venerdì 20 dicembre 2019

Dei e uomini

Ogni volta che un uomo, o una donna, dice "per sempre" sfida se stesso
se stessa
sfida le leggi dell'universo
e fa cose grandi
(anche se non eterne)
Non sono stolti

Gli Dei ci guardano
ne sono sicuro
osservano quei piccoli insetti mortali che si dimenano,
che lottano senza tregua pur senza alcuna chance di vittoria
Ne rimangono estasiati
li rispettano
quelli che vivono sereni
in armonia con il mondo e le sue regole
non li considerano neanche

Nonostante ciò che dici, che cerchi di farmi capire
sono sicuro che anche tu non mi degneresti di uno sguardo
se non fossi tanto stolto

Forse sei una dea
e ammiri la testardaggine di questo umano che cerca di amarti
con tutte le forze che raccoglie dentro di se
come se, un giorno, potesse vincere.

Ogni cosa ha una fine
solo se io glie lo permetto

domenica 24 novembre 2019

Dissolto

Non so dire come il mondo sia precipitato in questa sorta di giudizio universale.
Non so dire neanche come io sia precipitato in questo mondo che precipita.
Lo attraverso in una sorta di mite domenica primaverile, salgo i gradini delle scale a due a due e mi dirigo al quarto e ultimo piano di questa palazzina che si trova in un quartiere borghese di una città imprecisata di non so quale epoca, ma sembrano gli anni 30 del secolo scorso.
La porta dell'appartamento è aperta, c'è qualche foto in bianco e nero sparsa qui e là, ma sembra una casa dismessa, non credo troverò qualcuno.
Ma il me del sogno si dirige deciso verso il balcone, li c'è una donna che legge in compagnia del sole, all'orizzonte, sullo sfondo del cielo blu, mille scie di condensazioni di aerei in quota, che vanno chissà dove.
Non le parlo, sono venuto a guardarla un'ultima volta, anche se non so chi sia, se una madre, una moglie, o una donna che amavo mai conosciuta, forse è per questo che non le leggo il volto ma solo i lineamenti gentili.
Non sono sicuro neanche di essere qui, infatti lei non mi vede, come non mi vede quest'uomo nello spoglio soggiorno mentre fuma una sigaretta nervoso
"dobbiamo andare" le dice, e si dirige verso il balcone.
Ripercorro le scale a ritroso pensando alle mille faccende che mi aspettano, tutte cose ridicole e senza valore alcuno considerando dove sta andando il mondo, e considerando il mio stato etereo che dovrebbe farmi sentire libero dal gioco delle regole.
Tutti devono cercare un biglietto aereo, on line, nelle agenzie di viaggio (perché esistono gli aerei, internet, le agenzie di viaggio negli anni 30?), o si dirigono direttamente all'aeroporto.
File chilometriche in ogni dove, traffico impazzito, gente che cerca i familiari, che si organizza, cerca di organizzarsi, ma è impossibile trovare una logica in questo caos.
La storia è questa, tutti devono trovare un biglietto aereo per qualche posto, c'è un volo per ogni persona, e una persona per ogni volo, un ultimo volo, dopo di che ogni volo verrà fermato (forse per sempre), e le persone rimarranno nel luogo dove atterreranno le loro vite (forse per sempre).
Ora ci si immagini il parapiglia per accaparrarsi il volo nel posto che gradiamo, perché non ci venga assegnato rendom in un luogo remoto o inospitale, lontano dalle persone e dalle cose che amiamo.
Ma il giudizio universale è beffardo, si scopre che i posti più ambiti (chissà quali, ma immagino che siano le città belle e vivibili, non certo teatri di guerra e povertà) vanno presto esauriti, così bisogna ripiegare alla seconda scelta, poi alla terza, poi alla quarta...
Magari riusciamo ad ottenere un volo in un posto vicino casa nostra, a soli 45 min di aereo, ma perché poi, chi ci sarà a casa nostra proveniente da chissà dove? E i nostri parenti? E i nostri cari? In quale fottuta località delle Terra saranno ridistribuiti?
Io non so se abbia anche un senso scegliere una destinazione, in base a cosa?
Arrivando potremmo accorgersi che è così cambiata da come era una volta, il mondo si sta trasformando in maniera imprevedibile, gli abitanti di domani saranno altri, anche di questa città dove sono ora, arriveranno da lontano, alcuni da molto lontano, solo pochi parleranno la lingua di ora.
Sarà il caos, gli uffici saranno chiusi, gli ospedali anche, i poliziotti e i medici dovranno partire per alte destinazioni, e non si sa se arriveranno nuovi poliziotti e nuovi medici a rimpiazzarli, ma come potrebbero?
In quale ospedale si dovrebbero presentare? A quale responsabile di pubblica sicurezza dovrebbero mettersi a disposizione?
Non si sa chi dovrà lavorare e dove.
Non servirà più questa libreria che sta chiudendo, il suo libraio è indaffarato a sprangare bene la serranda, forse spera di poter tornare.
Scendo le scale con calma, il sole entra dalle finestre e, con la coda dell'occhio, colgo il riflesso della mia immagine su un qualche vetro, l'ultima immagine di me che conosco.
Devo pagare la luce e il gas, la rata di non so cosa, andare da non so bene chi a dirgli non so bene cosa, il primo lavoro, il secondo lavoro, il pneumatico della moto da cambiare, i fiori sulla tomba di mia nonna, e poi la spesa, il lavandino da riparare, la visita medica, telefonare a......a chi? Non lo ricordo.
E poi ancora altre cose che non mi sovvengono, una lista lunga, quasi infinita, ma devo ancora acquistare il biglietto, che ansia.
Mi fermo in un bar invece, mi ordino una corona con una scorzetta di limone e mi metto ad osservare la gente, il mio occhio oggi non ha osservato ancora niente.
Sono un irresponsabile, il mondo finisce ed io sono qui al bar placido con una birra in mano.
Non so come, ma scopro di avere già un biglietto.
E' per Berlino, e parte tra un'ora e mezza.
Forse potrei anche farcela, se parto ora in 45 minuti sono in aeroporto.
Invece continuo a fare i miei giri, ora manca solo un'ora, poi 40 minuti....
ormai è impensabile che io possa prendere quell'aereo.
Non si sa che cosa succede a chi non prende il suo volo, forse sparirà, sparirà per sempre, si dice che svaniranno nel nulla milioni di persone, li chiameranno "i dissolti".
Accade ancora qualcosa di nuovo, improvvisa  sorge la coscienza di chi, meglio dire cosa, sono.
Ora si capisce il perché di questa ansia di fondo come un brusio, ma anche della pace che la tiene a bada.
La gente non mi vede, sembra che io sia uno spirito che aleggia, forse un uomo suicida che si aggira nei "suoi territori", come un detective in cerca delle trame che sleghino i nodi della sua esistenza reale, per darle un senso, per liberarsi finalmente e definitivamente di lei.
O forse sono già un "dissolto", ho perso il mio volo per Berlino, è per questo che non riconosco quasi nulla di questo spazio.

Ho avuto la febbre alta mentre sognavo, quando mi sono svegliato non ricordavo dove fossi, ho guardato dalla finestra e il sole mi colpiva il viso.
Ero al ventesimo piano, di fronte a me altri grandi palazzi con decine di piani, delle montagne dietro di loro e il sole che cominciava a diventare una palla di fuoco.
E' Tardi, sto perdendo il mio volo, ora ricordo, vado a nord.
Poi a casa.

a 2019



Prima ho pensato che non vivrei mai in uno di quei grattacieli infiniti,
poi ci ho pensato meglio e ho capito che invece potrei farlo.
Tra il grattacielo nella tua foto ed una baita in montagna cambia solo la scenografia ma la solitudine è la stessa.
Mi affaccerei da una di quelle anonime finestre e guarderei in silenzio le luci esterne, le auto in colonna che si snodano come un serpente nella città, e avrei in mano una tazza di the, forse una sigaretta se decidessi di iniziare a fumare.
Sarei un puntino nel buio di cui nessuno conosce l'esistenza, tranne probabilmente qualcuno nel grattacielo di fronte che osserva le piccole finestre illuminate e segue il mio puntino intermittente
e si chiede chi io sia.

