Non lo so che festa era ieri,
forse hai ragione, non era la festa del padre biologico,
ma non dovrebbe esserlo neanche del padre assente,
del padre padrone,
di quello anaffettivo, oppressivo, egoista, violento
"la festa del papà è una ricorrenza civile diffusa in alcune aree del mondo, celebrata in onore della figura del padre, della paternità e dell'influenza sociale dei padri"
ho trovato questa definizione in rete, e questa non sarebbe d'accordo né con te né con me,
estenderebbe la festa a quasi tutti i padri, probabilmente anche quelli solamente biologici se provano anche un poco di amore verso la loro prole, riprendendo il concetto generico di paternità.
Tuttavia la definizione mischia il concetto di padre con il termine, poco musicale e in parte buffo, di papà.
Padre - uomo che ha generato uno o più figli, considerato rispetto ai figli stessi
Papà - Padre, è voce affettuosa ad indicare il padre in ambito famigliare
io ci trovo una grande differenza, se è (stata) la festa del padre, andrebbero festeggiati tutti coloro che generano, se lo è del papà solo coloro che sono amati dalla loro prole, che generano un sentimento di affetto nella stessa.
Se non avessi sentito di chiamare tuo padre, ieri, è chiaro che non sarebbe stata neanche la festa del tuo.
Se non ti sei sentita di chiamarlo, in vita, con quel termine sgorbietto che tanto detesti è triste, anche se giustificato dalle sue mancanze.
Era padre ma non è stato un papà, non ha saputo proteggere e amare il tuo cuore infante.
Che dovrei dire del mio io?
Sapendo che ho fatto un incidente grave ha trovato il tempo di chiamarmi solo dopo 30 giorni dall'operazione, "fatti coraggio" mi ha detto.
Sapendo quello che accade in Italia e nel mondo è riuscito a mandare un solo messaggio, "come va li?"
Ma io non ho bisogno del suo amore, da molto, troppo tempo.
Non è una vendetta, non ne ho bisogno davvero, la riprova è che non ho bisogno neanche dell'amore di mia madre, dei fratelli, degli zii, di cugini
mi basta stiano tutti bene, loro non possono aiutarmi.
non può aiutarmi il loro amore.
Abbiamo già parlato di questo.
"Se penso a ieri sera, rivedo tutti i padri che hanno lasciato Bergamo adagiati nei camion militari, per andare a svanire definitivamente altrove, soli come negli ultimi giorni della loro vita, privi del calore dei loro figli disperati"
Sapevo che lo avesti pensato, pensato senza retorica, e che ti avrebbe fatto male il pensiero.
Ho imparato ad amarti per questo.
Addolora anche me, tuttavia provo un senso di fastidio, a tratti rabbia, nella consapevolezza che buona parte di quegli anziani sono stati soli ben oltre gli ultimi giorni della loro vita, privati del calore dei loro figli da sempre, basta vedere come vivono in abbandono, dimenticati da qualche parte.
Negli ospedali li vedo quasi sempre morire in solitudine
nelle città li vedo invecchiare in solitudine.
Per quelli che invece erano amati deve essere stato tremendamente nuovo doversi così traumaticamente separare.
Ma quando si soffre non c'è affetto che ti scaldi, pensi solo al dolore
non vedi l'ora che finisca,
non pensi più a niente, non conta più niente, il dolore colma tutto,
è come precipitare in un pozzo nero dove l'umanità ha gettato tutti i suoi lamenti.
Dentro il pozzo il mondo, e i suoi affetti, non ha più un senso.
Abbi pietà di tuo padre
e di te
farà bene a entrambi.
Quando è nata la piccola mi sono subito sentito diverso,
la amo
la penso continuamente
sono infinitamente preoccupato per lei
sento la mia vita che non mi appartiene più
che appartiene a lei
Questo mi rende padre
anche se non un papà.
giovedì 19 marzo 2020
giovedì 12 marzo 2020
Pianeti neri
Errando nella galassia dei pianeti neri
libero dalla prigionia di indossare un nome
e da ogni vincolo gravitazionale
vago senza una destinazione
Qui nessun dio imprigiona le sue creature nell'esistenza
non le obbliga a vivere
ed ogni giorno si celebra
la morte dell'ego
libero dalla prigionia di indossare un nome
e da ogni vincolo gravitazionale
vago senza una destinazione
Qui nessun dio imprigiona le sue creature nell'esistenza
non le obbliga a vivere
ed ogni giorno si celebra
la morte dell'ego
domenica 1 marzo 2020
Quello che mi spetta
Con la mano ha# spostato dalla nuca i miei capelli
Quando usi la lama con me io mi voglio sentire libero di
urlare
come di godere se mi dai un bacio sulla ferita appena aperta
La verità è che il mondo intero mi fa male, e continuerà a farmelo
ma io ho voglia di soffrire solo per te
Non minacciarmi di farmi più niente
sabato 22 febbraio 2020
Terre oniriche
03:37
Ma ora
dimmi
nel mio sogno
poco fa
che ci sei entrato a fare.
Io non lo so.
Non ricordo niente
so che ho tanto vagato stanotte
ma non so dove
che io sappia potresti anche essere entrata tu nel mio.
Non era un bel sogno
se ti sei svegliata nel cuore della notte
se ti sei svegliata nel cuore della notte
Non ricordo nulla dell'altra notte
se non il momento in cui ## ho sentito alle mie spalle
nell'oscurità della stanza in cui arrivavo trafelata
sfuggendo a chissà cosa o a chissà chi
mi sono fermata a riprendere fiato e coordinate in quel buio non troppo spaventevole
che nascondeva al mio sguardo un luogo già ignoto di suo
il cuore impazzito arrancava per riprendere il controllo
quello è stato il momento preciso in cui ## ho sentito sulla mia schiena
sbucato da qualche angolo oscuro
forse della stanza
o forse della mia mente
o forse er# lì ad attendermi
Non mi sfiorav#
ma il calore, estraneo alla mia pelle, che avvertivo attraverso la camicetta bianca e leggera, mi raccontava di ##
con la mano ha# spostato dalla nuca i miei capelli
e ho potuto solo immaginare il ### volto che si avvicinava
non abbastanza da eliminare definitivamente ogni distanza tra le ### labbra ed il mio collo
abbastanza da sentir## respirare il mio odore.
Viene voglia di migrare nelle terre oniriche
le tue
dalle mie si fugge
prive come sono
di ogni tuo odore.
di ogni tuo odore.
giovedì 20 febbraio 2020
Guardiano di notte
Davanti a monitor che inquadrano corridoi infiniti,
sempre uguali,
senza vita,
il giorno brulicanti di colletti bianchi,
uomini e donne che scorrono in loro come linfa vitale,
ho il compito di vegliare la notte,
che niente disturbi il loro riposo,
che nessuno violi i loro segreti.
Turni lunghi un’intera oscurità.
Nella solitudine più severa,
sono un registratore "mangianastri",
di quelli di una volta, con la doppia cassetta,
lasciato acceso a registrare il silenzio di una stanza deserta.
Il tasto REC col suo “clang” metallico inizia la memorizzazione sul lungo nastro magnetico,
sono pronto a scoprire cosa succede in una stanza deserta che pensa di essere sola,
immerso nel silenzio più rabbioso,
posso ascoltare il pianto di una stella lontana anni luce,
un pianto mescolato agli infiniti echi di parole di cui sono impregnate queste mura,
parole che servono unicamente a non capirsi.
Questo lavoro è di una bellezza maligna.
Nella quiete mi piacerebbe pronunciare il tuo nome,
e scriverlo,
ogni volta mi sembrerebbe di toccarti.
Mi piacerebbe.
Il turno è finito, l’alba sta per darmi il cambio,
un ultimo caffè dalla macchinetta automatica,
prendo la mia utilitaria,
è ancora buio fuori,
cerco l’ultima puttana ma non la trovo.
Torno nel mio appartamento al terzo piano,
la tapparelle sono perennemente abbassate,
qui dentro dormo solo,
non mangio, non leggo, non faccio l’amore,
dormo solo,
dormo quando gli altri mangiano, leggono, fanno l’amore.
Mi sfugge la relazione che c’è tra me e quello che mi sta succedendo in questa vita,
la vita e gli esseri viventi sono due cose distinte,
la vita vive se stessa attraverso noi,
e quando ha finito di usarci non rimane che carne da buttare
e anime da riciclare per l’universo.
Mi infilo sfatto nel mio letto,
Non c’è più speranza per me,
“di tutti i nostri sentimenti l’unico che non è veramente nostro è la speranza".
La speranza è propria della vita, è la vita che si difende.
Ma sono tranquillo,
ieri mi è capitato lo stesso,
e domani mi ricapiterà,
tutte le cose che conosco si riempiranno di aculei,
ed io non potrò che toccarle con dolore.
Mi hanno cucito in un sacco e buttato in fondo al mare,
ma posso stare senza respirare per anni,
anzi,
decenni.
Tutto brilla di luce nera, ora che dormo di nuovo,
i miei sogni sono tutto quello di cui oscuramente ho bisogno,
e a cui non riesco a pensare da sveglio.
https://www.youtube.com/watch?v=2xKwttyk4fI
a 2016
sempre uguali,
senza vita,
il giorno brulicanti di colletti bianchi,
uomini e donne che scorrono in loro come linfa vitale,
ho il compito di vegliare la notte,
che niente disturbi il loro riposo,
che nessuno violi i loro segreti.
Turni lunghi un’intera oscurità.
Nella solitudine più severa,
sono un registratore "mangianastri",
di quelli di una volta, con la doppia cassetta,
lasciato acceso a registrare il silenzio di una stanza deserta.
Il tasto REC col suo “clang” metallico inizia la memorizzazione sul lungo nastro magnetico,
sono pronto a scoprire cosa succede in una stanza deserta che pensa di essere sola,
immerso nel silenzio più rabbioso,
posso ascoltare il pianto di una stella lontana anni luce,
un pianto mescolato agli infiniti echi di parole di cui sono impregnate queste mura,
parole che servono unicamente a non capirsi.
Questo lavoro è di una bellezza maligna.
Nella quiete mi piacerebbe pronunciare il tuo nome,
e scriverlo,
ogni volta mi sembrerebbe di toccarti.
Mi piacerebbe.
Il turno è finito, l’alba sta per darmi il cambio,
un ultimo caffè dalla macchinetta automatica,
prendo la mia utilitaria,
è ancora buio fuori,
cerco l’ultima puttana ma non la trovo.
Torno nel mio appartamento al terzo piano,
la tapparelle sono perennemente abbassate,
qui dentro dormo solo,
non mangio, non leggo, non faccio l’amore,
dormo solo,
dormo quando gli altri mangiano, leggono, fanno l’amore.
Mi sfugge la relazione che c’è tra me e quello che mi sta succedendo in questa vita,
la vita e gli esseri viventi sono due cose distinte,
la vita vive se stessa attraverso noi,
e quando ha finito di usarci non rimane che carne da buttare
e anime da riciclare per l’universo.
Mi infilo sfatto nel mio letto,
Non c’è più speranza per me,
“di tutti i nostri sentimenti l’unico che non è veramente nostro è la speranza".
La speranza è propria della vita, è la vita che si difende.
Ma sono tranquillo,
ieri mi è capitato lo stesso,
e domani mi ricapiterà,
tutte le cose che conosco si riempiranno di aculei,
ed io non potrò che toccarle con dolore.
Mi hanno cucito in un sacco e buttato in fondo al mare,
ma posso stare senza respirare per anni,
anzi,
decenni.
Tutto brilla di luce nera, ora che dormo di nuovo,
i miei sogni sono tutto quello di cui oscuramente ho bisogno,
e a cui non riesco a pensare da sveglio.
https://www.youtube.com/watch?v=2xKwttyk4fI
a 2016
venerdì 14 febbraio 2020
La scelta (ragionevole)
Ti porto con me qualsiasi cosa faccio, in qualsiasi posto vado
da anni, anni che mi sembrano fare una vita.
Quando discutiamo, o peggio litighiamo, io non solo non ti sento più vicina
mi sembra che tu non esista più
che non esista più io per te
mi procura un senso di vuoto che non so descrivere.
Ogni istante passato senza la tua “esistenza” è per me un dolore
la somma dei singoli istanti un’agonia.
