so dove devo andare, ma contrastare quella mandria impazzita che mi trascina non mi sembra possibile, non ci provo neanche.
La corrente del fiume continua impetuosa la sua corsa sino alla banchina dei treni.
Il gregge si ferma ai bordi della striscia gialla, tutti con gli occhi sbarrati a fissare i binari che rimandano riflessi di ogni tipo,
gelidi ed eterni ci guardano con sufficienza mentre una musichetta indistinta gracchia dai miseri auto-parlanti.
Il treno arriva in un paio di minuti, come fossero le paratie di una diga le porte si aprono,
il fiume scorre di nuovo inondando i vagoni come l’acqua riempie un bacino artificiale.
Una mistura di odori fra cappotti, sudore, aliti pesanti, e terribili deodoranti simili all'insetticida rende l’aria irrespirabile.
Di nuovo pressati all'inverosimile, una donna struscia su di me i suoi giovani glutei,
mi ricorda un episodio di quando ero ragazzino, ma di s#### non si parla, si sa.
Il treno continua la sua corsa, ad ogni fermata il livello dell’acqua scende, addirittura si liberano posti a sedere.
Ora, finalmente, posso respirare a pieni polmoni.
Mi siedo e guardo le mie mani, sono screpolate, poi, curioso, inizio a guardare il paesaggio che scorre, prima prettamente urbano, con i suoi graffiti e i palazzoni anonimi privi di colori, poi gradualmente sempre più periferico.
Solo in quel momento mi chiedo dove sto andando, ma soprattutto dove cazzo dovessi scendere.
Ma non lo so, o non so di saperlo.
Continuo la mia corsa, sperando che una di quelle tante fermate mi chiami per nome.
La città è finita, ora il treno corre in aperta campagna, le fermate si fanno meno frequenti.
Il freddo diventa sempre più intenso, pungente.
La luce sta scemando, apparecchia la tavola alle tenebre che stanno arrivando, pronte a cibarsi dei pochi superstiti non ancora salvi nei propri nidi.
Una fermata è particolarmente prolungata, escono appena un paio di persone dal vagone,
ma il treno rimane a porte spalancate per interi minuti, forse un quarto d’ora.
Minuti interminabili nei quali la penso.
Un vento gelido percorre il convoglio, entrano anche gocce di pioggia miste a nevischio con lui,
imbucate alla festa senza invito.
Quasi rimpiango la calda folla di un’ora prima pur con i suoi terribili odori.
Finalmente riparte.
Fuori è solo oscurità, il paesaggio è ora indistinguibile anche per la nebbia, i vetri riflettono oramai solo le luci provenienti dall'interno.
Sono un po’ preoccupato, non ho sentito nessun richiamo, ed ho paura che le fermate utili siano finite.
L’unica cosa che mi rasserena è che non sono ancora rimasto solo, tre o quattro persone che leggono sono la mia compagnia.
Una veramente guarda fuori, come me, o almeno tenta di farlo.
Cerco il suo sguardo, per un attimo si incrocia con il mio.
È la prima persona che mi nota da quando siamo partiti.
Ormai guardo solo lei.
Si è alzata, sta per scendere.
La scorto con gli occhi.
In quei pochi attimi devo decidere, se andare con lei o rimanere sul vagone.
È vero, mi ha scrutato, più di una volta, ma non sembrava molto amichevole .
Penserebbe che la sto pedinando, siamo rimasti solo io e lei ormai.
Forse ha anche paura di me, può aver pensato che io sia un malintenzionato, che le voglia penetrare l'anima, e non solo.
Troppe pippe mentali,
lei è già scomparsa, le porte si sono richiuse e il treno ripartito.
Solo ora me ne rendo conto,
mi trovo all'ultimo vagone, e sono solo.
Dove sto andando?
Fottuta angoscia, mi stai divorando.
Indosso solo una primaverile giacca di pelle, le tenebre hanno portato con se un freddo terribile, ho le mani ghiacciate e piccoli tremori mi assalgono.
Le luci al neon del vagone si fanno sempre più tenui, cullato dal rollio del treno, e dalla melodia di ruote ferrate che corrono sui binari, mi raggomitolo in posizione fetale, adagiato su tre sedili duri e freddi come pietra.
Non ci saranno altre fermate.
Cerco di prender sonno.
Forse per sempre.
(dedicato ad un mio commilitone)
a 2015
io aspetto fuori, non so dire se sia uno di loro uscito in anticipo o se è per puro caso che mi trovi lì.
Questo alienante posto di lavoro sputa dipendenti direttamente nel piccolo piazzale sottostante che da sulla fermata di un treno urbano, una specie di metrò in superficie.
I cancelli d'accesso sono chiusi, ma intanto gli uffici continuano a rigurgitare colletti bianchi tutti uguali, pinguini con camicia e valigetta che marciano in file da tre.
Tra di loro, forse, anche l'uomo delle tisane.
Ben presto la folla si fa eccessiva nel piccolo piazzale, in pochi minuti siamo tutti pressati come sardine nella propria scatola.
Qualche zingarello ne approfitta per rovistare nelle tasche.
Si alzano i primi lamenti, poi seguono le vive proteste.