e 2019

sabato 26 ottobre 2019

Prede solitarie di destini famelici

Ho finito "La notte", la febbre va meglio ma sono un cencio lo stesso.
Non voglio parlare adesso de "La notte"perché stanno svanendo i pensieri su "Lettera al padre", svanivano dentro "La notte", a mano a mano che ne facevo degli altri.
Sembra che i posti a sedere nella mia mente siano terminati, i pensieri nuovi scacciano i vecchi che poi tentano di tornare per vendicarsi.
E' un grande parapiglia, ne esce un animo confuso, un campo di battaglia dove giacciono esamini centinaia di pensieri che si fanno guerra.
Ma va bene così, il giorno che in testa avrò una sola grande idea chiara ed inattaccabile vorrà dire che sarò morto.
All'inizio ho pensato fosse un mostro, "con un padre così" mi sono detto.
Ricordo che lo hai pensato anche tu, ma durante la lettura i pensieri si sono dati battaglia.
C'è stata una strage ma non so chi abbia vinto, non lo so di preciso, il sangue macchia i morti come i vivi, sono indistinguibili gli uni dagli altri ai miei occhi stanchi che smarriscono i dettagli.
Ho pensato al rapporto con mio padre, ed ho pensato anche al tuo, a quello che avevi tu con il tuo e a tante altre storie che conosco.
Ognuna ha il diritto di parlare, nessuna di emettere una sentenza.
Ho pensato fosse ottuso, ho pensato fosse astioso, anaffettivo, egoista, egocentrico, insensibile, anche insicuro dietro quell'ostentazione di se.
Ma essere genitori non è facile, i genitori sono solo bambini più grandi, da piccoli non possiamo rendercene conto ma quando diventiamo grandi noi stessi, se diventiamo grandi davvero, dovremmo guardarli con occhi diversi.
V non capisce come faccio ad avere un rapporto così con mio padre, dice che non mi chiama mai per sentire come sto, che sono sempre io a cercarlo, seppur raramente, a domandargli come se la passa.
Dall'"alto" della mia disponibilità economica gli faccio anche dei regali, un Pc nuovo, un treno di gomme invernali per non andare a schiantarsi tra i ghiacci, ecc..
Non capisce perché lo faccio, non sembra che io abbia bisogno di lui, come di mia madre, come di chiunque altro della mia famiglia.
Non necessito più del suo amore da tenerà età.
Non sembra neanche che io gli voglia un gran bene, quindi non capisce perché sono comprensivo, perché non mi lego al dito niente.
Credo che sia perché sento di essergli superiore.
Lo so, è brutto a dirsi, ma non sono cose che si possono controllare, si può controllare se ostentarle o meno, ma non si può decidere di non sentirle.
E' un sentimento che provo verso molte, forse troppe, persone.
Io lo vedo per quello che è, una persona che si è portata appresso i problemi che aveva dall'infanzia, una madre che non lo ha amato, ottavo o settimo di otto o sette figli, non ricordo bene.
Suo padre, mio nonno, una volta lo andammo a trovare in sezione, era un militante comunista, non gli veniva neanche il suo nome, non ricordava il nome di suo figlio, non gli sovveniva.
Questa cosa mi colpì molto, sin da allora.
Non credo che un bambino cresciuto così possa diventare un padre perfetto e, sono sicuro, che da bambino non fosse tanto forte e tanto indipendente come io sono.
Per Kafka suo padre era un gigante, la misura di ogni cosa, l'universo intero era in scala, una scala che aveva il padre come riferimento.
Ma parliamoci chiaro, il gigante è Kafka, Kafka l'immortale.
Il padre un essere insignificante di cui si sarebbe persa ogni traccia se non avesse avuto il figlio che ha avuto.
Ma grazie a questo figlio, per colpa di questo figlio, sarà ricordato solo per la sua infamia.
Era solo un uomo, un uomo debole nonostante le apparenze.
K invece era già grande quando ha scritto quella lettera, molto più grande del padre, infinitamente.
Lo ha fatto a pezzi.
La cosa che più mi ha disgustato è stato che lo ha fatto stando bene attento a passare per vittima.
Certo che lo è stato, ma ora si trasformava in carnefice.
E via a sottolineare tutte le brutture, le contraddizioni, la superbia.
Deve esserci stato un grande dolore nel scriverlo, un grave conflitto interno, l'ho percepito, ma non solo perché rinvangava cose antiche e ancora dolorose ma perché si stava rendendo conto, scrivendo, di essersi lui stesso trasformato nel seviziatore.
Me lo fa capire, ad esempio, l'aver consegnato la lettera alla madre, delegando ad altri la responsabilità del se, e come, sferrare il colpo, lavandosi in questo modo, in parte, la coscienza.
Ma soprattutto me lo fanno pensare le ultime due pagine, un ripensamento, una difesa al padre, che non poteva più difendersi.
Gli mette in bocca parole che giudicano lui stesso, parole che cerca lui in difesa del padre e a condanna sua.
(vattele a rileggere)
Ma è troppo tardi, l'accusa si è mossa troppo bene, il giudice ha già sentenziato.
Ho letto che le ultime due pagine siano anche le uniche non trovate battute a macchina, scritte di pugno, come fossero una convulsione.
Sono molto belle, e valgono più di interi libri, forse valgono più dell'intero libro in cui si trovano.
Era un poveraccio questo tizio, io lo vedo tale.
Un così bel figlio, non riconoscerlo, non riuscirlo ad amare, non riuscire a farsi amare da lui.
Non credo si sentisse bene, ci sono persone che non hanno i mezzi morali, intellettivi, volitivi per migliorare se stessi, sono destinati ad una lenta ma brutale involuzione verso le parti più aride della propria anima, e li rimangono intrappolati, spesso per sempre.
Provo sincera pena per loro.
Mio padre, in fondo, ha fatto di peggio, almeno da quello che leggo, che ho letto.
Ha fatto anche cose buone, ma noi ci aspettiamo molto dai genitori quando siamo tanto piccoli: amore incondizionato, e che siano giganti, senza macchia e senza paura.
Con tali aspettative che è naturale avere da fanciulli, molti sono destinati a fallire.
I mostri sono altri.
C'è chi vende i propri figli, chi li stupra, chi li sfrutta, chi li ammazza.
Possibile che il Grande Kafka non sia riuscito a vedere il padre per quello che era?
Ora che, appunto, era grande?
Ha avuto una madre che gli ha dato tutto l'amore del mondo, che si è immolata, come solo le madri, certe madri, sanno fare, aveva ancora così necessità dell'amore del padre?
Perché con il libro lo fa a pezzi, ma grida ancora il bisogno del suo amore, è rimasto bambino anche lui.
E' così che vedo le persone, adulti e anziani, li vedo bambini, e non riesco ad odiarli troppo quando si comportano male, quando mostrano i loro difetti e mettono così in luce le loro debolezze.
Le paure che si portano appresso da fanciulli, quelle si sempre presenti, mentre i sogni li abbandonano presto, soli.
Prede solitarie dei loro destini famelici.