La vita è, sarà, molto breve
non lo so se in termini percepiti o assoluti, non è importante
ed io non voglio ci siano istanti senza di te in questo lasso fugace.
Un mondo saturo delle tue mani
è questa la mia scelta.
Ragionevole
da anni, anni che mi sembrano fare una vita.
Quando discutiamo, o peggio litighiamo, io non solo non ti sento più vicina
mi sembra che tu non esista più
che non esista più io per te
mi procura un senso di vuoto che non so descrivere.
Ogni istante passato senza la tua “esistenza” è per me un dolore
la somma dei singoli istanti un’agonia.
La vita è, sarà, molto breve
non lo so se in termini percepiti o assoluti, non è importante
ed io non voglio ci siano istanti senza di te in questo lasso fugace.
Un mondo saturo delle tue mani
è questa la mia scelta.
Ragionevole
martedì 11 febbraio 2020
Il labirinto dei quanti
La chiave è la fisica quantistica
nessuna mente che si rispetti vi si può addentrare senza subire danni, senza perdersi, senza impazzire.
Altro che molte responsabilità, troppo lavoro o menate del genere
è colpa dei quanti ....
tu sai che sono?
Io una volta ci ho provato, più di una a dire il vero
più mi documentavo e più non capivo
a tratti avevo delle illuminazioni, qualcosa comprendevo e allora mi sembrava di impazzire
mi sembrava d'aver scoperto un altro universo e nello stesso tempo di aver smarrito quello in cui vivevo.
Nella fisica classica, fino alle particelle atomiche, il sistema è predittivo, cioè siamo in grado di prevedere come qualcosa si comporterà in una determinata situazione e/o sistema
come e da quali forze sia influenzato
ma la materia sub atomica, cioè quella che di cui è fatta quella atomica, non rispetta le stesse leggi, anzi, sembra non rispettarne alcuna
fa come gli pare, quando gli pare
(io vado di matto al pensiero che "sappia" quando la osservi)
(e se sa che è osservata si comporta in maniera "normale")
(come fa l'energia a sapere che la stiamo osservando?)
(perché cambia il suo comportamento se lo facciamo?)
Ma la cosa che manda al manicomio è che ogni singolo quanto è libero, più libero di te che vuoi sparire, e fa sempre quello che vuole quando vuole come vuole farlo
non si fa influenzare da niente, neanche dagli altri quanti
può andare a destra
a sinistra
fermarsi
sparire
riapparire
sdoppiarsi
quando sottoposto alla stessa scelta, per mille volte, prenderà mille decisioni diverse
tranne quando lo osserviamo, allora ne prenderà sempre e comunque solo una
è libero solo in privato, in pubblico ha un ruolo da interpretare
ma la cosa folle è come conciliare questo caos subatomico con l'ordine che comunque produce nel mondo della fisica classica, nel mondo reale, quello che percepiamo.
Una mela che cade da un albero sappiamo dove fermerà la sua corsa, con quale velocità, che solco produrrà nel terreno, sappiamo qualsiasi cosa
eppure quel sistema è formato da miliardi di particelle che si comportano come vogliono
è come prendere un gruppo di persone per raggiungere uno scopo, per fare un lavoro, creare un team per fare qualcosa di determinato, questo gruppo di persone si muoverà come vuole, un giorno deciderà di presentarsi a lavoro, altri dormiranno, altri ancora si divertiranno, qualcuno sparirà, magari morto suicida, nessuno ascolta l'altro, nessuna gerarchia, nessuna sinergia, nessuna collaborazione
niente di niente
eppure arrivano al risultato per il quale sono state ingaggiate
e come ci sono arrivati?
Il bello è che se si sostituisci questi elementi con altri che faranno cose diverse, in tempi diversi
(un numero infinito di varianti)
essi produrranno sempre lo stesso risultato
un risultato che è possibile predire
la massima libertà nella più grande prigione di sicurezza
è assurdo
C'è una teoria
ogni volta che un quanto va a destra, invece che a sinistra crea due universi
li sdoppia
c'è un universo in cui il quanto decide di svoltare a destra ed uno in cui decide di svoltare a sinistra
si realizzano tutte e due solo che noi osserviamo un universo alla volta
ci sembra che abbia svoltato a destra perché ci troviamo nell'universo creato dalla sua svolta a destra,
nell'altro universo il quanto ha svoltato a sinistra e c'è un altro noi stesso che lo sta osservando e che constata la sua svolta a sinistra
ogni universo non dialoga più con l'altro
si creano due universi paralleli che a sua volta ne creano altri due
e così via, una infinità di universi paralleli
Con questa logica, ci sono universi in cui Majorana è morto nel suo letto a Catania
altri in cui è sparito in Venezuela
altri ancora nei quali è morto suicida
io ho indagato solo questo universo
negli altri sta già indagando il mio io parallelo
https://www.youtube.com/watch?v=nqHDy8Y2ho4
Povero Ettore,
avrà perso il senno.
Nel labirinto dei quanti.
nessuna mente che si rispetti vi si può addentrare senza subire danni, senza perdersi, senza impazzire.
Altro che molte responsabilità, troppo lavoro o menate del genere
è colpa dei quanti ....
tu sai che sono?
Io una volta ci ho provato, più di una a dire il vero
più mi documentavo e più non capivo
a tratti avevo delle illuminazioni, qualcosa comprendevo e allora mi sembrava di impazzire
mi sembrava d'aver scoperto un altro universo e nello stesso tempo di aver smarrito quello in cui vivevo.
Nella fisica classica, fino alle particelle atomiche, il sistema è predittivo, cioè siamo in grado di prevedere come qualcosa si comporterà in una determinata situazione e/o sistema
come e da quali forze sia influenzato
ma la materia sub atomica, cioè quella che di cui è fatta quella atomica, non rispetta le stesse leggi, anzi, sembra non rispettarne alcuna
fa come gli pare, quando gli pare
(io vado di matto al pensiero che "sappia" quando la osservi)
(e se sa che è osservata si comporta in maniera "normale")
(come fa l'energia a sapere che la stiamo osservando?)
(perché cambia il suo comportamento se lo facciamo?)
Ma la cosa che manda al manicomio è che ogni singolo quanto è libero, più libero di te che vuoi sparire, e fa sempre quello che vuole quando vuole come vuole farlo
non si fa influenzare da niente, neanche dagli altri quanti
può andare a destra
a sinistra
fermarsi
sparire
riapparire
sdoppiarsi
quando sottoposto alla stessa scelta, per mille volte, prenderà mille decisioni diverse
tranne quando lo osserviamo, allora ne prenderà sempre e comunque solo una
è libero solo in privato, in pubblico ha un ruolo da interpretare
ma la cosa folle è come conciliare questo caos subatomico con l'ordine che comunque produce nel mondo della fisica classica, nel mondo reale, quello che percepiamo.
Una mela che cade da un albero sappiamo dove fermerà la sua corsa, con quale velocità, che solco produrrà nel terreno, sappiamo qualsiasi cosa
eppure quel sistema è formato da miliardi di particelle che si comportano come vogliono
è come prendere un gruppo di persone per raggiungere uno scopo, per fare un lavoro, creare un team per fare qualcosa di determinato, questo gruppo di persone si muoverà come vuole, un giorno deciderà di presentarsi a lavoro, altri dormiranno, altri ancora si divertiranno, qualcuno sparirà, magari morto suicida, nessuno ascolta l'altro, nessuna gerarchia, nessuna sinergia, nessuna collaborazione
niente di niente
eppure arrivano al risultato per il quale sono state ingaggiate
e come ci sono arrivati?
Il bello è che se si sostituisci questi elementi con altri che faranno cose diverse, in tempi diversi
(un numero infinito di varianti)
essi produrranno sempre lo stesso risultato
un risultato che è possibile predire
la massima libertà nella più grande prigione di sicurezza
è assurdo
C'è una teoria
ogni volta che un quanto va a destra, invece che a sinistra crea due universi
li sdoppia
c'è un universo in cui il quanto decide di svoltare a destra ed uno in cui decide di svoltare a sinistra
si realizzano tutte e due solo che noi osserviamo un universo alla volta
ci sembra che abbia svoltato a destra perché ci troviamo nell'universo creato dalla sua svolta a destra,
nell'altro universo il quanto ha svoltato a sinistra e c'è un altro noi stesso che lo sta osservando e che constata la sua svolta a sinistra
ogni universo non dialoga più con l'altro
si creano due universi paralleli che a sua volta ne creano altri due
e così via, una infinità di universi paralleli
Con questa logica, ci sono universi in cui Majorana è morto nel suo letto a Catania
altri in cui è sparito in Venezuela
altri ancora nei quali è morto suicida
io ho indagato solo questo universo
negli altri sta già indagando il mio io parallelo
https://www.youtube.com/watch?v=nqHDy8Y2ho4
Povero Ettore,
avrà perso il senno.
Nel labirinto dei quanti.
lunedì 20 gennaio 2020
L'ultimo secondo
Lo specchio è così piccolo, è come un occhiello, uno spioncino della porta.
Io non ricordo chi sono, come sono, e guardare un centimetro alla volta il mio volto
su questo piccolo corpo riflettente mi confonde.
Se mi allontano mi vedo troppo piccolo, se mi avvicino solo una piccola parte.
Almeno prima avevo un'idea di me, questo terribile scherzo me l'ha tolta senza
darmi in cambio un alternativa.
--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Non ci ho mai pensato sul serio, ho sempre evitato di farlo, ma oggi mancano solo 3 giorni
alla mia morte, devo partire per incontrarla, non è possibile prorogare oltre.
Torno da lavoro come tutti gli altri giorni, sono stanco, è primo pomeriggio,
quando varco la porta mi investe la consapevolezza che avevo scansato da tempo.
Devo partire, e subito.
Mia moglie è impegnata nelle sue cose, lei sapeva, è la prima a ricordarmelo.
La camera è calda, afosa, stendo sul letto il piccolo trolley, cosa porto con me ?
Cosa si porta quando si deve incontrare la morte?
Io non lo so, non lo capisco.
Metto un libro, dei vestiti, dei biscotti, uno spazzolino.
Ora, improvvisamente, mi assale il terrore.
In questo mondo non esistono i bracci della morte, la detenzione è inutile,
perché incontrare la pena che mi aspetta non è una cosa evitabile,
tutto l’universo si piegherà su se stesso se necessario,
farà in modo che accada quello che il piano ha stabilito.
Le scelte sono solo apparenti, io non sto scegliendo, compio il mio destino.
La fine della vita è una cosa che non riesco a concepire, non ci sono mai riuscito,
per un’esistenza intera ho cercato di elaborarla, come molti, ma senza progressi.
Ora che mancano 72 ore non ci penso più, penso solo a come morirò,
se soffrirò tanto, se sarà atroce e lunga la mia esecuzione o comprensiva e rispettosa.
vorrei che qualcuno o qualcosa mi calmasse, mi rassicurasse, perché sono spaventato.
Non trovo comprensione negli occhi della donna che mi ha accompagnato una vita,
per lei non è niente, niente sta accadendo.
Forse è solo un sogno.
Fare questa valigia è un a pena, una pena vera.
Non riesco a pensare ad altro che a cosa mi faranno, dove me lo faranno,
cosa proverò, se cederò alla paura, se mi farò vincere dal panico, se guarderò
negli occhi la mia fine mentre mi trucida, o se calerà su di me gentile
come il sonno.
Sto pensando…….
C’è qualcuno che deve saperlo?
Qualcuno da avvisare?
Mi sembra, credo ci sia, ma non faccio in tempo a.... , mi trovo alla porta.
Lei mi saluta, dice che ha tante cose da fare, che deve ancora riposare
“Ciao amore”
Mai sentito un “amore” tanto freddo, deve essere la clonazione senza anima di quello
che fu prima che lo uccidessi.
Non posso cercare in lei il calore di cui ho bisogno ora, sono io che lasciato
spegnere il (suo) fuoco.
La porta si chiude, il mio stomaco si attorciglia.
Non è passata neanche una mezzora delle 72 che mi aspettano,
eppure sono già esausto, non so come farò a sopportare tutto,
vorrei fosse già la fine.
Il pianerottolo si accieca di luce, un cielo limpido prende il posto del neon,
mi trovo in mezzo all’oceano, ma la porta è ancora lì davanti a me.