“Aprite per dio” qualcuno grida alle mie spalle.
Finalmente si aprono i cancelli con assordante rumore di ferraglia, la folla comincia a scorrere come un fiume in piena tra i corridoi della piccola stazione.
Non so dove sto andando, non so dove devo andare, ma contrastare quella mandria impazzita che mi trascina non mi sembra possibile, non ci provo neanche.
La corrente del fiume continua impetuosa la sua corsa sino alla banchina dei treni.
Il gregge si ferma ai bordi della striscia gialla, tutti con gli occhi sbarrati a fissare i binari che rimandano riflessi di ogni tipo,
gelidi ed eterni ci guardano con sufficienza mentre una musichetta indistinta gracchia dai miseri auto-parlanti.
Il treno arriva in un paio di minuti, come fossero le paratie di una diga le porte si aprono,
il fiume scorre di nuovo inondando i vagoni come l’acqua riempie un bacino artificiale.
Una mistura di odori fra cappotti, sudore, aliti pesanti, e terribili deodoranti simili all'insetticida rende l’aria irrespirabile.
Di nuovo pressati all'inverosimile, una donna struscia su di me i suoi giovani glutei,
mi ricorda un episodio di quando ero ragazzino, ma di s#### non si parla, si sa.
Il treno continua la sua corsa, ad ogni fermata il livello dell’acqua scende, addirittura si liberano posti a sedere.
Ora, finalmente, posso respirare a pieni polmoni.
Mi siedo e guardo le mie mani, sono screpolate, poi, curioso, inizio a guardare il paesaggio che scorre, prima prettamente urbano, con i suoi graffiti e i palazzoni anonimi privi di colori, poi gradualmente sempre più periferico.
Solo in quel momento mi chiedo dove sto andando, ma soprattutto dove cazzo dovessi scendere.
Ma non lo so, o non so di saperlo.
Continuo la mia corsa, sperando che una di quelle tante fermate mi chiami per nome.
La città è finita, ora il treno corre in aperta campagna, le fermate si fanno meno frequenti.
Il freddo diventa sempre più intenso, pungente.
La luce sta scemando, apparecchia la tavola alle tenebre che stanno arrivando, pronte a cibarsi dei pochi superstiti non ancora salvi nei propri nidi.
Una fermata è particolarmente prolungata, escono appena un paio di persone dal vagone,
ma il treno rimane a porte spalancate per interi minuti, forse un quarto d’ora.
Minuti interminabili nei quali la penso.
Un vento gelido percorre il convoglio, entrano anche gocce di pioggia miste a nevischio con lui,
imbucate alla festa senza invito.
Quasi rimpiango la calda folla di un’ora prima pur con i suoi terribili odori.
Finalmente riparte.
Fuori è solo oscurità, il paesaggio è ora indistinguibile anche per la nebbia, i vetri riflettono oramai solo le luci provenienti dall'interno.
Sono un po’ preoccupato, non ho sentito nessun richiamo, ed ho paura che le fermate utili siano finite.
L’unica cosa che mi rasserena è che non sono ancora rimasto solo, tre o quattro persone che leggono sono la mia compagnia.
Una veramente guarda fuori, come me, o almeno tenta di farlo.
Cerco il suo sguardo, per un attimo si incrocia con il mio.
È la prima persona che mi nota da quando siamo partiti.
Ormai guardo solo lei.
Si è alzata, sta per scendere.
La scorto con gli occhi.
In quei pochi attimi devo decidere, se andare con lei o rimanere sul vagone.
È vero, mi ha scrutato, più di una volta, ma non sembrava molto amichevole .
Penserebbe che la sto pedinando, siamo rimasti solo io e lei ormai.
Forse ha anche paura di me, può aver pensato che io sia un malintenzionato, che le voglia penetrare l'anima, e non solo.
Troppe pippe mentali,
lei è già scomparsa, le porte si sono richiuse e il treno ripartito.
Solo ora me ne rendo conto,
mi trovo all'ultimo vagone, e sono solo.
Dove sto andando?
Fottuta angoscia, mi stai divorando.
Indosso solo una primaverile giacca di pelle, le tenebre hanno portato con se un freddo terribile, ho le mani ghiacciate e piccoli tremori mi assalgono.
Le luci al neon del vagone si fanno sempre più tenui, cullato dal rollio del treno, e dalla melodia di ruote ferrate che corrono sui binari, mi raggomitolo in posizione fetale, adagiato su tre sedili duri e freddi come pietra.
Non ci saranno altre fermate.
Cerco di prender sonno.
Forse per sempre.
(dedicato ad un mio commilitone)
a 2015
Iscriviti a:
Post (Atom)
Se ti incontrerò
Quando i sentimenti sono troppo grandi, le emozioni sono troppo violente, l’anima inibisce il linguaggio, o lo rende scoordinato, più cerchi...
-
Quando i sentimenti sono troppo grandi, le emozioni sono troppo violente, l’anima inibisce il linguaggio, o lo rende scoordinato, più cerchi...
-
Per la terza notte viene a farmi visita una donna a fare l'amore, sempre la stessa. E' senza viso, avvolto nella nebbia che lo prote...