a 2018

https://www.youtube.com/watch?v=aepBpZ3kXek&t=102s

sabato 12 ottobre 2019

Una lettera

“Cara #,
spero di non essere invadente, scrivendoti.
Innanzitutto volevo dirti che mi sono dato una calmata, e sono rientrato nei ranghi.
Sto bene e sto cercando di smaltire le incombenze quotidiane che ho trascurato in questi ultimi giorni.
Non so se sarai più infuriata, delusa, preoccupata o angosciata nel sentirmi, magari tutte insieme.
Spero però ci sia almeno un poco di gioia: in caso contrario scriverti è stato l'ennesimo errore, e me ne rammarico.
Vorrei spiegarti alcune cose, farlo non è facile per niente e interpretarle male è un battito di ciglia, ti chiedo quindi di ascoltarle col cuore più che con la testa.
C'è una cosa con cui devo fare i conti tutte le mattine, quando apro gli occhi, e tutte le sere, quando li socchiudo.
Non sono unico e speciale in questo, tante persone fanno come me.
Male di vivere, non so se hai presente di cosa parlo: mi risveglia, ogni mattina, l'angoscia di azioni sempre uguali.
Subito dopo resetto la mente, e lo spirito, affinché chi mi circonda non abbia il minimo sospetto della larva famelica che mi divora.
Però non vorrei tu ti facessi un'immagine distorta di me, visto da fuori non sono un musone o un indolente, né uno che se ne sta da parte a rimuginare sulle cose: sono iperattivo, curioso e di compagnia, sempre.
Vado avanti a sopportare tutto quello che di brutto mi tormenta senza ben sapere perché.
Anzi lo so: vivendo mi prendo cura di coloro che amo, morendo li farei soffrire.
Da un lato è un bene perché da senso al quotidiano, dall'altro è un cappio che stringe lentamente, e mi toglie la libertà di immaginare quanto dolce possa essere la resa ai miei incubi.
Quando resistere al dolore amplifica il dolore, morire può sembrare il migliore dei mali: questo desiderio mi ha assalito, un paio di volte, non voglio nascondertelo.
Resistergli è stato devastante esattamente quanto tentare di abbandonarsi ad esso.
Ci sono però alcuni momenti in cui l'oscurità è squarciata da un lampo, improvviso, prima che tutto torni buio.
E' un battito d'ali di colibrì, un istante talmente rapido che quasi credi di averlo immaginato, sufficiente però a indicarti una direzione, qualcosa da cercare, magari a tastoni, qualcosa che hai intravisto attraverso quella sottile lama di luce.
Quel lampo per me sei stata tu.
Lasciarmi vincere dal desiderio di amarti mi ha dato nuova vita, anche se non avrei dovuto farlo.
E' stata una liberazione.
Sapevo sin dall'inizio che non avrei potuto avere in cambio nulla, mi bastava che accettassi il mio amore, che un po' ti lusingasse.
Certo, desiderare tanto una donna e non poterla avere è un dolore esso stesso, a dire il vero molto più forte di quanto ricordassi, ma è un dolore sano, come quando il sangue ricomincia a scorrere in una mano assiderata.
E' uno spasmo intenso, pungente, ma è anche vita che ricomincia a pulsare nelle arterie dopo il torpore.
In preda ai tormenti da innamorato non corrisposto mi sono dimenticato dei miei demoni, scacciati da un sentimento più forte rispetto ad ogni altra cosa.
Gli incubi ricorrenti hanno l asciato il posto ai sogni che ti riguardavano, è questo, credimi, è stato un miracolo.
Sapevo che non avrei potuto tenerli stretti a lungo nel petto, in quanto non riguardavano la mia donna: questo, e solo questo, mi è pesato.
Non avrei potuto innamorami a comando di una persona qualsiasi, pensare che mi sarei potuto invaghire di chiunque è la cosa più lontana dal vero che ci sia.
Ti ho sempre trovata interessante, desiderabile, conoscendoti l'ho pensato ancor di più: altro non ho fatto che lasciarmi andare, invece di reprimermi come di solito molto ragionevolmente faccio.
Il fatto di non averti mai toccato da più valore al mio sentimento invece che sminuirlo.
Ma adesso, come ti dicevo, tutto è rientrato.
Sono in grado gestire il mio cavallo selvaggio e so come trattarlo quando è imbizzarrito: gli ha fatto bene scatenarsi un poco, tenerlo legato anche questa volta l'avrebbe condannato a morte certa.
Il pensiero che io t'abbia fatto del male con il mio atteggiamento da pazzo furioso mi distrugge, ma non credere che il mio amore valga meno di altri, solo perché proviene da una persona squilibrata: tutti i veri amori sono forme di pazzia, l'amore non alberga nella ragione e nel dominio, ma nella follia e nell'impotenza.
Non temere mai che io stia male a causa tua: la forza che avverto oggi, mentre scrivo, è a te, e a te sola che la devo.
Quindi sto bene, e sono sereno.

Bacio la pioggia che bagna la pelle sottile dei tuoi polsi.

unknown 2014

venerdì 20 settembre 2019

La lama

Qui,
proprio qui
in questo punto
eri conficcata

Poi t'ho ritirata
perché
ad incider pixel
ti ho trovata sprecata

A trapassar cuori di carta
fosti nata


sabato 14 settembre 2019

The race. (Leaving the game of life)

Io mi sento in colpa quando, come ora, sono felice.
Mi sembra di aver troppo quando mi confronto a quelle centinaia di persone ammassate in un battello, navigano per scappare da qualcosa più che per cercarne un’altra, spesso trovano solo una morte indecorosa.
Poi ci penso, e mi chiedo il perché ritengo ingiusto tutto questo.
Lo sarà davvero o c’è piuttosto un senso di giustizia più alto che non comprendo?
Penso agli spermatozoi in questi casi, alla loro folle corsa.
Lo so, gli spermatozoi fanno sempre sorridere, chissà perché poi, ci risultano così buffi, eppure è tragica la loro breve esistenza.
Pensare che per uno solo di loro che raggiungerà il suo scopo, altre decine di milioni moriranno invano durante questo percorso di guerra, è disarmante.
La natura si affida ai grandi numeri per le sue imprese.
Uno spettatore che assistesse a questa grande competizione tra spermatozoi non riuscirebbe a capirne il senso, ne noterebbe solo la crudeltà.
Così, tra i milioni di esseri viventi che popolano questo mondo, è in atto una folle gara per la felicità,
per quei pochi che riusciranno ci saranno milioni, miliardi di persone che soffriranno, spesso atrocemente.
Che stiamo correndo per noi stessi è solo un’impressione, la felicità non è nostra, e di qualcun altro,
o sarebbe meglio dire di qualcos’altro.
La finalità di questa corsa, quale sia il nostro ovulo da fecondare, ci è sconosciuta.
L’universo ha un grande progetto, noi ne facciamo parte, ma non dobbiamo conoscerlo.
Come soldati dobbiamo eseguire gli ordini impartiti, senza necessariamente capirli.
Sopravvivi, vivi, ama, procrea, sii felice, che cosa sono se non ordini?

Continuiamo a darci tanto da fare senza conoscerne il motivo, spinti e dominati da forze più grandi di noi, così mi giustifico quei 900 corpi in mare, tanto per non impazzire.
Chi raggiunge la felicità la raggiunge anche per loro, sarebbe meglio non dimenticarlo.
La maggioranza delle persone che vive su questo pianeta ha problemi a sopravvivere, una buona parte vive come all’inferno, quando ci diamo la morte da soli lanciamo la scacchiera, e tutti i suoi pezzi, in aria, è come voler affermare di non voler giocare a questo gioco.
Una ribellione inaccettabile, perché di giocare ci è stato imposto, non di invito si è trattato.

a 2015



domenica 8 settembre 2019

Occhio nero

Ci avevo messo poco a farmi conoscere.
Quel primo giorno entrai in classe presentato dal maestro, la scuola era già iniziata da una settimana.
Ha subito sottolineato che venivo da Roma, e da quel giorno nessuno si è mai rivolto a me usando il mio primo nome ma semplicemente con l’appellativo de “il romano”.
Di volti amichevoli ne vidi pochi, giusto due ragazzine che mi sorridevano dal primo banco, gli altri, soprattutto i maschietti, sembravano ostili.
Alla campanella un certo Matteo, spalleggiato da Andrea, mi comincia a punzecchiare : “grullo, facci ridere, parlaci romano”, gli altri mantenevano coraggiosamente le distanze.
Il biondino ride, e continua a gracchiare rivolgendosi un po' a me e un po' ai compagni.
Lo guardo con aria di sufficienza, lui e il suo vice, come fossero moscerini.
Se questa è la roba che “gira” qui, tempo una settimana sarò il boss della scuola.
Il temerario continua ad infastidirmi, deve essere anche il più stupido perché non avverte il pericolo, l’altro sembra averlo già mollato.
Mi giro con calma, accenno un mezzo sorriso, poi gli tiro un calcio sulla tibia sinistra con violenza, improvviso.
Cade rovinosamente a terra come un sacco.
Mi chino sul suo viso e gli dico “ti sei fatto male? Sei inciampato?” tirandogli i morbidi capelli biondi fino a strappargli pezzi di cute, e aiutandolo così “cavallerescamente” ad alzarsi.
Non aveva ben capito cosa era successo, un misto di smorfia di dolore ed incredulità stampato sul viso lentigginoso, non sapeva se piangere o andarsi a lamentare dal maestro.
Optò per il silenzio.
Mai più mi rivolse la parola per i 3 anni a venire.
Gli altri erano schifati dalla scena, si vedeva il disprezzo nei loro volti, ma nessuno osava fiatare.
Però quella ragazzina, a dire il vero un po buffa con i suoi occhiali così grandi, continuava a sorridermi estasiata.
####### si chiamava.
Qualsiasi cosa avrei fatto per i prossimi 3 anni sarebbe stata sempre ben fatta per lei.
Dietro il suo sorriso intravedevo, a l'ultimo banco, un tozzo nanetto che mi guardava in cagnesco.
Romeo aveva osservato tutto ed aveva tratto le sue conclusioni.
Che sia lui il “capetto” qui?
Beh, se è così lo scoprirò.
Sembra un po' emarginato però.
Forse più di me, considerando che è del posto e che fa parte della classe da chissà quanto.