La mia casa è ora un enorme cubo di cemento in mezzo ad un mare infinito,
le finestre e l'entrata si murano da sole, un piccolo passo, una sorta di passaggio
di pochi centimetri gira intorno al cubo, mi permette di stare a malapena in piedi
con il viso schiacciato sull’intonaco cadente.
Non ho mai sentito tanto bisogno del suo amore come ora,
ma non c’è nessuno dentro quel cubo, lo sento.
Ora ho il dubbio, il dubbio che non ci sia mai stato nessuno,
che abbia solo sognato una vita nel cubo, che non sia mai stato lì dentro.
Come arriverò alla mia destinazione?
Cosa devo fare qui?
Devo aspettare?
È già questa la mia fine?
Non ci sarà nessun’aereo, nessun treno e nessuna nave,
non incontrerò persone.
Non incontrerò il mio creatore.
Forse sverrò dalla fame, dal sonno, dalla sete e sarò inghiottito
da queste acque profonde.
------------------------------------ -------------------------------------------------------------------------------------
Mi avvicino alla donna bionda che me la porge, è una creatura piccola,
bellissima, appena caduta sulla terra.
Non era come me lo aspettavo, non sono riuscita a piangere,
né a ridere, ero travolto da un miliardo di sensazioni
eppure nessuna è uscita dal mio involucro,
nessuna arriva alla piccola neonata.
È appena nata ma mi parla come una donna.
Questa è l’unica conversazione che avremo.
Non mi vuole bene, non può volermene, non mi conosce.
Non mi conoscerà mai.
Non ho incontrato il mio creatore
ma la piccola donna che è la mia creatura.
E' il mio ultimo secondo questo, ora posso lasciarmi andare.
E' lei che si prenderà cura della mia malattia d'ora in avanti, io devo riposare.
Sono stanco.
--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Mi ritrovo, ora, di fronte al piccolo specchio dove tutto ebbe inizio
di nuovo, non so come ci sono arrivato.
Non riconosco l'immagini che mi riflette, devo abituarmici, abituarmi al mio nuovo me.
a 2018
Io non ricordo chi sono, come sono, e guardare un centimetro alla volta il mio volto
su questo piccolo corpo riflettente mi confonde.
Se mi allontano mi vedo troppo piccolo, se mi avvicino solo una piccola parte.
Almeno prima avevo un'idea di me, questo terribile scherzo me l'ha tolta senza
darmi in cambio un alternativa.
--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Non ci ho mai pensato sul serio, ho sempre evitato di farlo, ma oggi mancano solo 3 giorni
alla mia morte, devo partire per incontrarla, non è possibile prorogare oltre.
Torno da lavoro come tutti gli altri giorni, sono stanco, è primo pomeriggio,
quando varco la porta mi investe la consapevolezza che avevo scansato da tempo.
Devo partire, e subito.
Mia moglie è impegnata nelle sue cose, lei sapeva, è la prima a ricordarmelo.
La camera è calda, afosa, stendo sul letto il piccolo trolley, cosa porto con me ?
Cosa si porta quando si deve incontrare la morte?
Io non lo so, non lo capisco.
Metto un libro, dei vestiti, dei biscotti, uno spazzolino.
Ora, improvvisamente, mi assale il terrore.
In questo mondo non esistono i bracci della morte, la detenzione è inutile,
perché incontrare la pena che mi aspetta non è una cosa evitabile,
tutto l’universo si piegherà su se stesso se necessario,
farà in modo che accada quello che il piano ha stabilito.
Le scelte sono solo apparenti, io non sto scegliendo, compio il mio destino.
La fine della vita è una cosa che non riesco a concepire, non ci sono mai riuscito,
per un’esistenza intera ho cercato di elaborarla, come molti, ma senza progressi.
Ora che mancano 72 ore non ci penso più, penso solo a come morirò,
se soffrirò tanto, se sarà atroce e lunga la mia esecuzione o comprensiva e rispettosa.
vorrei che qualcuno o qualcosa mi calmasse, mi rassicurasse, perché sono spaventato.
Non trovo comprensione negli occhi della donna che mi ha accompagnato una vita,
per lei non è niente, niente sta accadendo.
Forse è solo un sogno.
Fare questa valigia è un a pena, una pena vera.
Non riesco a pensare ad altro che a cosa mi faranno, dove me lo faranno,
cosa proverò, se cederò alla paura, se mi farò vincere dal panico, se guarderò
negli occhi la mia fine mentre mi trucida, o se calerà su di me gentile
come il sonno.
Sto pensando…….
C’è qualcuno che deve saperlo?
Qualcuno da avvisare?
Mi sembra, credo ci sia, ma non faccio in tempo a.... , mi trovo alla porta.
Lei mi saluta, dice che ha tante cose da fare, che deve ancora riposare
“Ciao amore”
Mai sentito un “amore” tanto freddo, deve essere la clonazione senza anima di quello
che fu prima che lo uccidessi.
Non posso cercare in lei il calore di cui ho bisogno ora, sono io che lasciato
spegnere il (suo) fuoco.
La porta si chiude, il mio stomaco si attorciglia.
Non è passata neanche una mezzora delle 72 che mi aspettano,
eppure sono già esausto, non so come farò a sopportare tutto,
vorrei fosse già la fine.
Il pianerottolo si accieca di luce, un cielo limpido prende il posto del neon,
mi trovo in mezzo all’oceano, ma la porta è ancora lì davanti a me.
La mia casa è ora un enorme cubo di cemento in mezzo ad un mare infinito,
le finestre e l'entrata si murano da sole, un piccolo passo, una sorta di passaggio
di pochi centimetri gira intorno al cubo, mi permette di stare a malapena in piedi
con il viso schiacciato sull’intonaco cadente.
Non ho mai sentito tanto bisogno del suo amore come ora,
ma non c’è nessuno dentro quel cubo, lo sento.
Ora ho il dubbio, il dubbio che non ci sia mai stato nessuno,
che abbia solo sognato una vita nel cubo, che non sia mai stato lì dentro.
Come arriverò alla mia destinazione?
Cosa devo fare qui?
Devo aspettare?
È già questa la mia fine?
Non ci sarà nessun’aereo, nessun treno e nessuna nave,
non incontrerò persone.
Non incontrerò il mio creatore.
Forse sverrò dalla fame, dal sonno, dalla sete e sarò inghiottito
da queste acque profonde.
------------------------------------ -------------------------------------------------------------------------------------
Mi avvicino alla donna bionda che me la porge, è una creatura piccola,
bellissima, appena caduta sulla terra.
Non era come me lo aspettavo, non sono riuscita a piangere,
né a ridere, ero travolto da un miliardo di sensazioni
eppure nessuna è uscita dal mio involucro,
nessuna arriva alla piccola neonata.
È appena nata ma mi parla come una donna.
Questa è l’unica conversazione che avremo.
Non mi vuole bene, non può volermene, non mi conosce.
Non mi conoscerà mai.
Non ho incontrato il mio creatore
ma la piccola donna che è la mia creatura.
E' il mio ultimo secondo questo, ora posso lasciarmi andare.
E' lei che si prenderà cura della mia malattia d'ora in avanti, io devo riposare.
Sono stanco.
--------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------
Mi ritrovo, ora, di fronte al piccolo specchio dove tutto ebbe inizio
di nuovo, non so come ci sono arrivato.
Non riconosco l'immagini che mi riflette, devo abituarmici, abituarmi al mio nuovo me.
a 2018
venerdì 20 dicembre 2019
Dei e uomini
Ogni volta che un uomo, o una donna, dice "per sempre" sfida se stesso
se stessa
sfida le leggi dell'universo
e fa cose grandi
(anche se non eterne)
Non sono stolti
Gli Dei ci guardano
ne sono sicuro
osservano quei piccoli insetti mortali che si dimenano,
che lottano senza tregua pur senza alcuna chance di vittoria
Ne rimangono estasiati
li rispettano
quelli che vivono sereni
in armonia con il mondo e le sue regole
non li considerano neanche
Nonostante ciò che dici, che cerchi di farmi capire
sono sicuro che anche tu non mi degneresti di uno sguardo
se non fossi tanto stolto
Forse sei una dea
e ammiri la testardaggine di questo umano che cerca di amarti
con tutte le forze che raccoglie dentro di se
come se, un giorno, potesse vincere.
Ogni cosa ha una fine
solo se io glie lo permetto
se stessa
sfida le leggi dell'universo
e fa cose grandi
(anche se non eterne)
Non sono stolti
Gli Dei ci guardano
ne sono sicuro
osservano quei piccoli insetti mortali che si dimenano,
che lottano senza tregua pur senza alcuna chance di vittoria
Ne rimangono estasiati
li rispettano
quelli che vivono sereni
in armonia con il mondo e le sue regole
non li considerano neanche
Nonostante ciò che dici, che cerchi di farmi capire
sono sicuro che anche tu non mi degneresti di uno sguardo
se non fossi tanto stolto
Forse sei una dea
e ammiri la testardaggine di questo umano che cerca di amarti
con tutte le forze che raccoglie dentro di se
come se, un giorno, potesse vincere.
Ogni cosa ha una fine
solo se io glie lo permetto
domenica 24 novembre 2019
Dissolto
Non so dire come il mondo sia precipitato in questa sorta di giudizio universale.
Non so dire neanche come io sia precipitato in questo mondo che precipita.
Lo attraverso in una sorta di mite domenica primaverile, salgo i gradini delle scale a due a due e mi dirigo al quarto e ultimo piano di questa palazzina che si trova in un quartiere borghese di una città imprecisata di non so quale epoca, ma sembrano gli anni 30 del secolo scorso.
La porta dell'appartamento è aperta, c'è qualche foto in bianco e nero sparsa qui e là, ma sembra una casa dismessa, non credo troverò qualcuno.
Ma il me del sogno si dirige deciso verso il balcone, li c'è una donna che legge in compagnia del sole, all'orizzonte, sullo sfondo del cielo blu, mille scie di condensazioni di aerei in quota, che vanno chissà dove.
Non le parlo, sono venuto a guardarla un'ultima volta, anche se non so chi sia, se una madre, una moglie, o una donna che amavo mai conosciuta, forse è per questo che non le leggo il volto ma solo i lineamenti gentili.
Non sono sicuro neanche di essere qui, infatti lei non mi vede, come non mi vede quest'uomo nello spoglio soggiorno mentre fuma una sigaretta nervoso
"dobbiamo andare" le dice, e si dirige verso il balcone.
Ripercorro le scale a ritroso pensando alle mille faccende che mi aspettano, tutte cose ridicole e senza valore alcuno considerando dove sta andando il mondo, e considerando il mio stato etereo che dovrebbe farmi sentire libero dal gioco delle regole.
Tutti devono cercare un biglietto aereo, on line, nelle agenzie di viaggio (perché esistono gli aerei, internet, le agenzie di viaggio negli anni 30?), o si dirigono direttamente all'aeroporto.
File chilometriche in ogni dove, traffico impazzito, gente che cerca i familiari, che si organizza, cerca di organizzarsi, ma è impossibile trovare una logica in questo caos.
La storia è questa, tutti devono trovare un biglietto aereo per qualche posto, c'è un volo per ogni persona, e una persona per ogni volo, un ultimo volo, dopo di che ogni volo verrà fermato (forse per sempre), e le persone rimarranno nel luogo dove atterreranno le loro vite (forse per sempre).
Ora ci si immagini il parapiglia per accaparrarsi il volo nel posto che gradiamo, perché non ci venga assegnato rendom in un luogo remoto o inospitale, lontano dalle persone e dalle cose che amiamo.
Ma il giudizio universale è beffardo, si scopre che i posti più ambiti (chissà quali, ma immagino che siano le città belle e vivibili, non certo teatri di guerra e povertà) vanno presto esauriti, così bisogna ripiegare alla seconda scelta, poi alla terza, poi alla quarta...
Magari riusciamo ad ottenere un volo in un posto vicino casa nostra, a soli 45 min di aereo, ma perché poi, chi ci sarà a casa nostra proveniente da chissà dove? E i nostri parenti? E i nostri cari? In quale fottuta località delle Terra saranno ridistribuiti?
Io non so se abbia anche un senso scegliere una destinazione, in base a cosa?
Arrivando potremmo accorgersi che è così cambiata da come era una volta, il mondo si sta trasformando in maniera imprevedibile, gli abitanti di domani saranno altri, anche di questa città dove sono ora, arriveranno da lontano, alcuni da molto lontano, solo pochi parleranno la lingua di ora.
Sarà il caos, gli uffici saranno chiusi, gli ospedali anche, i poliziotti e i medici dovranno partire per alte destinazioni, e non si sa se arriveranno nuovi poliziotti e nuovi medici a rimpiazzarli, ma come potrebbero?
In quale ospedale si dovrebbero presentare? A quale responsabile di pubblica sicurezza dovrebbero mettersi a disposizione?
Non si sa chi dovrà lavorare e dove.
Non servirà più questa libreria che sta chiudendo, il suo libraio è indaffarato a sprangare bene la serranda, forse spera di poter tornare.
Scendo le scale con calma, il sole entra dalle finestre e, con la coda dell'occhio, colgo il riflesso della mia immagine su un qualche vetro, l'ultima immagine di me che conosco.
Devo pagare la luce e il gas, la rata di non so cosa, andare da non so bene chi a dirgli non so bene cosa, il primo lavoro, il secondo lavoro, il pneumatico della moto da cambiare, i fiori sulla tomba di mia nonna, e poi la spesa, il lavandino da riparare, la visita medica, telefonare a......a chi? Non lo ricordo.
E poi ancora altre cose che non mi sovvengono, una lista lunga, quasi infinita, ma devo ancora acquistare il biglietto, che ansia.
Mi fermo in un bar invece, mi ordino una corona con una scorzetta di limone e mi metto ad osservare la gente, il mio occhio oggi non ha osservato ancora niente.
Sono un irresponsabile, il mondo finisce ed io sono qui al bar placido con una birra in mano.
Non so come, ma scopro di avere già un biglietto.
E' per Berlino, e parte tra un'ora e mezza.
Forse potrei anche farcela, se parto ora in 45 minuti sono in aeroporto.
Invece continuo a fare i miei giri, ora manca solo un'ora, poi 40 minuti....
ormai è impensabile che io possa prendere quell'aereo.
Non si sa che cosa succede a chi non prende il suo volo, forse sparirà, sparirà per sempre, si dice che svaniranno nel nulla milioni di persone, li chiameranno "i dissolti".
Accade ancora qualcosa di nuovo, improvvisa sorge la coscienza di chi, meglio dire cosa, sono.
Ora si capisce il perché di questa ansia di fondo come un brusio, ma anche della pace che la tiene a bada.
La gente non mi vede, sembra che io sia uno spirito che aleggia, forse un uomo suicida che si aggira nei "suoi territori", come un detective in cerca delle trame che sleghino i nodi della sua esistenza reale, per darle un senso, per liberarsi finalmente e definitivamente di lei.
O forse sono già un "dissolto", ho perso il mio volo per Berlino, è per questo che non riconosco quasi nulla di questo spazio.
Ho avuto la febbre alta mentre sognavo, quando mi sono svegliato non ricordavo dove fossi, ho guardato dalla finestra e il sole mi colpiva il viso.
Ero al ventesimo piano, di fronte a me altri grandi palazzi con decine di piani, delle montagne dietro di loro e il sole che cominciava a diventare una palla di fuoco.
E' Tardi, sto perdendo il mio volo, ora ricordo, vado a nord.
Poi a casa.
a 2019
Prima ho pensato che non vivrei mai in uno di quei grattacieli infiniti,
poi ci ho pensato meglio e ho capito che invece potrei farlo.
Tra il grattacielo nella tua foto ed una baita in montagna cambia solo la scenografia ma la solitudine è la stessa.
Mi affaccerei da una di quelle anonime finestre e guarderei in silenzio le luci esterne, le auto in colonna che si snodano come un serpente nella città, e avrei in mano una tazza di the, forse una sigaretta se decidessi di iniziare a fumare.
Sarei un puntino nel buio di cui nessuno conosce l'esistenza, tranne probabilmente qualcuno nel grattacielo di fronte che osserva le piccole finestre illuminate e segue il mio puntino intermittente
e si chiede chi io sia.
e 2019
Non so dire neanche come io sia precipitato in questo mondo che precipita.
Lo attraverso in una sorta di mite domenica primaverile, salgo i gradini delle scale a due a due e mi dirigo al quarto e ultimo piano di questa palazzina che si trova in un quartiere borghese di una città imprecisata di non so quale epoca, ma sembrano gli anni 30 del secolo scorso.
La porta dell'appartamento è aperta, c'è qualche foto in bianco e nero sparsa qui e là, ma sembra una casa dismessa, non credo troverò qualcuno.
Ma il me del sogno si dirige deciso verso il balcone, li c'è una donna che legge in compagnia del sole, all'orizzonte, sullo sfondo del cielo blu, mille scie di condensazioni di aerei in quota, che vanno chissà dove.
Non le parlo, sono venuto a guardarla un'ultima volta, anche se non so chi sia, se una madre, una moglie, o una donna che amavo mai conosciuta, forse è per questo che non le leggo il volto ma solo i lineamenti gentili.
Non sono sicuro neanche di essere qui, infatti lei non mi vede, come non mi vede quest'uomo nello spoglio soggiorno mentre fuma una sigaretta nervoso
"dobbiamo andare" le dice, e si dirige verso il balcone.
Ripercorro le scale a ritroso pensando alle mille faccende che mi aspettano, tutte cose ridicole e senza valore alcuno considerando dove sta andando il mondo, e considerando il mio stato etereo che dovrebbe farmi sentire libero dal gioco delle regole.
Tutti devono cercare un biglietto aereo, on line, nelle agenzie di viaggio (perché esistono gli aerei, internet, le agenzie di viaggio negli anni 30?), o si dirigono direttamente all'aeroporto.
File chilometriche in ogni dove, traffico impazzito, gente che cerca i familiari, che si organizza, cerca di organizzarsi, ma è impossibile trovare una logica in questo caos.
La storia è questa, tutti devono trovare un biglietto aereo per qualche posto, c'è un volo per ogni persona, e una persona per ogni volo, un ultimo volo, dopo di che ogni volo verrà fermato (forse per sempre), e le persone rimarranno nel luogo dove atterreranno le loro vite (forse per sempre).
Ora ci si immagini il parapiglia per accaparrarsi il volo nel posto che gradiamo, perché non ci venga assegnato rendom in un luogo remoto o inospitale, lontano dalle persone e dalle cose che amiamo.
Ma il giudizio universale è beffardo, si scopre che i posti più ambiti (chissà quali, ma immagino che siano le città belle e vivibili, non certo teatri di guerra e povertà) vanno presto esauriti, così bisogna ripiegare alla seconda scelta, poi alla terza, poi alla quarta...
Magari riusciamo ad ottenere un volo in un posto vicino casa nostra, a soli 45 min di aereo, ma perché poi, chi ci sarà a casa nostra proveniente da chissà dove? E i nostri parenti? E i nostri cari? In quale fottuta località delle Terra saranno ridistribuiti?
Io non so se abbia anche un senso scegliere una destinazione, in base a cosa?
Arrivando potremmo accorgersi che è così cambiata da come era una volta, il mondo si sta trasformando in maniera imprevedibile, gli abitanti di domani saranno altri, anche di questa città dove sono ora, arriveranno da lontano, alcuni da molto lontano, solo pochi parleranno la lingua di ora.
Sarà il caos, gli uffici saranno chiusi, gli ospedali anche, i poliziotti e i medici dovranno partire per alte destinazioni, e non si sa se arriveranno nuovi poliziotti e nuovi medici a rimpiazzarli, ma come potrebbero?
In quale ospedale si dovrebbero presentare? A quale responsabile di pubblica sicurezza dovrebbero mettersi a disposizione?
Non si sa chi dovrà lavorare e dove.
Non servirà più questa libreria che sta chiudendo, il suo libraio è indaffarato a sprangare bene la serranda, forse spera di poter tornare.
Scendo le scale con calma, il sole entra dalle finestre e, con la coda dell'occhio, colgo il riflesso della mia immagine su un qualche vetro, l'ultima immagine di me che conosco.
Devo pagare la luce e il gas, la rata di non so cosa, andare da non so bene chi a dirgli non so bene cosa, il primo lavoro, il secondo lavoro, il pneumatico della moto da cambiare, i fiori sulla tomba di mia nonna, e poi la spesa, il lavandino da riparare, la visita medica, telefonare a......a chi? Non lo ricordo.
E poi ancora altre cose che non mi sovvengono, una lista lunga, quasi infinita, ma devo ancora acquistare il biglietto, che ansia.
Mi fermo in un bar invece, mi ordino una corona con una scorzetta di limone e mi metto ad osservare la gente, il mio occhio oggi non ha osservato ancora niente.
Sono un irresponsabile, il mondo finisce ed io sono qui al bar placido con una birra in mano.
Non so come, ma scopro di avere già un biglietto.
E' per Berlino, e parte tra un'ora e mezza.
Forse potrei anche farcela, se parto ora in 45 minuti sono in aeroporto.
Invece continuo a fare i miei giri, ora manca solo un'ora, poi 40 minuti....
ormai è impensabile che io possa prendere quell'aereo.
Non si sa che cosa succede a chi non prende il suo volo, forse sparirà, sparirà per sempre, si dice che svaniranno nel nulla milioni di persone, li chiameranno "i dissolti".
Accade ancora qualcosa di nuovo, improvvisa sorge la coscienza di chi, meglio dire cosa, sono.
Ora si capisce il perché di questa ansia di fondo come un brusio, ma anche della pace che la tiene a bada.
La gente non mi vede, sembra che io sia uno spirito che aleggia, forse un uomo suicida che si aggira nei "suoi territori", come un detective in cerca delle trame che sleghino i nodi della sua esistenza reale, per darle un senso, per liberarsi finalmente e definitivamente di lei.
O forse sono già un "dissolto", ho perso il mio volo per Berlino, è per questo che non riconosco quasi nulla di questo spazio.
Ho avuto la febbre alta mentre sognavo, quando mi sono svegliato non ricordavo dove fossi, ho guardato dalla finestra e il sole mi colpiva il viso.
Ero al ventesimo piano, di fronte a me altri grandi palazzi con decine di piani, delle montagne dietro di loro e il sole che cominciava a diventare una palla di fuoco.
E' Tardi, sto perdendo il mio volo, ora ricordo, vado a nord.
Poi a casa.
a 2019
Prima ho pensato che non vivrei mai in uno di quei grattacieli infiniti,
poi ci ho pensato meglio e ho capito che invece potrei farlo.
Tra il grattacielo nella tua foto ed una baita in montagna cambia solo la scenografia ma la solitudine è la stessa.
Mi affaccerei da una di quelle anonime finestre e guarderei in silenzio le luci esterne, le auto in colonna che si snodano come un serpente nella città, e avrei in mano una tazza di the, forse una sigaretta se decidessi di iniziare a fumare.
Sarei un puntino nel buio di cui nessuno conosce l'esistenza, tranne probabilmente qualcuno nel grattacielo di fronte che osserva le piccole finestre illuminate e segue il mio puntino intermittente
e si chiede chi io sia.
e 2019
sabato 26 ottobre 2019
Prede solitarie di destini famelici
Ho finito "La notte", la febbre va meglio ma sono
un cencio lo stesso.
Non voglio parlare adesso de "La notte"perché stanno svanendo i pensieri su "Lettera al padre", svanivano dentro "La notte", a mano a mano che ne facevo degli altri.
Non voglio parlare adesso de "La notte"perché stanno svanendo i pensieri su "Lettera al padre", svanivano dentro "La notte", a mano a mano che ne facevo degli altri.
Sembra che i
posti a sedere nella mia mente siano terminati, i pensieri nuovi scacciano i
vecchi che poi tentano di tornare per vendicarsi.
E' un grande parapiglia, ne esce un animo confuso, un campo di battaglia dove giacciono esamini centinaia di pensieri che si fanno guerra.
Ma va bene così, il giorno che in testa avrò una sola grande idea chiara ed inattaccabile vorrà dire che sarò morto.
E' un grande parapiglia, ne esce un animo confuso, un campo di battaglia dove giacciono esamini centinaia di pensieri che si fanno guerra.