Passano due giorni, sono al terzultimo banco centrale, un certo Walter mi sta silenziosamente accanto senza parlare.
Non lo stimolo a farlo, preferirei esser solo, ma non potendo penso che questo sia il compagno migliore che mi potesse capitare.
Perlomeno non è invadente.
Ogni tanto mi volto dietro alla mia destra, dal ultimo banco c’è sempre questo Romeo che mi guarda con aria di sfida.
Invece che infastidito sono eccitato, non vedo l’ora di menar le mani.
Voglio sistemarlo per bene il nanetto, sembra un osso più duro dell’altro.
Penso, fra me e me, che non vedo l’ora di fargli male.
Il pretesto non tarda ad arrivare, è lui a cercarlo.
Bravo.
Due spinte, qualche insulto in giardino e dopo due secondi siamo avvinghiati come due pitoni nella terra.
Il piccoletto è forte, a mani dalla presa energica e si dimena come un’anguilla, cerco di sbattergli la testa su della ghiaia, ma lui mi sfugge sempre, scalciando come un forsennato.
Sembra quasi che mi odi, ci mette un’energia, tenta anche di mordermi.
Ma dopo un po di lotta ha la peggio, ora si sta coprendo il volto a proteggersi da i miei calci e pugni, ma non implora di fermarmi.
Improvvisamente sento una mano che, come una morsa, mi prende per il collo da dietro e mi alza di peso.
Sono le manone del maestro che mi allontanano dalla mia vittima, mi scuotono vigorosamente e mi danno un energico scappellotto sulla testa castana.
“Cosa state facendo!”
Grida l’omone reduce della grande guerra rivolgendosi a me.
“ma maestro……” accenno io, e via altro scappellotto sulla nuca.
Mi cheto, già intravedo i guai che passerò a casa e l’ira di mio padre.
Sento gente che confabula ed il maestro che ammonisce con gravità, ma non distinguo cosa dicono, sono sovrappensiero.
Male.
Non noto che Romeo si è alzato e mi corre incontro minaccioso.
Mi colpisce con tutta la sua forza sul viso, dopo di che sento un dolore ovattato su l’occhio, come avessi un grosso cerotto sulle palpebre.
Cristo santo, tempo pochi minuti e l’occhio diventa violaceo.
Nessuno mi aveva mai fatto un occhio nero.
Che umiliazione.
Non mi frega neanche più dei guai che passerò a casa.
Appena posso lo ammazzo, giuro.
Mi porterò un coltello dalla cucina, voglio scannarlo a coltellate, qui a scuola, davanti a tutti.
Intanto ####### mi guarda, e continua a sorridermi, ma stavolta il suo sorriso è come di pietra, una paresi.
O è preoccupata o è impressionata, forse inorridita.
Ma sembra non voglia farmelo vedere.

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L’asfalto del cortile è rovente, le scarpe di tela lo percorrono in lungo e largo alla ricerca del pallone.
Finalmente ne recupero uno a centrocampo, mi involo verso la porta avversaria.
La palla sul terreno di gioco è come una bella donna, ti sembra di averla conquistata e invece è lei che ha deciso di venire da te.
Deciderà anche quando fuggirti.
Tutti ti osservano, altri cercano di rubartela, anche commettendo scorrettezze.
Il momento supremo di solitudine, tu contro il mondo.
Non ti agevolerà certo il compito, rimarrà con te solo fino a quando avrai la forza di trattenerla, poi passerà ad (un) altro, e tu, prima disperato, poi speranzoso, tornerai a rincorrerla.
Non c’è da fidarti neanche del tuo migliore amico se è con lei che stai correndo.
Alle mie spalle, come una muta di cani che insegue una volpe, percepisco l’ostinata determinazione degli altri a raggiungermi.
Alberto mi affianca, la falcata è regolare e potente, urla “passala!”.
“Fottiti” è il mio primo pensiero,
“se mi presenti tua sorella di seconda media” il secondo.
Me la sono sudata questa opportunità, non ti lascerò l’onore di infilarla tra i vecchi pali metallici del cortile.
Sono quasi alla meta, il portiere avversario tentenna, non sa se venirmi incontro o aspettarmi piazzato tra i pali.
Non si muove, gli leggo l’esitazione nello sguardo, penso che sarà più facile.
Lo spazio alla sua sinistra è invitante, non ci penso due volte, piccola rotazione del busto e colpisco la palla di piatto destro.
Scheggia il palo e scivola via verso le aiuole.
“Maremma bucaiola!” Urla Alberto “La vuoi passare!?”.
Gli do una spinta, spero abbia capito che non mi deve seccare.
Non me ne gira una nel verso giusto oggi.
È che sono troppo nervoso, O####### mi fa questo effetto, da quando l’ho vista la prima volta.
L’ho appena spiata dalla vetrata del cortile, era ai giardini di fronte la scuola, due libri e un’agenda tenuti dall’elastico rosa, la gonna al ginocchio, e un gruppo di ragazzoni con i vespini modificati che le ronzano intorno come fosse miele.
Rideva compiaciuta.
Sembra che flerti con tutti indistintamente, un paio di volte l’ho vista anche salire in macchina con qualcuno molto più grande di lei.
Lo odio e lo amo quel suo sguardo, così ambiguo, sembra accogliente e comprensivo all’apparenza, ma in realtà spietato.
Tiene a farti sapere che è lei che comanda, si legge nelle sue nere pupille la consapevolezza del suo dominio sull’universo (maschile).
Era passato più di un anno dall’occhio nero di Romeo, avevo deciso di non vendicarmi, forse per rispetto a #######.
Mi riempiva di attenzioni, aveva cambiato gli occhiali, era ancor più buffa se possibile.
Faceva sempre finta di avere la doppia merenda in cartella per puro caso, in realtà era per me, con l’immancabile cartoncino di Billy all’arancia.
Non mi piaceva molto il prosciutto crudo (il grasso mio dio mi dava il voltastomaco) con il formaggio, anzi per niente, ma facevo ugualmente finta di andar ghiotto di quei panini per farla contenta, subito dopo mi rifacevo la bocca con un Kinder.
Io e Romeo convivevamo nella stessa classe senza problemi, in fondo “lavoravamo” entrambi per Renato, era stato proprio Romeo ad avermi presentato.
Piccoli "lavoretti" di ogni genere.
Ed è Renato che mi fece conoscere O######

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Aveva una canottiera grigia che lasciava intravedere molte delle sue splendide forme,
adagiata sul letto con il braccio destro sosteneva il libro, il sinistro aveva il gomito piegato verso l'alto, la mano tra il cuscino e la sua nuca.
"Finiscila".
"Non mi seccare, non vedi che devo studiare?"
"Tua madre lo sa dove sei?"
Le odiavo quelle frasi, me le diceva sempre e solo per darmi del ragazzino,
per ricordarmi chi ero, cosa ero secondo lei.
Come quando mi incontrò vicino a Castello I #########, con aria superiore mi disse
"e tu che fai qui?"
Quattro chiacchiere di fretta perché come sempre l'aspettavano, e poi l'affondo:
"la conosci la strada di casa?"
"Vuoi che ti accompagno?"
Magari un altro avrebbe pensato ad una gentilezza, ma io ho sempre avuto il dono di capirla meglio di altri, c'era un ghigno impercettibile nel suo viso, gli occhi si illuminavano solo quando diceva queste cattiverie, ci godeva ad umiliarmi, ma non lo ammetteva neanche a se stessa.
"Ce la dovrei fare a tornare, non ti preoccupare"
E via, altra fiamma nei suoi occhi, compiaciuta di essere andata a segno, ancor più di vedere che incasso e non demordo.
Mi da un bacio sulla guancia, come avrebbe fatto se fossi stato il fratellino minore,
"allora corri a casa ometto"
Mi allontanava ma non mi cacciava.
Mi facevo sempre più intraprendente .
Mentre leggeva ho provato ad accarezzarla il piede,
è stato fermo per un paio di secondi, poi è scattato all'indietro,
e ancora in avanti, quasi mi dava un calcio in faccia.
Due secondi sono tanti.
Lo capiva anche un ragazzino di dieci anni.
O forse poteva capirlo solo "quel" ragazzino di dieci anni.
Aveva malizia quel ragazzino.
Troppa per la sua età.
Sono stato buono per pochi minuti, seduto sulla poltrona.
Facevo finta di leggere il mio di libro, invece guardavo lei.
Quell'ascella scoperta.
Il braccio alzato faceva intravedere l'attaccatura del seno.
Avendone uno avrei ucciso il mio migliore amico per assaporarla,
per passarci sopra la mia lingua vogliosa.
Una voglia che sfiniva l'anima.
Una voglia che sapeva già di colpa.