Ma va bene così, il giorno che in testa avrò una sola grande idea chiara ed inattaccabile vorrà dire che sarò morto.
All'inizio ho
pensato fosse un mostro, "con un padre così" mi sono detto.
Ricordo che lo hai pensato anche tu, ma durante la lettura i pensieri si sono dati battaglia.
Ricordo che lo hai pensato anche tu, ma durante la lettura i pensieri si sono dati battaglia.
C'è stata una strage ma non so chi abbia vinto, non lo so di preciso, il
sangue macchia i morti come i vivi, sono indistinguibili gli uni dagli altri ai
miei occhi stanchi che smarriscono i dettagli.
Ho pensato al rapporto con mio
padre, ed ho pensato anche al tuo, a quello che avevi tu con il tuo e a tante altre
storie che conosco.
Ognuna ha il diritto di parlare, nessuna di emettere una sentenza.
Ognuna ha il diritto di parlare, nessuna di emettere una sentenza.
Ho pensato fosse ottuso, ho pensato fosse astioso,
anaffettivo, egoista, egocentrico, insensibile, anche insicuro dietro
quell'ostentazione di se.
Ma essere genitori non è facile, i genitori sono solo
bambini più grandi, da piccoli non possiamo rendercene conto ma quando diventiamo
grandi noi stessi, se diventiamo grandi davvero, dovremmo guardarli con occhi
diversi.
V non capisce come faccio ad avere un rapporto così con mio
padre, dice che non mi chiama mai per sentire come sto, che sono sempre io a cercarlo, seppur raramente, a domandargli come se la passa.
Dall'"alto" della mia disponibilità economica gli faccio anche dei regali, un Pc nuovo, un treno di gomme invernali per non andare a schiantarsi tra i ghiacci, ecc..
Non capisce perché lo faccio, non sembra che io abbia bisogno di lui, come di mia madre, come di chiunque altro della mia famiglia.
Non necessito più del suo amore da tenerà età.
Non sembra neanche che io gli voglia un gran bene, quindi non capisce perché sono comprensivo, perché non mi lego al dito niente.
Credo che sia perché sento di essergli superiore.
Lo so, è brutto a dirsi, ma non sono cose che si possono controllare, si può controllare se ostentarle o meno, ma non si può decidere di non sentirle.
E' un sentimento che provo verso molte, forse troppe, persone.
Io lo vedo per quello che è, una persona che si è portata appresso i problemi che aveva dall'infanzia, una madre che non lo ha amato, ottavo o settimo di otto o sette figli, non ricordo bene.
Suo padre, mio nonno, una volta lo andammo a trovare in sezione, era un militante comunista, non gli veniva neanche il suo nome, non ricordava il nome di suo figlio, non gli sovveniva.
Questa cosa mi colpì molto, sin da allora.
Non credo che un bambino cresciuto così possa diventare un padre perfetto e, sono sicuro, che da bambino non fosse tanto forte e tanto indipendente come io sono.
Per Kafka suo padre era un gigante, la misura di ogni cosa, l'universo intero era in scala, una scala che aveva il padre come riferimento.
Ma parliamoci chiaro, il gigante è Kafka, Kafka l'immortale.
Il padre un essere insignificante di cui si sarebbe persa ogni traccia se non avesse avuto il figlio che ha avuto.
Ma grazie a questo figlio, per colpa di questo figlio, sarà ricordato solo per la sua infamia.
Era solo un uomo, un uomo debole nonostante le apparenze.
K invece era già grande quando ha scritto quella lettera, molto più grande del padre, infinitamente.
Lo ha fatto a pezzi.
Dall'"alto" della mia disponibilità economica gli faccio anche dei regali, un Pc nuovo, un treno di gomme invernali per non andare a schiantarsi tra i ghiacci, ecc..
Non capisce perché lo faccio, non sembra che io abbia bisogno di lui, come di mia madre, come di chiunque altro della mia famiglia.
Non necessito più del suo amore da tenerà età.
Non sembra neanche che io gli voglia un gran bene, quindi non capisce perché sono comprensivo, perché non mi lego al dito niente.
Credo che sia perché sento di essergli superiore.
Lo so, è brutto a dirsi, ma non sono cose che si possono controllare, si può controllare se ostentarle o meno, ma non si può decidere di non sentirle.
E' un sentimento che provo verso molte, forse troppe, persone.
Io lo vedo per quello che è, una persona che si è portata appresso i problemi che aveva dall'infanzia, una madre che non lo ha amato, ottavo o settimo di otto o sette figli, non ricordo bene.
Suo padre, mio nonno, una volta lo andammo a trovare in sezione, era un militante comunista, non gli veniva neanche il suo nome, non ricordava il nome di suo figlio, non gli sovveniva.
Questa cosa mi colpì molto, sin da allora.
Non credo che un bambino cresciuto così possa diventare un padre perfetto e, sono sicuro, che da bambino non fosse tanto forte e tanto indipendente come io sono.
Per Kafka suo padre era un gigante, la misura di ogni cosa, l'universo intero era in scala, una scala che aveva il padre come riferimento.
Ma parliamoci chiaro, il gigante è Kafka, Kafka l'immortale.
Il padre un essere insignificante di cui si sarebbe persa ogni traccia se non avesse avuto il figlio che ha avuto.
Ma grazie a questo figlio, per colpa di questo figlio, sarà ricordato solo per la sua infamia.
Era solo un uomo, un uomo debole nonostante le apparenze.
K invece era già grande quando ha scritto quella lettera, molto più grande del padre, infinitamente.
Lo ha fatto a pezzi.
La cosa che più mi ha disgustato è stato che lo ha fatto stando bene attento a passare per vittima.
Certo che lo è stato, ma ora si trasformava in carnefice.
E via a sottolineare tutte le brutture, le contraddizioni, la superbia.
Deve esserci stato un grande dolore nel scriverlo, un grave conflitto interno, l'ho percepito, ma non solo perché rinvangava cose antiche e ancora dolorose ma perché si stava rendendo conto, scrivendo, di essersi lui stesso trasformato nel seviziatore.
Me lo fa capire, ad esempio, l'aver consegnato la lettera alla madre, delegando ad altri la responsabilità del se, e come, sferrare il colpo, lavandosi in questo modo, in parte, la coscienza.
Ma soprattutto me lo fanno pensare le ultime due pagine, un ripensamento, una difesa al padre, che non poteva più difendersi.
Gli mette in bocca parole che giudicano lui stesso, parole che cerca lui in difesa del padre e a condanna sua.
(vattele a rileggere)
Ma è troppo tardi, l'accusa si è mossa troppo bene, il giudice ha già sentenziato.
Ho letto che le ultime due pagine siano anche le uniche non trovate battute a macchina, scritte di pugno, come fossero una convulsione.
Sono molto belle, e valgono più di interi libri, forse valgono più dell'intero libro in cui si trovano.
Era un poveraccio questo tizio, io lo vedo tale.
Un così bel figlio, non riconoscerlo, non riuscirlo ad amare, non riuscire a farsi amare da lui.
Non credo si sentisse bene, ci sono persone che non hanno i mezzi morali, intellettivi, volitivi per migliorare se stessi, sono destinati ad una lenta ma brutale involuzione verso le parti più aride della propria anima, e li rimangono intrappolati, spesso per sempre.
Provo sincera pena per loro.
Mio padre, in fondo, ha fatto di peggio, almeno da quello che leggo, che ho letto.
Ha fatto anche cose buone, ma noi ci aspettiamo molto dai genitori quando siamo tanto piccoli: amore incondizionato, e che siano giganti, senza macchia e senza paura.
Con tali aspettative che è naturale avere da fanciulli, molti sono destinati a fallire.
I mostri sono altri.
C'è chi vende i propri figli, chi li stupra, chi li sfrutta, chi li ammazza.
Possibile che il Grande Kafka non sia riuscito a vedere il padre per quello che era?
Ora che, appunto, era grande?
Ha avuto una madre che gli ha dato tutto l'amore del mondo, che si è immolata, come solo le madri, certe madri, sanno fare, aveva ancora così necessità dell'amore del padre?
Perché con il libro lo fa a pezzi, ma grida ancora il bisogno del suo amore, è rimasto bambino anche lui.
E' così che vedo le persone, adulti e anziani, li vedo bambini, e non riesco ad odiarli troppo quando si comportano male, quando mostrano i loro difetti e mettono così in luce le loro debolezze.
Le paure che si portano appresso da fanciulli, quelle si sempre presenti, mentre i sogni li abbandonano presto, soli.
Prede solitarie dei loro destini famelici.
Certo che lo è stato, ma ora si trasformava in carnefice.
E via a sottolineare tutte le brutture, le contraddizioni, la superbia.
Deve esserci stato un grande dolore nel scriverlo, un grave conflitto interno, l'ho percepito, ma non solo perché rinvangava cose antiche e ancora dolorose ma perché si stava rendendo conto, scrivendo, di essersi lui stesso trasformato nel seviziatore.
Me lo fa capire, ad esempio, l'aver consegnato la lettera alla madre, delegando ad altri la responsabilità del se, e come, sferrare il colpo, lavandosi in questo modo, in parte, la coscienza.
Ma soprattutto me lo fanno pensare le ultime due pagine, un ripensamento, una difesa al padre, che non poteva più difendersi.
Gli mette in bocca parole che giudicano lui stesso, parole che cerca lui in difesa del padre e a condanna sua.
(vattele a rileggere)
Ma è troppo tardi, l'accusa si è mossa troppo bene, il giudice ha già sentenziato.
Ho letto che le ultime due pagine siano anche le uniche non trovate battute a macchina, scritte di pugno, come fossero una convulsione.
Sono molto belle, e valgono più di interi libri, forse valgono più dell'intero libro in cui si trovano.
Era un poveraccio questo tizio, io lo vedo tale.
Un così bel figlio, non riconoscerlo, non riuscirlo ad amare, non riuscire a farsi amare da lui.
Non credo si sentisse bene, ci sono persone che non hanno i mezzi morali, intellettivi, volitivi per migliorare se stessi, sono destinati ad una lenta ma brutale involuzione verso le parti più aride della propria anima, e li rimangono intrappolati, spesso per sempre.
Provo sincera pena per loro.
Mio padre, in fondo, ha fatto di peggio, almeno da quello che leggo, che ho letto.
Ha fatto anche cose buone, ma noi ci aspettiamo molto dai genitori quando siamo tanto piccoli: amore incondizionato, e che siano giganti, senza macchia e senza paura.
Con tali aspettative che è naturale avere da fanciulli, molti sono destinati a fallire.
I mostri sono altri.
C'è chi vende i propri figli, chi li stupra, chi li sfrutta, chi li ammazza.
Possibile che il Grande Kafka non sia riuscito a vedere il padre per quello che era?
Ora che, appunto, era grande?
Ha avuto una madre che gli ha dato tutto l'amore del mondo, che si è immolata, come solo le madri, certe madri, sanno fare, aveva ancora così necessità dell'amore del padre?
Perché con il libro lo fa a pezzi, ma grida ancora il bisogno del suo amore, è rimasto bambino anche lui.
E' così che vedo le persone, adulti e anziani, li vedo bambini, e non riesco ad odiarli troppo quando si comportano male, quando mostrano i loro difetti e mettono così in luce le loro debolezze.
Le paure che si portano appresso da fanciulli, quelle si sempre presenti, mentre i sogni li abbandonano presto, soli.
Prede solitarie dei loro destini famelici.
https://www.youtube.com/watch?v=aepBpZ3kXek&t=102s
sabato 12 ottobre 2019
Una lettera
“Cara #,
spero di non essere invadente, scrivendoti.
Innanzitutto volevo dirti che mi sono dato una calmata, e sono rientrato nei ranghi.
Sto bene e sto cercando di smaltire le incombenze quotidiane che ho trascurato in questi ultimi giorni.
Non so se sarai più infuriata, delusa, preoccupata o angosciata nel sentirmi, magari tutte insieme.
Spero però ci sia almeno un poco di gioia: in caso contrario scriverti è stato l'ennesimo errore, e me ne rammarico.
Vorrei spiegarti alcune cose, farlo non è facile per niente e interpretarle male è un battito di ciglia, ti chiedo quindi di ascoltarle col cuore più che con la testa.
C'è una cosa con cui devo fare i conti tutte le mattine, quando apro gli occhi, e tutte le sere, quando li socchiudo.
Non sono unico e speciale in questo, tante persone fanno come me.
Male di vivere, non so se hai presente di cosa parlo: mi risveglia, ogni mattina, l'angoscia di azioni sempre uguali.
Subito dopo resetto la mente, e lo spirito, affinché chi mi circonda non abbia il minimo sospetto della larva famelica che mi divora.
Però non vorrei tu ti facessi un'immagine distorta di me, visto da fuori non sono un musone o un indolente, né uno che se ne sta da parte a rimuginare sulle cose: sono iperattivo, curioso e di compagnia, sempre.
Vado avanti a sopportare tutto quello che di brutto mi tormenta senza ben sapere perché.
Anzi lo so: vivendo mi prendo cura di coloro che amo, morendo li farei soffrire.
Da un lato è un bene perché da senso al quotidiano, dall'altro è un cappio che stringe lentamente, e mi toglie la libertà di immaginare quanto dolce possa essere la resa ai miei incubi.
Quando resistere al dolore amplifica il dolore, morire può sembrare il migliore dei mali: questo desiderio mi ha assalito, un paio di volte, non voglio nascondertelo.
Resistergli è stato devastante esattamente quanto tentare di abbandonarsi ad esso.
Ci sono però alcuni momenti in cui l'oscurità è squarciata da un lampo, improvviso, prima che tutto torni buio.
E' un battito d'ali di colibrì, un istante talmente rapido che quasi credi di averlo immaginato, sufficiente però a indicarti una direzione, qualcosa da cercare, magari a tastoni, qualcosa che hai intravisto attraverso quella sottile lama di luce.
Quel lampo per me sei stata tu.
Lasciarmi vincere dal desiderio di amarti mi ha dato nuova vita, anche se non avrei dovuto farlo.
E' stata una liberazione.
Sapevo sin dall'inizio che non avrei potuto avere in cambio nulla, mi bastava che accettassi il mio amore, che un po' ti lusingasse.
Certo, desiderare tanto una donna e non poterla avere è un dolore esso stesso, a dire il vero molto più forte di quanto ricordassi, ma è un dolore sano, come quando il sangue ricomincia a scorrere in una mano assiderata.
E' uno spasmo intenso, pungente, ma è anche vita che ricomincia a pulsare nelle arterie dopo il torpore.
In preda ai tormenti da innamorato non corrisposto mi sono dimenticato dei miei demoni, scacciati da un sentimento più forte rispetto ad ogni altra cosa.
Gli incubi ricorrenti hanno l asciato il posto ai sogni che ti riguardavano, è questo, credimi, è stato un miracolo.
Sapevo che non avrei potuto tenerli stretti a lungo nel petto, in quanto non riguardavano la mia donna: questo, e solo questo, mi è pesato.
Non avrei potuto innamorami a comando di una persona qualsiasi, pensare che mi sarei potuto invaghire di chiunque è la cosa più lontana dal vero che ci sia.
Ti ho sempre trovata interessante, desiderabile, conoscendoti l'ho pensato ancor di più: altro non ho fatto che lasciarmi andare, invece di reprimermi come di solito molto ragionevolmente faccio.
Il fatto di non averti mai toccato da più valore al mio sentimento invece che sminuirlo.
Ma adesso, come ti dicevo, tutto è rientrato.
Sono in grado gestire il mio cavallo selvaggio e so come trattarlo quando è imbizzarrito: gli ha fatto bene scatenarsi un poco, tenerlo legato anche questa volta l'avrebbe condannato a morte certa.
Il pensiero che io t'abbia fatto del male con il mio atteggiamento da pazzo furioso mi distrugge, ma non credere che il mio amore valga meno di altri, solo perché proviene da una persona squilibrata: tutti i veri amori sono forme di pazzia, l'amore non alberga nella ragione e nel dominio, ma nella follia e nell'impotenza.
Non temere mai che io stia male a causa tua: la forza che avverto oggi, mentre scrivo, è a te, e a te sola che la devo.
Quindi sto bene, e sono sereno.
Bacio la pioggia che bagna la pelle sottile dei tuoi polsi.
unknown 2014
spero di non essere invadente, scrivendoti.
Innanzitutto volevo dirti che mi sono dato una calmata, e sono rientrato nei ranghi.
Sto bene e sto cercando di smaltire le incombenze quotidiane che ho trascurato in questi ultimi giorni.
Non so se sarai più infuriata, delusa, preoccupata o angosciata nel sentirmi, magari tutte insieme.
Spero però ci sia almeno un poco di gioia: in caso contrario scriverti è stato l'ennesimo errore, e me ne rammarico.
Vorrei spiegarti alcune cose, farlo non è facile per niente e interpretarle male è un battito di ciglia, ti chiedo quindi di ascoltarle col cuore più che con la testa.
C'è una cosa con cui devo fare i conti tutte le mattine, quando apro gli occhi, e tutte le sere, quando li socchiudo.
Non sono unico e speciale in questo, tante persone fanno come me.
Male di vivere, non so se hai presente di cosa parlo: mi risveglia, ogni mattina, l'angoscia di azioni sempre uguali.
Subito dopo resetto la mente, e lo spirito, affinché chi mi circonda non abbia il minimo sospetto della larva famelica che mi divora.
Però non vorrei tu ti facessi un'immagine distorta di me, visto da fuori non sono un musone o un indolente, né uno che se ne sta da parte a rimuginare sulle cose: sono iperattivo, curioso e di compagnia, sempre.
Vado avanti a sopportare tutto quello che di brutto mi tormenta senza ben sapere perché.
Anzi lo so: vivendo mi prendo cura di coloro che amo, morendo li farei soffrire.
Da un lato è un bene perché da senso al quotidiano, dall'altro è un cappio che stringe lentamente, e mi toglie la libertà di immaginare quanto dolce possa essere la resa ai miei incubi.
Quando resistere al dolore amplifica il dolore, morire può sembrare il migliore dei mali: questo desiderio mi ha assalito, un paio di volte, non voglio nascondertelo.
Resistergli è stato devastante esattamente quanto tentare di abbandonarsi ad esso.
Ci sono però alcuni momenti in cui l'oscurità è squarciata da un lampo, improvviso, prima che tutto torni buio.
E' un battito d'ali di colibrì, un istante talmente rapido che quasi credi di averlo immaginato, sufficiente però a indicarti una direzione, qualcosa da cercare, magari a tastoni, qualcosa che hai intravisto attraverso quella sottile lama di luce.
Quel lampo per me sei stata tu.
Lasciarmi vincere dal desiderio di amarti mi ha dato nuova vita, anche se non avrei dovuto farlo.
E' stata una liberazione.
Sapevo sin dall'inizio che non avrei potuto avere in cambio nulla, mi bastava che accettassi il mio amore, che un po' ti lusingasse.
Certo, desiderare tanto una donna e non poterla avere è un dolore esso stesso, a dire il vero molto più forte di quanto ricordassi, ma è un dolore sano, come quando il sangue ricomincia a scorrere in una mano assiderata.
E' uno spasmo intenso, pungente, ma è anche vita che ricomincia a pulsare nelle arterie dopo il torpore.
In preda ai tormenti da innamorato non corrisposto mi sono dimenticato dei miei demoni, scacciati da un sentimento più forte rispetto ad ogni altra cosa.
Gli incubi ricorrenti hanno l asciato il posto ai sogni che ti riguardavano, è questo, credimi, è stato un miracolo.
Sapevo che non avrei potuto tenerli stretti a lungo nel petto, in quanto non riguardavano la mia donna: questo, e solo questo, mi è pesato.
Non avrei potuto innamorami a comando di una persona qualsiasi, pensare che mi sarei potuto invaghire di chiunque è la cosa più lontana dal vero che ci sia.
Ti ho sempre trovata interessante, desiderabile, conoscendoti l'ho pensato ancor di più: altro non ho fatto che lasciarmi andare, invece di reprimermi come di solito molto ragionevolmente faccio.
Il fatto di non averti mai toccato da più valore al mio sentimento invece che sminuirlo.
Ma adesso, come ti dicevo, tutto è rientrato.
Sono in grado gestire il mio cavallo selvaggio e so come trattarlo quando è imbizzarrito: gli ha fatto bene scatenarsi un poco, tenerlo legato anche questa volta l'avrebbe condannato a morte certa.
Il pensiero che io t'abbia fatto del male con il mio atteggiamento da pazzo furioso mi distrugge, ma non credere che il mio amore valga meno di altri, solo perché proviene da una persona squilibrata: tutti i veri amori sono forme di pazzia, l'amore non alberga nella ragione e nel dominio, ma nella follia e nell'impotenza.
Non temere mai che io stia male a causa tua: la forza che avverto oggi, mentre scrivo, è a te, e a te sola che la devo.
Quindi sto bene, e sono sereno.
Bacio la pioggia che bagna la pelle sottile dei tuoi polsi.
unknown 2014
venerdì 20 settembre 2019
La lama
Qui,
proprio qui
in questo punto
eri conficcata
Poi t'ho ritirata
perché
ad incider pixel
ti ho trovata sprecata
A trapassar cuori di carta
fosti nata
proprio qui
in questo punto
eri conficcata
Poi t'ho ritirata
perché
ad incider pixel
ti ho trovata sprecata
A trapassar cuori di carta
fosti nata
sabato 14 settembre 2019
The race. (Leaving the game of life)
Io mi sento in colpa quando, come ora, sono felice.
Mi sembra di aver troppo quando mi confronto a quelle centinaia di persone ammassate in un battello, navigano per scappare da qualcosa più che per cercarne un’altra, spesso trovano solo una morte indecorosa.
Poi ci penso, e mi chiedo il perché ritengo ingiusto tutto questo.
Lo sarà davvero o c’è piuttosto un senso di giustizia più alto che non comprendo?
Penso agli spermatozoi in questi casi, alla loro folle corsa.
Lo so, gli spermatozoi fanno sempre sorridere, chissà perché poi, ci risultano così buffi, eppure è tragica la loro breve esistenza.
Pensare che per uno solo di loro che raggiungerà il suo scopo, altre decine di milioni moriranno invano durante questo percorso di guerra, è disarmante.
La natura si affida ai grandi numeri per le sue imprese.
Uno spettatore che assistesse a questa grande competizione tra spermatozoi non riuscirebbe a capirne il senso, ne noterebbe solo la crudeltà.
Così, tra i milioni di esseri viventi che popolano questo mondo, è in atto una folle gara per la felicità,
per quei pochi che riusciranno ci saranno milioni, miliardi di persone che soffriranno, spesso atrocemente.
Che stiamo correndo per noi stessi è solo un’impressione, la felicità non è nostra, e di qualcun altro,
o sarebbe meglio dire di qualcos’altro.
La finalità di questa corsa, quale sia il nostro ovulo da fecondare, ci è sconosciuta.
L’universo ha un grande progetto, noi ne facciamo parte, ma non dobbiamo conoscerlo.
Come soldati dobbiamo eseguire gli ordini impartiti, senza necessariamente capirli.
Sopravvivi, vivi, ama, procrea, sii felice, che cosa sono se non ordini?
Continuiamo a darci tanto da fare senza conoscerne il motivo, spinti e dominati da forze più grandi di noi, così mi giustifico quei 900 corpi in mare, tanto per non impazzire.
Chi raggiunge la felicità la raggiunge anche per loro, sarebbe meglio non dimenticarlo.
La maggioranza delle persone che vive su questo pianeta ha problemi a sopravvivere, una buona parte vive come all’inferno, quando ci diamo la morte da soli lanciamo la scacchiera, e tutti i suoi pezzi, in aria, è come voler affermare di non voler giocare a questo gioco.
Una ribellione inaccettabile, perché di giocare ci è stato imposto, non di invito si è trattato.
a 2015
Mi sembra di aver troppo quando mi confronto a quelle centinaia di persone ammassate in un battello, navigano per scappare da qualcosa più che per cercarne un’altra, spesso trovano solo una morte indecorosa.
Poi ci penso, e mi chiedo il perché ritengo ingiusto tutto questo.
Lo sarà davvero o c’è piuttosto un senso di giustizia più alto che non comprendo?