a 2014

mercoledì 4 settembre 2019

Una scatola di Lego


Era estate, un'estate senza mare.
La passai tutta al convento,
mio padre mi lasciava la mattina e mi veniva a riprendere verso le 18.
Ricordo il cortile, i lunghi corridoi con le vetrate, il campo di calcio, le aule,
ero abituato a vederli brulicanti di bambini pieni di vita,
stavolta mi si rivolgevano silenziosi.
Fui affidato alla mia maestra,
suor Maria si chiamava.
Anche se avevo passato un intero anno con quella suora mi sentivo un po’ a disagio,
non c’erano gli altri 32 bambini a filtrare il rapporto,
ora eravamo solo io e lei. 
Il primo giorno che mio padre mi lasciò con lei mi abbracciò,
senza dire nulla.
La cosa mi imbarazzò, ma durò poco.
Pensai che fosse perché sapeva che avevo sofferto in ospedale.
In effetti, dopo un mese, ancora avevo dolori, incubi.
Mi annoiavo un poco da solo, senza altri bambini, ma forse era un bene,
non ero ancora pronto a giocarci.
Notò che ero cambiato, mi ricordava iperattivo, gioioso,anche sbruffoncello,
adesso ero taciturno, un poco triste, e avevo perduto la spocchia.
Ma non osava domandarmi niente .
Passavo lunghe giornata a disegnare in un'aula vuota, e a giocare con le costruzione.
Qualche compito ogni tanto.
Mangiavo al refettorio con le altre suore,
la madre superiora non si impicciava,
faceva finta di non vedermi, mi sopportava per dovere.
Con il tempo la nostra confidenza aumentò,
ma parlavamo comunque poco.
Mi toccava come fossi prezioso,
delicato,
con cura.
Gli sentivo il desiderio di farlo.
Ricordo che il pomeriggio, dalle 14, si andava a riposare.
Dormivo nel suo letto, aveva la zanzariera bianca intorno.
Raramente si adagiava anche lei.
Quel giorno ero di spalle,
come al solito facevo finta di dormire,
mi sfiorò la tempia con le mani,
poi scansò il ciuffo di capelli che mi copriva l’occhio.
Mi abbracciò da dietro, cingendomi le braccia sulla pancia,
porse la testa sulla mia nuca.
Sentivo il suo corpo che aveva dei piccoli spasmi,
come piegato dal desiderio di farlo,
e dalla paura di osare troppo.
Non è che mi piacesse tanto questa cosa,
la lasciai fare, sentivo che ne aveva bisogno, continuai a far finta di dormire.
Non sembrava essere una cosa erotica,
forse si sentiva sola,
o forse voleva un bambino,
voleva sentirsi madre per pochi attimi.
Quell’estate fu molto noiosa per me,
e dolorosa, ma ricordo con piacere questa cosa, oggi.
Aveva 39 anni, e per me era solo una suora,
come se lo fosse sempre stata,
invece era una donna,
e prima ancora era stata una bambina anche lei.
Mi fece un regalo, me lo compro con i suoi (pochi) soldi,
una scatola di Lego.
Sapeva che la desideravo.


a 2015

martedì 27 agosto 2019

Stupide marionette

Due cadaveri abbracciati in un'unica pelle
l'odore della morte nella stanza
le carni crepate come la terra in siccità
un pasto rancido sul comodino, mai consumato

scariche elettriche impongono alle due carcasse di fare l'amore
all'inizio i movimenti sono a scatti, violenti
lacerano la pelle che tiene insieme le putride ossa
poi divengono sempre più sinuosi, armoniosi
impongono ai tessuti morti moti di vita

continuare a studiare la vita
è come indagare i due scheletri che fanno l'amore senza occuparsi della forza che li muove
l'esistenza è l'effetto
la forza è la causa

non è la nostra
farebbe accoppiare anche due sassi se volesse

Siamo cadaveri
conduttori di vita

l'idiozia dei cadaveri sta nello studiare se stessi
la loro imbecillità è nella convinzione che il mondo sia per loro
che la vita gli appartenga
nella testarda certezza che esistono

esiste solo questa prepotente forza cosmica che impone la vita a tutto
che impone di sopravvivere e clonarsi
quando ci abbandona, ci lascia senza un corpo
senza ricordi
senza passioni
senza paure
senza una coscienza (la mia)
senza l'anima (la sua)

stupide marionette
è così che vi vogliono
stupide
sembrate quasi vive, a guardarvi
vi muovete come vi è stato ordinato di fare
l'unica cosa da fare, l'unica azione davvero vostra
se solo aveste raggiunto la coscienza di quello che non siete
sarebbe tagliare i fili che vi obbligano ad essere felici
ad essere tristi
ad essere vivi
ad essere schiavi

e crollare a terra libere


 




mercoledì 31 luglio 2019

La Tomba


Lo chiamavano “la tomba”, per questo devo aver pensato fosse il posto giusto per sotterrare i miei ricordi.
Non volevo si facesse sepolcro, il mio, ma avrei dovuto metterlo in conto che avrebbe potuto diventarlo mio malgrado.
Mi sono dato alla vita monastica più dura, ho “scelto” questo terreno malarico perché qui non vuole venire nessuno, perché quei pochi che lo abitano o sono folli, che sfidano le leggi del mondo cercando di strappare questa terra ai demoni, o essi stessi sono demoni in esilio, cacciati dal mondo, come me.
La febbre alta mi procura delirio, ho visto un’ombra chiara che mi ha attraversato la mente, giro il capo a destra, e poi di scatto alla mia sinistra cercandola tra le quattro pareti della mia gelida cella, ma è fuggita via.
Forse si nasconde sotto il mio letto, si fa beffe di me, della mia malattia, aspetta che io ceda per attraversarmi di nuovo.
Prima di concedermi al sonno lotto ancora un poco, l’infuso di eucalipto è alla mia destra, basta allungare il braccio e alzare il collo per berlo, ma è cosa semplice solo per un corpo sano.
Sto da così tanto qui che non ricordo più se sono ancora giovane, o già vecchio, non capisco più se quelle mani fusiformi dagli artigli negri sono il frutto del mio delirio, o i ricordi della mia coscienza prima che arrivassi qui.
Il sonno mi vince, in questi posti, con la febbre malarica, non sai se riuscirai mai più a svegliarti dai sogni che farai, il mio inizia con quelle splendide mani che mi porgono un libro.
Sono mani fatte di neve, appena lo afferro sciolgono il loro colore nel mondo e lasciano che il libro sia apra, alla pagina che volevano io leggessi per loro…..
l'amore
è
una
droga



L'ago non si è ancora sfilato dalla vena che miriadi di lucciole dalle labbra turgide gli circondano il volto, come piccoli coni di luce intermittente puntati sulle pupille ristrette.
Sua madre affiora dal buio nulla di quella cella umida, gli occhi cerchiati di brillantini azzurri stile fata turchina, in una mano ha un calice di prosecco e nell'altra un macinino da caffè arrugginito, lo fa roteare sulla sua stessa manovella con grande rumore di ferraglia
“ESPANDERAI RISSOSO ZELO!”
urla a ripetizione scandendo bene le parole, e ad ogni parola si versa un goccio di prosecco in testa e da un paio di giri di manovella.
Fa caldissimo, ma anche freddissimo, la pelle suda chicchi di grandine; le lucciole adesso gli leccano gli zigomi con linguette scarlatte, una si masturba lasciva e soddisfatta sulle sue palpebre socchiuse.
Il cuore fa bum-bum, bum-bum, ma lentamente, quasi si ferma.
“Cooo sa staaaaidiiiiii cendooooo ma aaaa mmmmm?”
ma “ma aaa mmmmm” è già andata, risucchiata dalle tenebre che l'hanno generata insieme al prosecco, andate anche le lucciole, già in cerca di un nuovo amante; a tratti in lontananza il macinino ancora cigola.
Ogni suo muscolo adesso galleggia in una mare calmo di ovatta, in mezzo a gradini di marmo su cui sonnecchiano gomitoli di gatti dai baffi d'oro, uno apre gli occhi affilati e miagola “Ho visto cose che voi umani, ma è tempo di dormire ormai”.
Poi è nuovamente freddissimo, in un vicino altrove qualcun altro si lamenta, in preda al delirio o forse alla tortura “Chi sei? CHI SEI? COSA TI FANNO?”
Ma il gelo quello vero adesso è qui, e gli scorre nelle arterie, arrivato dalla steppa a rubargli l'ultimo respiro“ Ma aaaa mmmmm..... ma aaaa mmmmm...dove sei”
Il muro si squarcia ma piuttosto è una piccola porta che si apre, una delle tante in quel posto, gli occhi invece non riescono ad aprirsi a sufficienza se non per consegnargli l'ipotesi di un'ombra diafana scivolare al suo fianco. In un battito d'ali un mix di tamarindo e cardamomo penetra le sue narici arrendevoli, ed è caldo il corpo che aderisce al suo, un centimetro alla volta, con scrupolosa perizia.