Penso agli spermatozoi in questi casi, alla loro folle corsa.
Lo so, gli spermatozoi fanno sempre sorridere, chissà perché poi, ci risultano così buffi, eppure è tragica la loro breve esistenza.
Pensare che per uno solo di loro che raggiungerà il suo scopo, altre decine di milioni moriranno invano durante questo percorso di guerra, è disarmante.
La natura si affida ai grandi numeri per le sue imprese.
Uno spettatore che assistesse a questa grande competizione tra spermatozoi non riuscirebbe a capirne il senso, ne noterebbe solo la crudeltà.
Così, tra i milioni di esseri viventi che popolano questo mondo, è in atto una folle gara per la felicità,
per quei pochi che riusciranno ci saranno milioni, miliardi di persone che soffriranno, spesso atrocemente.
Che stiamo correndo per noi stessi è solo un’impressione, la felicità non è nostra, e di qualcun altro,
o sarebbe meglio dire di qualcos’altro.
La finalità di questa corsa, quale sia il nostro ovulo da fecondare, ci è sconosciuta.
L’universo ha un grande progetto, noi ne facciamo parte, ma non dobbiamo conoscerlo.
Come soldati dobbiamo eseguire gli ordini impartiti, senza necessariamente capirli.
Sopravvivi, vivi, ama, procrea, sii felice, che cosa sono se non ordini?
Continuiamo a darci tanto da fare senza conoscerne il motivo, spinti e dominati da forze più grandi di noi, così mi giustifico quei 900 corpi in mare, tanto per non impazzire.
Chi raggiunge la felicità la raggiunge anche per loro, sarebbe meglio non dimenticarlo.
La maggioranza delle persone che vive su questo pianeta ha problemi a sopravvivere, una buona parte vive come all’inferno, quando ci diamo la morte da soli lanciamo la scacchiera, e tutti i suoi pezzi, in aria, è come voler affermare di non voler giocare a questo gioco.
Una ribellione inaccettabile, perché di giocare ci è stato imposto, non di invito si è trattato.
a 2015
domenica 8 settembre 2019
Occhio nero
Ci avevo messo poco a farmi conoscere.
Quel primo giorno entrai in classe presentato dal maestro, la scuola era già iniziata da una settimana.
Ha subito sottolineato che venivo da Roma, e da quel giorno nessuno si è mai rivolto a me usando il mio primo nome ma semplicemente con l’appellativo de “il romano”.
Di volti amichevoli ne vidi pochi, giusto due ragazzine che mi sorridevano dal primo banco, gli altri, soprattutto i maschietti, sembravano ostili.
Alla campanella un certo Matteo, spalleggiato da Andrea, mi comincia a punzecchiare : “grullo, facci ridere, parlaci romano”, gli altri mantenevano coraggiosamente le distanze.
Il biondino ride, e continua a gracchiare rivolgendosi un po' a me e un po' ai compagni.
Lo guardo con aria di sufficienza, lui e il suo vice, come fossero moscerini.
Se questa è la roba che “gira” qui, tempo una settimana sarò il boss della scuola.
Il temerario continua ad infastidirmi, deve essere anche il più stupido perché non avverte il pericolo, l’altro sembra averlo già mollato.
Mi giro con calma, accenno un mezzo sorriso, poi gli tiro un calcio sulla tibia sinistra con violenza, improvviso.
Cade rovinosamente a terra come un sacco.
Mi chino sul suo viso e gli dico “ti sei fatto male? Sei inciampato?” tirandogli i morbidi capelli biondi fino a strappargli pezzi di cute, e aiutandolo così “cavallerescamente” ad alzarsi.
Non aveva ben capito cosa era successo, un misto di smorfia di dolore ed incredulità stampato sul viso lentigginoso, non sapeva se piangere o andarsi a lamentare dal maestro.
Optò per il silenzio.
Mai più mi rivolse la parola per i 3 anni a venire.
Gli altri erano schifati dalla scena, si vedeva il disprezzo nei loro volti, ma nessuno osava fiatare.
Però quella ragazzina, a dire il vero un po buffa con i suoi occhiali così grandi, continuava a sorridermi estasiata.
####### si chiamava.
Qualsiasi cosa avrei fatto per i prossimi 3 anni sarebbe stata sempre ben fatta per lei.
Dietro il suo sorriso intravedevo, a l'ultimo banco, un tozzo nanetto che mi guardava in cagnesco.
Romeo aveva osservato tutto ed aveva tratto le sue conclusioni.
Che sia lui il “capetto” qui?
Beh, se è così lo scoprirò.
Sembra un po' emarginato però.
Forse più di me, considerando che è del posto e che fa parte della classe da chissà quanto.
Passano due giorni, sono al terzultimo banco centrale, un certo Walter mi sta silenziosamente accanto senza parlare.
Non lo stimolo a farlo, preferirei esser solo, ma non potendo penso che questo sia il compagno migliore che mi potesse capitare.
Perlomeno non è invadente.
Ogni tanto mi volto dietro alla mia destra, dal ultimo banco c’è sempre questo Romeo che mi guarda con aria di sfida.
Invece che infastidito sono eccitato, non vedo l’ora di menar le mani.
Voglio sistemarlo per bene il nanetto, sembra un osso più duro dell’altro.
Penso, fra me e me, che non vedo l’ora di fargli male.
Il pretesto non tarda ad arrivare, è lui a cercarlo.
Bravo.
Due spinte, qualche insulto in giardino e dopo due secondi siamo avvinghiati come due pitoni nella terra.
Il piccoletto è forte, a mani dalla presa energica e si dimena come un’anguilla, cerco di sbattergli la testa su della ghiaia, ma lui mi sfugge sempre, scalciando come un forsennato.
Sembra quasi che mi odi, ci mette un’energia, tenta anche di mordermi.
Ma dopo un po di lotta ha la peggio, ora si sta coprendo il volto a proteggersi da i miei calci e pugni, ma non implora di fermarmi.
Improvvisamente sento una mano che, come una morsa, mi prende per il collo da dietro e mi alza di peso.
Sono le manone del maestro che mi allontanano dalla mia vittima, mi scuotono vigorosamente e mi danno un energico scappellotto sulla testa castana.
“Cosa state facendo!”
Grida l’omone reduce della grande guerra rivolgendosi a me.
“ma maestro……” accenno io, e via altro scappellotto sulla nuca.
Mi cheto, già intravedo i guai che passerò a casa e l’ira di mio padre.
Sento gente che confabula ed il maestro che ammonisce con gravità, ma non distinguo cosa dicono, sono sovrappensiero.
Male.
Non noto che Romeo si è alzato e mi corre incontro minaccioso.
Mi colpisce con tutta la sua forza sul viso, dopo di che sento un dolore ovattato su l’occhio, come avessi un grosso cerotto sulle palpebre.
Cristo santo, tempo pochi minuti e l’occhio diventa violaceo.
Nessuno mi aveva mai fatto un occhio nero.
Che umiliazione.
Non mi frega neanche più dei guai che passerò a casa.
Appena posso lo ammazzo, giuro.
Mi porterò un coltello dalla cucina, voglio scannarlo a coltellate, qui a scuola, davanti a tutti.
Intanto ####### mi guarda, e continua a sorridermi, ma stavolta il suo sorriso è come di pietra, una paresi.
O è preoccupata o è impressionata, forse inorridita.
Ma sembra non voglia farmelo vedere.
-------------------------------------------------------------------------------------------------
L’asfalto del cortile è rovente, le scarpe di tela lo percorrono in lungo e largo alla ricerca del pallone.
Finalmente ne recupero uno a centrocampo, mi involo verso la porta avversaria.
La palla sul terreno di gioco è come una bella donna, ti sembra di averla conquistata e invece è lei che ha deciso di venire da te.
Deciderà anche quando fuggirti.
Tutti ti osservano, altri cercano di rubartela, anche commettendo scorrettezze.
Il momento supremo di solitudine, tu contro il mondo.
Non ti agevolerà certo il compito, rimarrà con te solo fino a quando avrai la forza di trattenerla, poi passerà ad (un) altro, e tu, prima disperato, poi speranzoso, tornerai a rincorrerla.
Non c’è da fidarti neanche del tuo migliore amico se è con lei che stai correndo.
Alle mie spalle, come una muta di cani che insegue una volpe, percepisco l’ostinata determinazione degli altri a raggiungermi.
Alberto mi affianca, la falcata è regolare e potente, urla “passala!”.
“Fottiti” è il mio primo pensiero,
“se mi presenti tua sorella di seconda media” il secondo.
Me la sono sudata questa opportunità, non ti lascerò l’onore di infilarla tra i vecchi pali metallici del cortile.
Sono quasi alla meta, il portiere avversario tentenna, non sa se venirmi incontro o aspettarmi piazzato tra i pali.
Non si muove, gli leggo l’esitazione nello sguardo, penso che sarà più facile.
Lo spazio alla sua sinistra è invitante, non ci penso due volte, piccola rotazione del busto e colpisco la palla di piatto destro.
Scheggia il palo e scivola via verso le aiuole.
“Maremma bucaiola!” Urla Alberto “La vuoi passare!?”.
Gli do una spinta, spero abbia capito che non mi deve seccare.
Non me ne gira una nel verso giusto oggi.
È che sono troppo nervoso, O####### mi fa questo effetto, da quando l’ho vista la prima volta.
L’ho appena spiata dalla vetrata del cortile, era ai giardini di fronte la scuola, due libri e un’agenda tenuti dall’elastico rosa, la gonna al ginocchio, e un gruppo di ragazzoni con i vespini modificati che le ronzano intorno come fosse miele.
Rideva compiaciuta.
Sembra che flerti con tutti indistintamente, un paio di volte l’ho vista anche salire in macchina con qualcuno molto più grande di lei.
Lo odio e lo amo quel suo sguardo, così ambiguo, sembra accogliente e comprensivo all’apparenza, ma in realtà spietato.
Tiene a farti sapere che è lei che comanda, si legge nelle sue nere pupille la consapevolezza del suo dominio sull’universo (maschile).
Era passato più di un anno dall’occhio nero di Romeo, avevo deciso di non vendicarmi, forse per rispetto a #######.
Mi riempiva di attenzioni, aveva cambiato gli occhiali, era ancor più buffa se possibile.
Faceva sempre finta di avere la doppia merenda in cartella per puro caso, in realtà era per me, con l’immancabile cartoncino di Billy all’arancia.
Non mi piaceva molto il prosciutto crudo (il grasso mio dio mi dava il voltastomaco) con il formaggio, anzi per niente, ma facevo ugualmente finta di andar ghiotto di quei panini per farla contenta, subito dopo mi rifacevo la bocca con un Kinder.
Io e Romeo convivevamo nella stessa classe senza problemi, in fondo “lavoravamo” entrambi per Renato, era stato proprio Romeo ad avermi presentato.
Piccoli "lavoretti" di ogni genere.
Ed è Renato che mi fece conoscere O######
----------------------------------------------------------------------------------------------------------
Aveva una canottiera grigia che lasciava intravedere molte delle sue splendide forme,
adagiata sul letto con il braccio destro sosteneva il libro, il sinistro aveva il gomito piegato verso l'alto, la mano tra il cuscino e la sua nuca.
"Finiscila".
"Non mi seccare, non vedi che devo studiare?"
"Tua madre lo sa dove sei?"
Le odiavo quelle frasi, me le diceva sempre e solo per darmi del ragazzino,
per ricordarmi chi ero, cosa ero secondo lei.
Come quando mi incontrò vicino a Castello I #########, con aria superiore mi disse
"e tu che fai qui?"
Quattro chiacchiere di fretta perché come sempre l'aspettavano, e poi l'affondo:
"la conosci la strada di casa?"
"Vuoi che ti accompagno?"
Magari un altro avrebbe pensato ad una gentilezza, ma io ho sempre avuto il dono di capirla meglio di altri, c'era un ghigno impercettibile nel suo viso, gli occhi si illuminavano solo quando diceva queste cattiverie, ci godeva ad umiliarmi, ma non lo ammetteva neanche a se stessa.
"Ce la dovrei fare a tornare, non ti preoccupare"
E via, altra fiamma nei suoi occhi, compiaciuta di essere andata a segno, ancor più di vedere che incasso e non demordo.
Mi da un bacio sulla guancia, come avrebbe fatto se fossi stato il fratellino minore,
"allora corri a casa ometto"
Mi allontanava ma non mi cacciava.
Mi facevo sempre più intraprendente .
Mentre leggeva ho provato ad accarezzarla il piede,
è stato fermo per un paio di secondi, poi è scattato all'indietro,
e ancora in avanti, quasi mi dava un calcio in faccia.
Due secondi sono tanti.
Lo capiva anche un ragazzino di dieci anni.
O forse poteva capirlo solo "quel" ragazzino di dieci anni.
Aveva malizia quel ragazzino.
Troppa per la sua età.
Sono stato buono per pochi minuti, seduto sulla poltrona.
Facevo finta di leggere il mio di libro, invece guardavo lei.
Quell'ascella scoperta.
Il braccio alzato faceva intravedere l'attaccatura del seno.
Avendone uno avrei ucciso il mio migliore amico per assaporarla,
per passarci sopra la mia lingua vogliosa.
Una voglia che sfiniva l'anima.
Una voglia che sapeva già di colpa.
a 2014
Quel primo giorno entrai in classe presentato dal maestro, la scuola era già iniziata da una settimana.
Ha subito sottolineato che venivo da Roma, e da quel giorno nessuno si è mai rivolto a me usando il mio primo nome ma semplicemente con l’appellativo de “il romano”.
Di volti amichevoli ne vidi pochi, giusto due ragazzine che mi sorridevano dal primo banco, gli altri, soprattutto i maschietti, sembravano ostili.
Alla campanella un certo Matteo, spalleggiato da Andrea, mi comincia a punzecchiare : “grullo, facci ridere, parlaci romano”, gli altri mantenevano coraggiosamente le distanze.
Il biondino ride, e continua a gracchiare rivolgendosi un po' a me e un po' ai compagni.
Lo guardo con aria di sufficienza, lui e il suo vice, come fossero moscerini.
Se questa è la roba che “gira” qui, tempo una settimana sarò il boss della scuola.
Il temerario continua ad infastidirmi, deve essere anche il più stupido perché non avverte il pericolo, l’altro sembra averlo già mollato.
Mi giro con calma, accenno un mezzo sorriso, poi gli tiro un calcio sulla tibia sinistra con violenza, improvviso.
Cade rovinosamente a terra come un sacco.
Mi chino sul suo viso e gli dico “ti sei fatto male? Sei inciampato?” tirandogli i morbidi capelli biondi fino a strappargli pezzi di cute, e aiutandolo così “cavallerescamente” ad alzarsi.
Non aveva ben capito cosa era successo, un misto di smorfia di dolore ed incredulità stampato sul viso lentigginoso, non sapeva se piangere o andarsi a lamentare dal maestro.
Optò per il silenzio.
Mai più mi rivolse la parola per i 3 anni a venire.
Gli altri erano schifati dalla scena, si vedeva il disprezzo nei loro volti, ma nessuno osava fiatare.
Però quella ragazzina, a dire il vero un po buffa con i suoi occhiali così grandi, continuava a sorridermi estasiata.
####### si chiamava.
Qualsiasi cosa avrei fatto per i prossimi 3 anni sarebbe stata sempre ben fatta per lei.
Dietro il suo sorriso intravedevo, a l'ultimo banco, un tozzo nanetto che mi guardava in cagnesco.
Romeo aveva osservato tutto ed aveva tratto le sue conclusioni.
Che sia lui il “capetto” qui?
Beh, se è così lo scoprirò.
Sembra un po' emarginato però.
Forse più di me, considerando che è del posto e che fa parte della classe da chissà quanto.
Passano due giorni, sono al terzultimo banco centrale, un certo Walter mi sta silenziosamente accanto senza parlare.
Non lo stimolo a farlo, preferirei esser solo, ma non potendo penso che questo sia il compagno migliore che mi potesse capitare.
Perlomeno non è invadente.
Ogni tanto mi volto dietro alla mia destra, dal ultimo banco c’è sempre questo Romeo che mi guarda con aria di sfida.
Invece che infastidito sono eccitato, non vedo l’ora di menar le mani.
Voglio sistemarlo per bene il nanetto, sembra un osso più duro dell’altro.
Penso, fra me e me, che non vedo l’ora di fargli male.
Il pretesto non tarda ad arrivare, è lui a cercarlo.
Bravo.
Due spinte, qualche insulto in giardino e dopo due secondi siamo avvinghiati come due pitoni nella terra.
Il piccoletto è forte, a mani dalla presa energica e si dimena come un’anguilla, cerco di sbattergli la testa su della ghiaia, ma lui mi sfugge sempre, scalciando come un forsennato.
Sembra quasi che mi odi, ci mette un’energia, tenta anche di mordermi.
Ma dopo un po di lotta ha la peggio, ora si sta coprendo il volto a proteggersi da i miei calci e pugni, ma non implora di fermarmi.
Improvvisamente sento una mano che, come una morsa, mi prende per il collo da dietro e mi alza di peso.
Sono le manone del maestro che mi allontanano dalla mia vittima, mi scuotono vigorosamente e mi danno un energico scappellotto sulla testa castana.
“Cosa state facendo!”
Grida l’omone reduce della grande guerra rivolgendosi a me.
“ma maestro……” accenno io, e via altro scappellotto sulla nuca.
Mi cheto, già intravedo i guai che passerò a casa e l’ira di mio padre.
Sento gente che confabula ed il maestro che ammonisce con gravità, ma non distinguo cosa dicono, sono sovrappensiero.
Male.
Non noto che Romeo si è alzato e mi corre incontro minaccioso.
Mi colpisce con tutta la sua forza sul viso, dopo di che sento un dolore ovattato su l’occhio, come avessi un grosso cerotto sulle palpebre.
Cristo santo, tempo pochi minuti e l’occhio diventa violaceo.
Nessuno mi aveva mai fatto un occhio nero.
Che umiliazione.
Non mi frega neanche più dei guai che passerò a casa.
Appena posso lo ammazzo, giuro.
Mi porterò un coltello dalla cucina, voglio scannarlo a coltellate, qui a scuola, davanti a tutti.
Intanto ####### mi guarda, e continua a sorridermi, ma stavolta il suo sorriso è come di pietra, una paresi.
O è preoccupata o è impressionata, forse inorridita.
Ma sembra non voglia farmelo vedere.
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L’asfalto del cortile è rovente, le scarpe di tela lo percorrono in lungo e largo alla ricerca del pallone.
Finalmente ne recupero uno a centrocampo, mi involo verso la porta avversaria.
La palla sul terreno di gioco è come una bella donna, ti sembra di averla conquistata e invece è lei che ha deciso di venire da te.
Deciderà anche quando fuggirti.
Tutti ti osservano, altri cercano di rubartela, anche commettendo scorrettezze.
Il momento supremo di solitudine, tu contro il mondo.
Non ti agevolerà certo il compito, rimarrà con te solo fino a quando avrai la forza di trattenerla, poi passerà ad (un) altro, e tu, prima disperato, poi speranzoso, tornerai a rincorrerla.
Non c’è da fidarti neanche del tuo migliore amico se è con lei che stai correndo.
Alle mie spalle, come una muta di cani che insegue una volpe, percepisco l’ostinata determinazione degli altri a raggiungermi.
Alberto mi affianca, la falcata è regolare e potente, urla “passala!”.
“Fottiti” è il mio primo pensiero,
“se mi presenti tua sorella di seconda media” il secondo.
Me la sono sudata questa opportunità, non ti lascerò l’onore di infilarla tra i vecchi pali metallici del cortile.
Sono quasi alla meta, il portiere avversario tentenna, non sa se venirmi incontro o aspettarmi piazzato tra i pali.
Non si muove, gli leggo l’esitazione nello sguardo, penso che sarà più facile.
Lo spazio alla sua sinistra è invitante, non ci penso due volte, piccola rotazione del busto e colpisco la palla di piatto destro.
Scheggia il palo e scivola via verso le aiuole.
“Maremma bucaiola!” Urla Alberto “La vuoi passare!?”.
Gli do una spinta, spero abbia capito che non mi deve seccare.
Non me ne gira una nel verso giusto oggi.
È che sono troppo nervoso, O####### mi fa questo effetto, da quando l’ho vista la prima volta.
L’ho appena spiata dalla vetrata del cortile, era ai giardini di fronte la scuola, due libri e un’agenda tenuti dall’elastico rosa, la gonna al ginocchio, e un gruppo di ragazzoni con i vespini modificati che le ronzano intorno come fosse miele.
Rideva compiaciuta.
Sembra che flerti con tutti indistintamente, un paio di volte l’ho vista anche salire in macchina con qualcuno molto più grande di lei.
Lo odio e lo amo quel suo sguardo, così ambiguo, sembra accogliente e comprensivo all’apparenza, ma in realtà spietato.
Tiene a farti sapere che è lei che comanda, si legge nelle sue nere pupille la consapevolezza del suo dominio sull’universo (maschile).
Era passato più di un anno dall’occhio nero di Romeo, avevo deciso di non vendicarmi, forse per rispetto a #######.
Mi riempiva di attenzioni, aveva cambiato gli occhiali, era ancor più buffa se possibile.
Faceva sempre finta di avere la doppia merenda in cartella per puro caso, in realtà era per me, con l’immancabile cartoncino di Billy all’arancia.
Non mi piaceva molto il prosciutto crudo (il grasso mio dio mi dava il voltastomaco) con il formaggio, anzi per niente, ma facevo ugualmente finta di andar ghiotto di quei panini per farla contenta, subito dopo mi rifacevo la bocca con un Kinder.
Io e Romeo convivevamo nella stessa classe senza problemi, in fondo “lavoravamo” entrambi per Renato, era stato proprio Romeo ad avermi presentato.
Piccoli "lavoretti" di ogni genere.
Ed è Renato che mi fece conoscere O######
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Aveva una canottiera grigia che lasciava intravedere molte delle sue splendide forme,
adagiata sul letto con il braccio destro sosteneva il libro, il sinistro aveva il gomito piegato verso l'alto, la mano tra il cuscino e la sua nuca.
"Finiscila".
"Non mi seccare, non vedi che devo studiare?"
"Tua madre lo sa dove sei?"
Le odiavo quelle frasi, me le diceva sempre e solo per darmi del ragazzino,
per ricordarmi chi ero, cosa ero secondo lei.
Come quando mi incontrò vicino a Castello I #########, con aria superiore mi disse
"e tu che fai qui?"
Quattro chiacchiere di fretta perché come sempre l'aspettavano, e poi l'affondo:
"la conosci la strada di casa?"
"Vuoi che ti accompagno?"
Magari un altro avrebbe pensato ad una gentilezza, ma io ho sempre avuto il dono di capirla meglio di altri, c'era un ghigno impercettibile nel suo viso, gli occhi si illuminavano solo quando diceva queste cattiverie, ci godeva ad umiliarmi, ma non lo ammetteva neanche a se stessa.
"Ce la dovrei fare a tornare, non ti preoccupare"
E via, altra fiamma nei suoi occhi, compiaciuta di essere andata a segno, ancor più di vedere che incasso e non demordo.
Mi da un bacio sulla guancia, come avrebbe fatto se fossi stato il fratellino minore,
"allora corri a casa ometto"
Mi allontanava ma non mi cacciava.
Mi facevo sempre più intraprendente .
Mentre leggeva ho provato ad accarezzarla il piede,
è stato fermo per un paio di secondi, poi è scattato all'indietro,
e ancora in avanti, quasi mi dava un calcio in faccia.
Due secondi sono tanti.
Lo capiva anche un ragazzino di dieci anni.
O forse poteva capirlo solo "quel" ragazzino di dieci anni.
Aveva malizia quel ragazzino.
Troppa per la sua età.
Sono stato buono per pochi minuti, seduto sulla poltrona.
Facevo finta di leggere il mio di libro, invece guardavo lei.
Quell'ascella scoperta.
Il braccio alzato faceva intravedere l'attaccatura del seno.
Avendone uno avrei ucciso il mio migliore amico per assaporarla,
per passarci sopra la mia lingua vogliosa.
Una voglia che sfiniva l'anima.
Una voglia che sapeva già di colpa.
a 2014
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