Più tardi, chissà quando, il muro della cella si richiude

l'ago non c'è più
il respiro c'è ancora.



La nuova alba accoglie un uomo che è appena stato sputato dalla morte,
come dalla vita prima che venisse in questo luogo.
Il mattino di nebbia mi rende l’orrore e la bellezza che ho ricevuto dalle allucinazioni di questa notte, un orrore ed una bellezza che ricevo da una dea che è in grado di partorire entrambi come fossero gemelli,
un orrore e una bellezza che ora altri dovranno ricevere da me (per questo scrivo) in uno scandaloso passaggio di eredità.
Essere vivi, destarsi ancora una volta dopo la lunga battaglia, e trascinarsi tra le marionette con il bagaglio dei miei pensieri, dei miei rimorsi, delle mie voglie
combattere la coscienza che mi vuole vivo prima di nascere, e poi morto una volta vivo
scandaglio l’intero spettro dei miei umori e poi mi confondo tra gli altri reietti, ancora una volta
mi basta arrivare alla prossima notte, crollare a letto e sudare nel buio profondo, un sonno che cuoce al fuoco dei miei sogni,
sogni di foglie cucite sulla pelle delle sue cosce
sogni che tormentano di desiderio la mia anima
e che molestano una mente malata, costretta a delirare


per guarire.



La nebbia è ovunque, compatta come un unico blocco di marmo, e avvolge in un abbraccio spettrale il gruppo laborioso di uomini di varia età, che si affaccendano palesemente infreddoliti:il pesante tessuto delle tuniche, tutte uguali, non è sufficiente a ripararne le ossa, sgretolate dall'umidità.

Le prime luci svelano un'esile ragnatela di viottoli grigi incastrati tra grigi edifici: in questo luogo desolante tutto anela all'afflizione.
Oggi è la terza domenica del mese, si celebra la messa aperta agli abitanti dei paesi vicini, le litanie cantate in latino avranno inizio al primo rintocco di campana.
“La tomba” si erge come un soldato di cemento, rigida e solenne, mimetizzata da una groviglio di alberi e rovi.
I frati occupano l'ala nord, in alto sulla collina, a fianco dell'unico accesso visibile dall'esterno.
Questa mattina il grande portone in ferro è spalancato, per permettere l'ingresso ai fedeli.
E' anche il giorno del mese in cui possono entrare i contadini coi loro carretti ricolmi di viveri e oggetti da scambiare con i frati, il mercato delle anime lo chiamano.


In fondo, a ridosso del fiume, c'è l'ala est.

Non c'è traccia di questa domenica di vita, nell'ala est.


“Le candele sono accese?”

“Si”
“Hai messo quelle vecchie nel bidone della cera da sciogliere?”
“Si”
“Hai sistemato i libretti dei salmi sui banchi del coro?”
“Si”
Le tre domande di rito che Frate Egidio rivolge a Fra' Lorenzo hanno avuto luogo, il che vuol dire che mancano esattamente 45 minuti alla messa.
Frate Egidio è arrivato dalla Svizzera portando con sé il vezzo e il vanto di una precisione ossessiva. Anche di questo peccato di vanità, al tramonto, renderà conto al Signore, nella solitudine della sua cella, avvitandosi le falangi in uno schiaccianoci in legno di faggio da lui stesso intagliato con gran maestria. Nemmeno un lamento uscirà dalla sua barba.
Il giovane Fra' Lorenzo si dirige verso l'organo, gli rimangono 30 minuti per provare i brani con cui accompagnerà le voci benedette. Prima di prendere posto, con sguardo attento perlustra ogni angolo della chiesa deserta.
Non c'è nessuno.
Anche se ci fosse qualcuno, gli sarebbe impossibile notare il lampo che attraversa gli occhi chiari del monaco quando le sue dita affusolate aprono lo spartito, tantomeno l'improvvisa erezione.
Quelle pagine sono a lui sconosciute, è la prima volta che le sfiora: non gli sono state regalate che ieri.


“Guten Morgen” dice l'angelo rotondo aprendo la porta, il camice bianco troppo stretto per contenerla tutta, i capelli biondi raccolti in un severo chignon.

Alex solleva le palpebre a fatica, e la guarda, l'immagine che le pupille gli rimandano è sfuocata ma non troppo lontana dalla realtà
La donna ha tra le mani pillole colorate ed un bicchiere d'acqua colmo per metà, nessun accenno di sorriso sulle labbra strette pitturate di rosso.
Alex risponde al saluto, inghiottisce senza fiatare: è rinchiuso qui per questo, per farsi salvare.
Le stanzette del sanatorio sono meno tetre delle celle dell'ala nord, ma altrettanto anguste.
L'unico suono, incessante, ipnotico, è il fiume che scorre sotto le sbarre delle piccole finestre: eppure non è quello il rumore che Alex ricorda di questa notte.
Sa che è impossibile anche solo il pensarlo figuriamoci il riferirlo, specie se a riferirlo è un tossico eroinomane, eppure ne è certo: ciò che lo ha cullato, tra gli incubi ed il gelo del suo ennesimo ultimo buco, è il suono calmo e ritmato di un respiro.
Qualcuno ha dormito al suo fianco.





Si alza a fatica, mette un piede dopo l’altro, trascina le sue ossa stanche ed umide verso il bagno,
alla sua sinistra c’è uno specchio, ha paura di voltarsi, ogni volta che lo fa gli rende un’immagine appannata e indefinita, senza contorni, come se non potesse dirgli niente di preciso su di lui.
Ma i suoi occhi stanchi li conosce bene, anche se non gli ha mai visti riflessi in uno specchio.   
“Io non so niente dell’amore” sono le parole che sommesse escono dalla piega della sua bocca.
Si, c’era una piega della bocca, e dita nervose della mano destra che facevano roteare una pallina immaginaria sul palmo
“Non so niente dell’amore, della capacità di amare, di essere amato, per questo cerco la droga, quando sono fatto amo il mondo e il mondo mi ama anche se niente conosco dell’amore.
Ho visioni fantastiche e terribili, visito mondi lontani, mondi ai quali a voi non è concesso accedere, ho attraversato le porte di Tannhäuser e vagato tra la nebulose di Orione in cerca dei mitici bastimenti in fiamme, ne ho visto di cose che voi umani……ma questa è un’altra storia, è tempo di nutrirsi (altra cosa della vita che non posso fare senza sofferenza)”

L’angelo rotondo entra con un vassoio, lo guarda rigorosa e lascia la minestra calda con la mela cotta sul piccolo scrittoio, si gira di spalle verso l’uscita, accosta la porta lasciata aperta in precedenza, ma prima di farlo si volta verso di lui.
Stavolta lo sguardo è meno severo, scruta velocemente la piega delle sue vertebre sporgenti e si lascia sfuggire una smorfia di smania.
Alex ora è sicuro, il respiro che l’ha cullato questa notte era dell’angelo rotondo.

Fra’ Lorenzo sfoglia nervoso ed eccitato il libro partorito da una notte di tremori ed incubi, incubi che l’hanno condotto ad attraversare varchi misteriosi, porte spazio-temporali che si aprono solo quando la parte più folle della nostra mente è libera di vagare fuori dal controllo delle sentinelle che la imprigionano.
Il libro sognato si è fatto reale, un racconto erotico che si scioglie in eleganti caratteri di inchiostro nero su poche pagine di carta di riso, al suo risveglio l’ha trovato sul comodino, accanto all’infuso di foglie di eucalipto, l’ha aperto sorpreso su una pagina a caso, è diventato bianco come avesse visto uno spettro, il passo sul quale era caduto il suo pudico sguardo era puro, scandaloso, depravato erotismo…
se qualcuno avesse scoperto quel libro nella sua cella cosa avrebbe mai potuto dire in sua difesa?
Quale assurda storia si sarebbe dovuto inventare?
Non avrebbe certo potuto spiegare di averlo ereditato facendo un sogno delirante.
Meglio nasconderlo, ma la cella è così minimalista e austera, non c’è un angolo che possa celarlo da occhi curiosi o da sguardi invadenti.
Decide di portarlo con se nella chiesa ancora deserta.
Vicino all’organo c’è un posto che conosce solo lui, dove può seppellirlo sotto una pietra che nasconde un piccolo vano della pavimentazione.
Se qualcuno dovesse trovarlo li non potrebbero incolpare lui di avercelo messo
ma prima….ancora due pagine del turpe racconto, pagine che gli procurano la sincope nel nero delle pupille sue, come le prime due lette già nella fredda cella, pagine che abiurano la sua confessione di monaco, perché sente che quei sporchi versi lo avvicinano a Dio più delle sacre scritture?

.......un'ombra diafana scivola al suo fianco, ed è caldo il corpo che aderisce al suo, un centimetro alla volta, con scrupolosa perizia, alza a fatica il camice bianco che le fascia le cosce tornite, si mette a cavallo di quelle ossa tremolanti in preda alla febbre e alle allucinazioni, scioglie lo chignon e lascia andare la sua lunga chioma libera con due violenti, ma sensuali,  movimenti del collo.
Il suo sesso è un fiore carnivoro che divora con infinita voglia quella pelle incollata alle ossa spigolose, inghiotte il tumido pene e poi lo libera dall’abbraccio delle sue grandi labbra con movimenti cadenzati al ritmo del mare in tempesta che agita quelle carni.
All’unisono, come comandati da remoto, si voltano verso la loro sinistra, per un attimo riescono ad ammirare, riflessa nello specchio, l’armonia che raggiunge l’unione di quei due corpi tanto diversi e imperfetti che si sposano.
L'immagine, stavolta, non è appannata.

Fra’ Lorenzo non riuscirà a celare ancora per molto l’erezione sotto la sua tunica, i fedeli stanno per entrare nella casa del signore, ancora scosso e turbato da quell’universo di sensazioni, fino ad ora sconosciute, nasconde il libro proibito nel luogo prescelto.

Fra’ Lorenzo non afferrerà mai più tra le sue mani quel dono inaspettato, un dono consegnatogli da misteriose e affusolate falangi dai negri artigli una fredda notte del 13 Novembre del 1897, la vita, come la morte, ha scritto una storia diversa per lui.


Alex sta meglio, le crisi d’astinenza sono meno frequenti e violente da almeno 3 settimane, sembra a volte un cristo sofferente, a volte un animale impaurito, ma l’impressione di fragilità e debolezza è ingannevole, sotto quel torace rachitico batte il cuore di un guerriero forgiato dalla lotta contro forze più grandi.
Per la prima volta si allontana a piccoli passi dal sanatorio, non è concesso uscire, ma ci si può recare alla chiesa per pregare se lo si vuole.
 Non è credente, vi si dirige solamente per imboccare quei lunghi corridoi che portano lontano dalle anguste e grige celle, si siederà sul panchetto vicino all'organo e rimarrà in raccoglimento per un po' di minuti, cercherà di ricordare, ricordare cosa è successo nel suo letto la scorsa notte, perché percepisce il suo animo così destabilizzato.

Le pantofole poggiano su una pietra traballante, una pietra che nasconde un libro misterioso, un libro che racconta il suo tormento e la sua estasi con la paffuta infermiera pur essendo stato nascosto li 96 anni prima di quella notte d'amore.

(a & e)


sabato 20 luglio 2019

Cemento amato e violenti delizie

Quello che ti piace
quando l'hai incontrato la prima volta era solo una scoperta
poi è diventato quello che ti piace
quel godimento reclama il suo tempo, le sue attenzioni
pretende fedeltà e in cambio ti regala quel piacere
ma ti allontana dalle nuove scoperte
ti nega ai nuovi piaceri
scoprire in fondo è la delizia più grande
quella più violenta.

Benedico le cose nuove
per questo do sempre la precedenza all'esplorazione di un luogo mai visto
anche se lontano dalla mia sensibilità
invece di ritornare in uno dove sono stato già appagato.

Il cemento
quei milioni di muri nelle città sono impregnati dei nostri amori
dei nostri delitti
una come te può perdersi a leggerli tutti
come con i fili d'erba di un immenso prato verde

giovedì 11 luglio 2019

Cortometraggi notturni

C'è una luce che proviene dalla cucina
è una luce accecante, rompe questo buio denso che avvolge il mio sonno
mi alzo quasi incosciente
come un automa assonato mi dirigo verso la cucina
chiudo gli occhi, vado a memoria
la luce colpisce con violenza la pupilla abituata alla tenebra
fa male
stringo le palpebre ancora di più
le serro
il frigo smette di emettere la sua luce e quel rumore di compressore affaticato
tutto piomba nuovamente nel silenzio
ma non è un silenzio che puoi ascoltare in questo mondo
c'è il silenzio delle cose che tacciono
questa casa invece è nel nulla, senza fine

Non esiste qualcosa lì fuori che possa produrre suoni o visioni
tutto si limita nello spazio angusto di queste piccole mura
una navicella nello spazio cosmico
tra me e il niente solo queste mura sottile
il frigorifero sembra l'unico mio compagno di viaggio
vado per tornare nella mia camera da letto
lo vedo
sdraiato su quella branda, nell'ombra
il capo divelto a scoprire la carotide
degli occhi intravedo solo il bianco
le pupille sembrano voler scomparire dietro la fronte
da l'idea di un dolore estremo
il suo spirito è già morto
è' solo un vecchio corpo che combatte contro il suo dolore ormai
emette un suono cavernoso, è un lamento
un tremito di pelle e ossa, cadenti
stringe la spalliera con la mano sinistra
una tensione figlia di un insopportabile male
torno a dormire
non saprei come aiutarlo, davvero
siamo solo io e lui qui dentro?

Il sonno che mi invade è pieno di angoscia
sono io quello nell'altra stanza?
adesso chiuderò gli occhi
per non sapere se li aprirò di nuovo.
c'è una luce che proviene dalla cucina
c'è una luce che proviene dalla cucina

una luce insopportabile

a 2018



Che suono ha una lacrima?

Scivolo in avanti attraverso un lungo corridoio, largo quanto basta per allargare le braccia, no finestre, no niente, ogni pochi metri c'è una porta da aprire
la apro
si richiude automaticamente alle mie spalle, di botto, sigillandosi come nemmeno una porta blindata
impossibile tornare indietro
unica scelta concessa sarebbe quella di non andare avanti, lasciare chiusa la porta successiva,vivere per sempre in quel metro quadro di gioia o di dolore
perché è così che funziona 
ogni passaggio è associato ad uno stato emotivo che ti avvolge senza soluzione di continuità
non si può sapere quale fin quando la porta non si richiude sulla tua schiena
in lontananza, ovattato come se arrivasse dalla profondità degli abissi o delle galassie, sento il rumore dei passi di altri viaggiatori
il mio corridoio non è unico, ma è uno tra le decine di migliaia di corridoi paralleli ognuno con le sue porte d'acciaio
poggio l'orecchio alla parete
a fatica riconosco l'eco di decine di migliaia di sospiri
risate
lacrime
che suono ha una lacrima?
Oggi sono nel mio metro quadro di tristezza
niente può impedire che me ne aspetti un altro metro quadro dietro la porta che ho di fronte
ma a breve la apro.


Poggio l'orecchio alla parete
ancora ti sento.

e 2019

giovedì 27 giugno 2019

La materia di un Dio indisponente

Era una vita senza l'altezza delle montagne
senza il silenzio delle sue nevi.

La mia inquietudine germinava dalla ricerca di qualcosa che non conoscevo,
dall'inseguire una materia che non sei neanche sicuro che esista

Se un Dio dispettoso ti trapianta il desiderio di qualcosa che lui può si amministrare
ma tu non riesci neanche a sognare
allora puoi anche impazzire

La prime volte ti ho tanto osservata
poi ti ho riconosciuta

la materia di un Dio indisponente
senza la quale non sopravvivi, se non dolorosamente


(Allora immaginati che ora sei condotta di fronte ad un tribunale, un tribunale che non riconosci ma che è ugualmente competente su di te, ha l'autorità di giudicarti e la forza di applicare le pene conseguenti senza il tuo consenso.
Questo tribunale ti condanna a non poter più godere della vista di una montagna, né della neve o del ghiaccio.
Non ti è concesso neanche l'inverno, mai più, nè l'autunno.
Ora tu passerai tutta la tua vita vivendo una calda estate, senza affrontare dislivelli, in un'eterna pianura sopravviverai.
Troverai altre cose alle quali aggrappare il tuo interesse, la tua curiosità, però sempre presente sarà in te la mancanza, il vuoto lasciato da ciò che hai amato e, un tempo, conosciuto.
L'assenza  sarà a volte molto forte, quasi insopportabile, dipenderà dai periodi, dagli umori, a volte riuscirai a tollerarla egregiamente, ma mai ti abbandonerà la malinconia.
Ora però immagina un'altra cosa, immagina che le stesse cose ti siano private, ma senza che tu le abbia mai conosciute, tu non sai cosa sia una montagna, tu non conosci la neve, non l'hai mai conosciuta, ma non intendo di persona, toccata con mano, intendo che ne ignori l'esistenza stessa.
Mai vista in un film, mai letta in un libro, mai sentito parlarne da nessuno, in nessun luogo.
Vivi la vita di prima, su descritta, solo che il tuo disagio, la mancanza di qualcosa che hai nell'anima, non trova una giustificazione non sai cosa ti manca, perché non lo conosci, conosci solo il vuoto che ti lascia, un grande vuoto nel tuo stomaco, che non si riempie col cibo, nè con le altre cose che conosci.
A volte ti credi pazza, mal fatta, difettosa, perché questa grande fame di cose che non esistono assomiglia molto ad una malattia della mente e dell'anima.
Da un certo punto di vista è però meno doloroso, perché non sai di cosa sei stata privata, se lo sei stata.
La malinconia è assente, non ci sono ricordi dolci che ti cullano e ti schiaffeggiano allo stesso tempo, ma il vuoto è più penetrante, è come un topo nella pancia che ti divora le budella dall'interno, è irrequieto perché cerca la materia che lo sfama e, non sapendo cosa o quale sia, mangia ogni cosa, anche se stesso
Solo quando la incontrerà e la riconoscerà saprà che era lei, lei che mancava.....ora però si apre un'altra fase, la fase della paura, paura di perderla, e dopo averla persa diventar per sempre malinconici.
Né altezze, nè silenzio, nè neve, era per spiegare a te di cosa ho bisogno.
Tu non sarai mai me finché non saprai cosa sei tu per me, e non saprai mai cosa sei per me finché non sarai me.
In fondo non sai neanche cosa sei tu, perché non puoi sapere cosa rappresenti, non sai cosa sei per gli altri, neanche se te lo spiegassero con tutte le parole del mondo.
Anche le montagne ignorano, in parte, che cosa sono,
perché mai si sono specchiate negli occhi tuoi che le guardano.)


mercoledì 26 giugno 2019

Il poeta

Respiro a bocca aperta,
inalo la sabbia arida che si spinge sino alla gola secca,
il naso deve essere rotto,
il sangue a grumi intasa il setto deviato da traumi recenti.
Ho finito l’odio che ho in corpo,
è arrivato a spazzar via amore, paura, desiderio, sogno e illusione,
si ritira come la risacca e mi lascia svuotato di ogni cosa.
Questo corpo qui, inchiodato alla terra come un Cristo orizzontale,
supino a cuocere sotto il sole rovente,
ha perso senso,
è in ritardo, come sempre.
Una fiera sorda e cieca, tra le tenebre,
senza guida a vagare in un campo di strage.
Stupida macchina che cerca ancora di vivere,
anche senza alcun motivo.
Lassù, nel cielo, corvi dal becco bruno, cercano il coraggio di planare,
danzano eccitati attorno alla sfera di fuoco che mi cuoce,
non capisco cosa, o chi, impedisca loro di cavarmi gli occhi dalle orbite.
Tacchi di grossi stivali si avvicinano ruggendo sui sassi arroventati,
poi vedo la sua figura sopra di me,
si staglia nel cielo come un grattacielo.
Il largo cappello lo protegge dal sole,
mi guarda in silenzio, senza nessuna emozione.
Infiniti attimi senza niente, senza un pensiero,
come mai è capitato nella mia vita.
È tutto dilatato,
il tempo, la luce, lo sguardo,
l’anima.
Mi ha torturato tutta la vita con la sua poesia,
oggi è venuto a darmi la morte con una pistola.
Il grilletto carica il colpo in canna.
È strano.
Ho sentito prima il cervello schizzarmi,
poi il boato del colpo.
C’è, in sottofondo, qualcuno che pizzica sempre gli stessi tasti.
Non sapevo che la morte suonasse il piano.
Ti chiami Butch vero?
Butch.
Il poeta.




a 2015

sabato 15 giugno 2019

Il virus


La stanza privata dove mi trovo non ha l’entrata indipendente,
è in fondo ad una sala con circa 8 letti.
Dalla porta intravedo le altre brande, ed i suoi occupanti.
alla mia destra la finestra che da sul viale,
il chiosco del bar sempre affollato è l’unico contatto visivo che ho con il mondo esterno.
Tra quegli 8 letti ce ne è uno occupato da una ragazzina di circa 10 anni,
ha capelli lunghi e neri, e le braccia dai movimenti aggraziati,
la trovo molto bella, nonostante quel pigiamino un po’ sciatto.
La mattina passano le infermiere per il solito giro di controlli e iniezioni,
passando nella mia stanza lasciano spesso la porta socchiusa,
qualcuno, a volte, s’affaccia timidamente a curiosare,
chissà quali strane e terribili storie si raccontano su quel bambino che sta morendo.

Qualche genitore deve essere preoccupato che il virus infetti qualcuno,
pur con la porta sempre chiusa, si sarà raccomandato con il suo cucciolo di non avvicinarsi.
Oggi è un giorno particolarmente fortunato,
la porta rimasta socchiusa proprio mentre l’infermiera le sta facendo la puntura,
tiepidi raggi del mattino provenienti dalla vetrata illuminano il suo bel sederino,
è contratto e restio a ricevere l’odiata puncicata,
la muscolatura tesa lo esalta, pelle morbida e bianca, come il marmo,
contrasta con la schiena già abbronzata.

Per alcuni istanti dimentico l’odore dell' ospedale, del disinfettante che narcotizza le narici,
mi tuffo in un mare salato, sento la sabbia rovente sotto i piedi, il costume bagnato aderente alla pelle.

C’è una cosa che non si smette mai di cercare,
anche in punto di morte, quando tutto il resto non ha più importanza,
persino quando gli affetti più cari perdono senso,
e aspetti solo che tutto finisca,
prima possibile,
anche in questi frangenti non rinunci a cercare le cose belle.

Del perché sia così necessaria la bellezza, ben oltre ogni altra cosa,
per me è un enigma.
Che sia il movimento degli alberi che dà il via alle danze tra foglie e vento,
o la lotta di due bei cuccioloni che si rotolano radiosi nell’erba,
degli occhi spiritati di una mamma che pulisce il musetto sporco di cioccolata del suo cucciolo,
degli amabili giochi di luce che generano le fossette dovute alla contrazione
di due giovani chiappette indurite dalla paura,
la bellezza ci riempie sempre,
la cerchiamo disperatamente,
qualsiasi sia il nostro stato d’animo,
la nostra età, la salute.

Ci è indispensabile, necessaria, essenziale, sino all’ultimo respiro,
anzi lo è ancor di più all’ultimo che al primo.

Forse perché all’inizio siamo noi stessi la bellezza,
quando la perdiamo ricerchiamo lei per ritrovare noi stessi,
non ci arrendiamo, ma in fondo lo sappiamo che siamo smarriti per sempre,
bisogna farsene una ragione.

Continuiamo a cercarla, ovunque si possa nascondere.
Prova a trapassare, penserai subito ad una cosa bella.
Prova.
(non ci provare)

Quel giorno ero stato particolarmente fortunato, la bellezza era venuta da me,
senza averla cercata.
Alcuni giorni dopo però reclamò il conto.
Niente è gratis, anche quello che sembra esserlo.


La porta rimase socchiusa come altre volte,
lei fece capoccetta curiosa, insieme ad altri due bambini,
chiese a mia madre come stavo con la sua vocetta da finta santarellina,
io ero girato di spalle, guardavo come sempre la finestra alla mia destra,
sul comodino decine di fumetti, "il Poeta" tra loro,
ero ridotto uno scheletro,
mia madre mi chiede di girarmi, dice che sono venuti a trovarmi dei simpatici bambini,
a vedere come stavo (piuttosto a soddisfare l’insana curiosità),
mi adagio lentamente sul fianco opposto,
sorpreso riconosco lei tra i tre marmocchi,
le sue pupille si dilatano, una smorfia di disgusto e paura le invade il viso,
deve aver sentito l’odore della morte,
“che schifo” le scappa a mezza bocca,
mentre si morde le labbra per il disagio.
Una coltellata in pieno petto,
destar tanto orrore alla bellezza,
tu la cerchi e lei fugge inorridita,
non ti va più di vivere,
all’istante, improvvisa, è la voglia di farsi travolgere da quell’onda di dolore,
quella definitiva.

Odio la parola “Schifo”, deve aver dispensato molto dolore in giro.
Deve aver distrutto molti.
È difficile pensare che qualcuno possa averci costruito qualcosa.

E poi è così poco musicale.

a 2015

Se ti incontrerò

Quando i sentimenti sono troppo grandi, le emozioni sono troppo violente, l’anima inibisce il linguaggio, o lo rende scoordinato, più cerchi...